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La crisi della pillola è femminista

Quando una donna americana, oggi madre di famiglia e militante ecologista, ha discusso per la prima volta con suo marito su come immaginavano la loro futura famiglia, ha constatato che erano sulla stessa lunghezza d’onda riguardo al numero di figli che speravano di avere. Ma non sui metodi di regolazione delle nascite. «Il metodo più comune tra le giovani era la contraccezione orale, e lo è ancora oggi. O altri contraccettivi ormonali chimici come la spirale, le iniezioni, i patch e gli anelli vaginali», racconta nel suo blog. «Mio marito pensava che quei metodi non sarebbero stati un problema per me, ma si sbagliava di grosso. Ancora non cercavo di condurre una vita naturale o ecologista, ma sapevo al cento per cento che non avrei assunto ormoni né contraccettivi chimici. Non avrei introdotto quelle cose nel mio sistema e trattato il mio corpo in quel modo».

Giovanni Segantini«Madre che lava il bambino» (1886-1887 per gentile concessione del Museo Alto Garda, Galleria Giovanni Segantini, Arco)

La sua non è una testimonianza isolata. «Un po’ di tempo fa ho deciso d’interrompere la pillola perché la regolazione chimica dei miei cicli mi dava la sensazione di perdere il controllo del mio corpo» afferma Laure, una giovane francese attivista di 35 anni. «È paradossale, perché avevo scelto questa forma di contraccezione proprio per avere un migliore controllo della mia vita... E invece provavo l’opposto: mi sentivo tagliata fuori da me stessa, dalle mie sensazioni, e, in un certo modo, tagliata fuori dal mondo». Laure precisa che quella decisione non era dovuta a un qualche motivo religioso, ma piuttosto a una sensazione di non coerenza con il suo stile di vita e con una certa concezione del rispetto del suo organismo.

«Mangio bio, privilegio gli alimenti delle filiere corte, l’agricoltura di prossimità, uso solo detergenti naturali, evito tutto ciò che è chimico nei miei prodotti di bellezza, assumo medicine solo quando sto davvero male. Così sono passata ai metodi naturali di osservazione del ciclo e da allora ho la sensazione di aver ritrovato un’armonia con l’ambiente che mi circonda».

A lungo etichettati come “cattolici”, i metodi naturali di osservazione del ciclo seducono sempre più negli ambienti ecologisti, come la madre di famiglia americana (che ha poi scelto di sottoporsi alla sterilizzazione) o, più semplicemente, le persone che, come Laure, hanno una coscienza ambientalista più acuta. «Nel mio studio — afferma Pauline de Germay, consulente di metodi naturali residente a Parigi — ricevo sempre più donne e coppie che vorrebbero passare ai metodi naturali perché rifiutano tutto ciò che è chimico. Di recente una signora mi ha parlato di sua figlia vegana che si è messa con un ragazzo e si è ritrovata di fronte a un caso di coscienza ecologica! Nella società un numero crescente di persone pensa che la contraccezione chimica blocchi i processi, che le donne provino meno desiderio quando assumono la pillola. In generale, il risveglio della coscienza ambientalista fa sì che le persone facciano più attenzione a ciò che ingeriscono e che i metodi naturali appaiano loro come una straordinaria porta d’accesso per ritrovare la loro natura profonda».

Wilfredo Lam, «Maternità verde» (1942)

In Francia la crisi della pillola del 2012-2013 è stata dovuta proprio a questo. Alla fine di dicembre 2012 una giovane che utilizzava una pillola di terza generazione ha sporto denuncia contro un laboratorio farmaceutico dopo aver subito un ictus che l’ha resa disabile, suscitando un forte dibattito sui rischi di trombosi venosa legati all’uso delle pillole di terza e quarta generazione. Rischi stimati dall’Agenzia nazionale per la sicurezza dei prodotti sanitari in 2 su 10.000 per le donne che non assumono contraccettivi orali, da 5 a 7 su 10.000 per quelle che assumono una pillola di seconda generazione, e da 9 a 12 su 10.000 per quelle che assumono pillole di terza generazione. Il ministero della salute aveva allora deciso di non rimborsare più la pillola di terza e quarta generazione. La vastissima mediatizzazione del caso del 2012 aveva portato in Francia ad altre 130 denunce per «lesione colposa all’integrità della persona», che riguardavano una trentina di marche di pillole di terza e quarta generazione, otto laboratori e l’Agenzia nazionale per la sicurezza dei prodotti sanitari (Ansm). L’inchiesta è stata chiusa nel giugno 2017 ma l’impatto è stato profondo.

Secondo un’inchiesta pubblicata nel 2014 dall’Istituto nazionale degli studi demografici (Ined), intitolata La crisi della pillola in Francia: verso un nuovo modello contraccettivo?, circa una donna su cinque ha dichiarato di aver cambiato metodo dopo quanto accaduto nel 2012-2013. Così il ricorso alla pillola è passato dal 50 al 41 per cento tra il 2010 e il 2013. Poi ha continuato a diminuire. «Il calo del ricorso alla pillola osservato nelle donne dai 15 ai 49 anni nel 2013, in seguito alla “crisi della pillola” è proseguito nel 2016, con una diminuzione significativa di 3,1 punti tra il 2013 e il 2016», si legge in un altro rapporto. Una diminuzione che si è andata ad aggiungere a quella di 5 punti osservata a metà degli anni 2000 e nel 2010. Il fenomeno riguarda le donne di ogni età ma è particolarmente marcato tra le più giovani, soprattutto tra quelle al di sotto dei trent’anni. Così i metodi naturali, sebbene ancora marginali nell’insieme della popolazione (vi fa ricorso un po’ meno di una persona su 10 in Francia), beneficiano di questa crisi di fiducia verso la pillola, al pari del preservativo e della spirale, il cui uso sta aumentando.

Quanti pensano ancora al metodo Ogino-Knaus e al suo 25 per cento di gravidanze non pianificate annuali, rischiano di rimanere sorpresi. Nel XX secolo la contraccezione ha posto fine alla fertilità incontrollabile (perché ancora sconosciuta) delle donne; largo ora al XXI secolo, in cui i metodi di osservazione del ciclo hanno posto fine all’iper-medicalizzazione (perché diventata inutile) del loro corpo! «Che cosa? Femminista? Io?» scrive una trentenne francese sul suo blog Ciclo naturale. Segno di questo rinnovamento, a inizio anno, un gruppo (non confessionale) di un centinaio di operatori sanitari, inclusi ginecologi-ostetrici e levatrici, ha pubblicato una tribuna aperta esortando a una migliore formazione degli operatori sanitari sul tema. Ha invitato, in particolare, a non confondere i metodi di osservazione del ciclo con altre pratiche cosiddette naturali, la cui affidabilità è insufficiente: coito interrotto, previsione della data dell’ovulazione con il “calcolo”, applicazioni per smartphone o metodo della temperatura basale. Ha inoltre chiesto che durante gli studi universitari sia dedicato più tempo alla fisiologia del ciclo affinché gli operatori sanitari siano meglio formati sul tema: «È ancora normale nel XXI secolo concludere i nostri studi medici senza conoscere gli aspetti funzionali della fisiologia del ciclo? Senza conoscere esattamente i benefici per la salute della donna apportati dagli ormoni prodotti in modo naturale durante il ciclo fisiologico?» si sono chiesti. A loro parere, la questione della formazione è cruciale per poter rispondere alla recrudescenza di domande: «Queste domande nascono da una volontà di conoscenza e di apprezzamento della femminilità (e non da un antifemminismo o dall’oscurantismo, e neppure da una semplice “paura degli ormoni di sintesi”), sono molto più di tutto ciò».

In effetti ciò a cui si sta assistendo è a un movimento di “riappropriazione” del corpo. «Le donne vogliono riprendere possesso del loro corpo ed essere autonome in questa gestione» osservano gli autori dell’articolo. «È ciò che chiamano empowerment. Ce lo dicono durante le visite, quando c’è uno spazio di dialogo». In questo movimento di riappropriazione del corpo si manifesta anche il desiderio di una responsabilità realmente condivisa in materia di sessualità e di fertilità, ambiti la cui gestione troppo stesso ricade sulle sole spalle delle donne. «Dopo una fase di applicazione sempre un po’ complessa, soprattutto nel post-pillola, le coppie costatano che ciò crea o rinnova il dialogo perché questi metodi comportano un ascolto e un’attenzione particolari. Le donne percepiscono delle variazioni nel loro desiderio, che muta a seconda del momento del ciclo. Gli uomini all’ascolto vedono queste variazioni, il che li coinvolge maggiormente» afferma Pauline de Germay.

Quante sono giunte ai metodi naturali per motivi ecologici vivono spesso un momento di riscoperta di sé stesse in quanto l’osservazione del ciclo è un processo impegnativo, a cui occorre dedicare più tempo per formarsi e osservarsi. È un cambiamento di paradigma per molte di quelle donne che si sono viste prescrivere la pillola de facto fin dall’inizio della loro vita intima, verso la fine dell’adolescenza, senza una vera proposta alternativa o un dialogo con il ginecologo, e spesso senza conoscere il loro stesso ciclo. Un cammino di conoscenza di sé, con difficoltà, fasi di scoraggiamento, ma anche con scoperte su sé stesse. Criticati spesso in quanto retrogradi, anche da tutta un’altra parte degli ambiti ecologisti dove non hanno soltanto adepti, i metodi naturali si accompagnano oggi a una presa di coscienza di tipo femminista, che la giovane autrice del blog Ciclo naturale esprime così: avendo la conoscenza del corpo femminile e dei meccanismi naturali di riproduzione compiuto progressi straordinari negli ultimi cinquant’anni, «è impossibile chiamare ancora “dinosauro” ciò che è diventato una gazzella». 

di Marie-Lucile Kubacki

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