Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

La costante asimmetria
tra divino e umano

· Una vita di studi tra antropologia e cristologia ·

«Almeno nell’infanzia, è mai esistito un Jean Guitton che non fosse anche un pensatore, un filosofo, un uomo totalmente votato alle domande esistenziali più radicali e cogenti?» si chiede don Paolo Poli, dell’arcidiocesi ambrosiana, autore del libro Il pensiero di Jean Guitton: l’uomo, il tempio, Dio (Lecce, Youcanprint, 2019, pagine 329, euro 16). Un interrogativo più che legittimo considerando quanto lo stesso Guitton, di cui il 21 marzo ricorre il ventennale della morte, affermò il 25 agosto 1988 a Rimini durante il discorso pronunciato in occasione della consegna del Premio Fondazione Fiuggi – Meeting ‘88: «Ho cercato per tutta la mia esistenza, sin dall’età di dieci anni, per tante ore al giorno, di pensare il Cristianesimo. Non dico pensare al Cristianesimo come fanno tutti, a prendere sul proprio cranio il peso totale della religione, no! Ho cercato, seguendo l’esempio di san Tommaso, di sant’Agostino, di pensarlo in uno spirito e una mente formata dalla critica moderna».

Don Poli focalizza la sua attenzione sull’originalità di tale impostazione di pensiero nel ricostruire la vicenda umana di questo filosofo e scrittore che s’impone come una delle figure più eccelse del ventesimo secolo, essendo stato testimone partecipe di eventi che lo hanno caratterizzato: i primi tentativi atti a favorire il dialogo ecumenico, le due guerre mondiali, le radicalizzazioni ideologiche del secondo dopoguerra, l’era atomica e il Concilio Vaticano II. In questo dinamico scenario si staglia la sua amicizia con Paolo VI, che lo nominò primo uditore laico al Concilio. Ogni 8 settembre, per ventisette anni consecutivi, Montini e Guitton si incontrarono alimentando così un rapporto che ancora oggi si configura come un tesoro inesauribile di umanità e di cultura.

Certamente, oltre al Papa bresciano, ci furono altre importanti personalità che esercitarono una significativa influenza su Guitton negli anni della sua formazione intellettuale: da Henri Bergson a Maurice Blondel, da François Mauriac a Emmanuel Mounier. Tutti accomunati dal deciso rifiuto di un cristianesimo acquietato, accettato supinamente, praticato senza fare domande e quindi senza cercare risposte, ovvero senza quel processo dialettico essenziale per attingere una conoscenza superiore e più responsabile. In particolare con Mauriac, Guitton condivideva una spiritualità incentrata sulla figura di Gesù, sulla sua dimensione storica e sul suo valore antropologico. Fu Mauriac, nel 1962, a consegnare a Guitton — in occasione del suo ingresso tra gli immortali dell’Académie française — la spada che appartiene all’abito ufficiale degli accademici: spada che aveva l’elsa a forma di croce e sulla lama portava inciso il motto dell’esploratore himalayano George Mallory: Solvitur in excelsis.

Durante la seconda guerra mondiale Guitton visse in prigione cinque lunghi anni (nel 1940 l’esercito tedesco aveva invaso il territorio francese). Una prigionia che si potrebbe definire itinerante, poiché fu rinchiuso in vari campi di detenzione europei. Don Poli puntualmente richiama le parole usate dallo stesso Guitton nel definire quell’esperienza: «cesura» e «rottura». Infatti la prigionia costituì per il pensatore una nuova nascita, avvenuta a quarant’anni d’età. «Prima della prigionia — scrisse — avevo vissuto come un giovane borghese, e come un intellettuale. Non avevo mai lavato i piatti, né lucidato le scarpe. Fino ad allora la mia vita era scorsa banale. La scuola l’aveva resa intelligente, ma astratta. Ero vissuto ai margini della condizione comune. Non avevo mai conosciuto la privazione». Nei lager, rileva l’autore, Guitton ebbe modo di incontrare uomini di varie nazionalità e di diverse confessioni religiose: ciò non poté che incrementare le sue domande e la sua ricerca sull’ecumenismo, nel desiderio di poter fare qualche passo concreto sulla via dell’unità. È in questa logica, spiega don Poli, che è possibile collocare il contributo guittoniano alla mariologia, La Vierge Marie, ove si cerca una lettura della figura della madre di Dio che potesse essere condivisa con i fratelli delle Chiese separate, «o che almeno — scrive l’autore — riducesse le distanze sull’argomento».

Furono l’antropologia e la cristologia i filoni principali del pensiero del filosofo. L’antropologia guittoniana — afferma don Poli — è caratterizzata da un’apertura originaria, previa forse anche alla dialettica di immanenza e trascendenza, sulla quale si affaccia con pertinenza la realtà del mistero e del divino. Per converso, la sua cristologia fa appello non solo all’umanità di Cristo incarnato (dato storico, oggetto di esperienza e, all’origine, modello per la creazione dell’uomo) ma anche «all’umanità del cristiano testimone, nella quale si ricercano la possibilità, le condizioni e le modalità della nostra conoscenza del Figlio di Dio, nello sforzo di delineare quasi una logica del problema di Gesù». Si tratta di un percorso parallelo dove la costante domanda sulla «struttura enigmatica» della temporalità umana, nella quale si annuncia inesorabilmente — sottolinea l’autore — «la realtà dell’eterno», rivela «occasioni di reciproca illuminazione con il tentativo di una critica della ragione posta di fronte al mistero dell’incarnazione».

Interessante poi è la posizione di Guitton nei confronti della storia, che egli vede costantemente segnata da fratture e suture, da salti e discontinuità. «Non si può negare — scrive il filosofo — che in qualche caso, nella storia, ci siano stati degli incontri improbabili, dei momenti rari di perfezione, degli sviluppi che hanno portato al darsi di periodi quasi completi. Ma più generalmente, dobbiamo ammettere che non si ottiene ciò che si vuole e non si vuole ciò che si ottiene. L’Idea non si realizza. E coloro i quali, come Hegel, vogliono giustificare tutto, non riescono se non sostituendo una sorta di poema alla verità».

Sulla base di questo assunto sembrerebbe che debba prevalere una visione pessimistica della storia, nella quale all’uomo non rimarrebbe che misurare le sue sconfitte rispetto a una storia che procede secondo logiche proprie, incurante del suo travaglio e delle sue lotte. Ma non è così, evidenzia l’autore. Nell’uomo infatti, secondo Guitton, c’è una forza che lo spinge oltre e che gli viene dalla sua capacità di scegliere e orientare i possibili compresenti nel momento attuale verso una concreta realizzazione nel futuro. Dichiara Guitton: «L’esistenza ha il suo punto di gravità nell’avvenire; noi entriamo a ritroso nel futuro». Poi afferma: «“Non so nulla” è l’insuccesso dei filosofi; “fatico a credere” è la difficoltà della fede; “tutto spero” è la parola dell’uomo, l’atto vitale di colui che prende il male e lo supera grazie alla fede in un bene ultimo, l’atto che realizza una sintesi tra l’eterno e il tempo».

La seconda arcata della teoresi guittoniana, come scrive l’autore, è rappresentata dalla riflessione cristologica. Ne L’Evangelo della mia vita il filosofo osserva: «Gesù rimarrà sempre un problema per chi pensa, come affermava Goethe, e più ancora, secondo l’espressione di Pascal, un mistero per chi crede. Esiste un problema di Gesù. Esiste un mistero di Gesù. L’uno e l’altro si compenetrano». Nell’affrontare il problema di Gesù, Guitton riconosce nella testimonianza un nodo strategico: la testimonianza viene intesa come strumento di conoscenza e di verità. Al riguardo, osserva l’autore, è illuminante la rilettura dell’episodio dei discepoli di Emmaus che, non a caso, il filosofo pone come icona finale del suo lungo percorso su Gesù. Il cammino dei due discepoli, quel loro parlare fitto e sconsolato che trova un’eco nei confusi dialoghi di ciascuno di noi, trae origine da un écart, anzi, più precisamente da un inachèvement, cioè dall’incompiutezza della vicenda umana di Gesù. Essa, nei due che si allontanano da Gerusalemme, rivela tutta la drammaticità di una speranza disattesa. «Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele» (Luca 24, 21). Da questo écart, tuttavia, sottolinea don Poli, non si esce in modo magico e istantaneo, bensì attraverso un paziente lavoro di interrogazione e di rilettura. Nel dialogo con il viandante sconosciuto, nello spazio e nel tempo di quel tragitto, è proprio attraverso una nuova narrazione dei fatti e di se stessi che vengono portati in evidenza i germi e le rationes seminales dello sviluppo cristologico. C’è dunque una narrazione che è propedeutica alla consapevolezza dell’incontro con il Cristo e che è previa anche al gesto del riconoscimento: quest’ultimo avviene contestualmente alla scomparsa di Gesù dai loro occhi, in quanto l’evento della risurrezione resta inafferrabile, indisponibile a una verifica strumentale. Nell’annodare i molteplici fili che s’intersecano all’interno della riflessione sul pensiero di Guitton, l’autore coglie come costitutiva la circolarità fra antropologia e cristologia, la quale risulta concentrica in relazione a quella tra filosofia e teologia. «È come se anche nel caso del rapporto tra antropologia e cristologia — scrive don Poli — si potessero applicare gli schemi del doppio avvolgimento e della comunicazione non simmetrica tra ciò che è superiore, il divino, e ciò che è inferiore, l’umano».

di Gabriele Nicolò

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 ottobre 2019

NOTIZIE CORRELATE