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La crisi economica  non ferma le spese militari

· Secondo l'Istituto internazionale di Stoccolma per le ricerche sulla pace il bilancio supera i 1.5oo miliardi di dollari ·

La crisi globale non ferma le spese militari, che nel 2009 hanno registrato un aumento del 6 per cento rispetto al 2008: lo stima l’Istituto internazionale di Stoccolma per le ricerche sulla pace (Sipri). Gli Stati Uniti restano saldamente in testa, con 661 miliardi di dollari, pari al 43 per cento del totale. Le spese nel 2009 ammontano a complessivi 1.531 miliardi di dollari, con una crescita del 49 per cento rispetto all’anno 2000, stima l’Istituto sulla base dei dati disponibili.

Dieci Paesi assorbono il 75 per cento del totale: alle spalle degli Stati Uniti, la Cina — non disponendo di cifre ufficiali l'Istituto di Stoccolma avanza la stima di 100 miliardi (6,6 per cento) —, la Francia 63,9 miliardi (4,2 per cento), la Gran Bretagna 58,3 miliardi (3,8 per cento), la Russia 53,3 miliardi (3,5 per cento), il Giappone 51 miliardi (3,3 per cento), la Germania 45,6 miliardi (3 per cento), l’Arabia Saudita 41,3 miliardi (2,7 per cento), l’India 36,3 miliardi (2,4 per cento) e l’Italia con 35,8 miliardi (2,3 per cento).

L'Italia però strappa il lodevole primato della flessione nelle spese militari nel periodo 2000-2009: la diminuzione è pari al 13,3 per cento, un dato record, se si considera che nello stesso periodo preso in esame solo Giappone e Germania fanno registrare il segno meno, rispettivamente con una flessione dell'1,3 per cento e del 6,7 per cento. Nel 2009, la spesa italiana è stata pari a 598 dollari pro capite, un dato contenuto rispetto ai 2.100 dollari statunitensi, ai 1.026 dollari della Francia o gli 892 dollari dell’Australia.

Le ingenti somme destinate agli armamenti dimostrano anche che per le grandi o medie potenze, come Stati Uniti, Cina, Russia, India e Brasile, le spese militari costituiscono una scelta strategica a lungo termine nonostante le difficoltà economiche contingenti.

Tra le aziende produttrici, con dati riferiti al 2008, il Sipri conferma la leadership della britannica Bae Systems con quasi 33 miliardi di dollari. A livello regionale, il Nord America fa la parte del leone, con 680 miliardi di dollari sui 737 del totale delle Americhe. Europa al secondo posto con 386 miliardi, seguita da Asia e Oceania (276), Medio Oriente (103) e Africa (27,4). Il Sipri segnala che sui dati del 2009 influiscono le operazioni in Iraq e soprattutto in Afghanistan.

Nel 2009 ci sono state in totale 54 operazioni di pace, con un costo record pari a 9,1 miliardi di dollari. Il personale militare e civile dispiegato ha raggiunto le 219.278 unità (89 per cento rappresentato da personale militare, 11 per cento civile) con una crescita del 16 per cento rispetto al 2008, imputabile soprattutto all’incremento delle attività in Afghanistan. L'intervento armato contro i talebani incide per 65 miliardi di dollari sul bilancio degli Stati Uniti: per la prima volta nel 2009 è stato superato il budget stanziato per l’Iraq, che ora ammonta a 61 miliardi di dollari. A queste somme vanno aggiunti ulteriori stanziamenti per 33 miliardi di dollari alle truppe dislocate nei due Paesi.

Il 2009 ha finora riscontrato alcuni significativi passi in avanti nel processo di disarmo con la firma del Trattato Start 2 per la riduzione degli armamenti strategici nucleari tra Stati Uniti e Russia; con l'annunciata nuova strategia nucleare dell'Amministrazione Obama che limita le situazioni in cui gli Stati Uniti potranno usare il loro arsenale atomico; con la conferenza di Washington sulla sicurezza nucleare in cui 47 Paesi si sono impegnati a mettere al sicuro «tutto il materiale fissile vulnerabile entro quattro anni; con l'intesa raggiunta — dopo dieci anni all'unanimità — a New York tra i 189 Paesi partecipanti alla conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare che prevede una serie di azioni volte a raggiungere l'obiettivo di un Medio Oriente senza armi nucleari. Ma le spese militari globali non si sono arrestate e coinvolgono tutti i settori, dalle armi di distruzione di massa a quelle leggere e di piccolo calibro. Alla base di quest'incremento c'è la politica di sicurezza degli Stati, i quali, nello scenario internazionale delineatosi dopo i disumani attacchi terroristici contro gli Stati Uniti dell'11 settembre del 2001, hanno aumentato le spese in armamenti. Dopo una fase di relativa stabilità nel periodo 1990-2001 — cioè dal crollo del Muro di Berlino nel 1989 all'attacco alle Torri Gemelle di New York nel 2001 — la spesa mondiale per gli armamenti ha avuto una crescita continua.

Ma, come ha denunciato Papa Benedetto XVI lo scorso gennaio nel discorso al Corpo Diplomatico, «l'aumento delle spese militari, nonché quella del mantenimento o dello sviluppo di arsenali nucleari assorbe ingenti risorse, che potrebbero, invece, essere destinate allo sviluppo dei popoli, soprattutto di quelli più poveri».

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