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La cosa peggiore
che può farti un nemico

· La storia delle vittime del Kommando Gardenia ·

Agli inizi degli anni Quaranta, il maggiore delle ss Hans Lichtblau viene posto alla guida di un programma di pseudo ricerca scientifica che utilizza come cavie i prigionieri dei campi di concentramento. Inquadrati nel Kommando Gardenia, ne fanno parte (tra gli altri) Shlomo Libowitz, nato in uno shtetl polacco e convertitosi al sionismo nel lager, e Anton Epstein, ebreo assimilato della borghesia praghese, convinto che il socialismo sia la sola risposta possibile alla barbarie. 

La copertina del libro

Sullo sfondo, la soluzione finale “del problema ebraico”, l’avanzata nazista in Russia e la colonizzazione dei territori dell’Est, quindi l’inaspettata disfatta del Reich e la caduta di Berlino, un coacervo mostruoso di odio, violenze, morte, stupri e sevizie di ogni tipo e da ogni lato.
All’interno di questo panorama, però, nello splendido Il sentimento del ferro (Roma, Fandango, 2019, pagine 464, euro 20) Giaime Alonge — sceneggiatore al suo secondo romanzo — inserisce aspetti ulteriori. Ad esempio, attraverso la figura del vescovo Keller (che morirà nel lager), si richiama l’attenzione sull’Aktion t4, il programma di soppressione di malati incurabili e persone con disabilità, le cosiddette vite indegne di essere vissute, che fece oltre 250.000 vittime. Il programma sollevò una grande reazione negli ambienti religiosi: molti sacerdoti cattolici e protestanti, e una parte dei loro fedeli, si mobilitarono contro di esso al punto che nell’estate del 1941 il regime decise di chiuderlo, anche se, in realtà, solo formalmente. Sempre a partire da quegli anni di guerra, il romanzo di Alonge riflette poi sull’ampliarsi della nozione di fronte bellico («Una battaglia di nuovo tipo, particolarmente dura per il soldato, dove il nemico è una donna disarmata che tiene in braccio un bambino»), sulla doppia morale che muove categorie cruciali come scienza e sperimentazione («Tre studenti di chirurgia dell’università di Konigsberg le avevano asportato le ovaie, per fare pratica. Mentre si preparavano all’incisione, con lei stesa sul tavolo operatorio, ancora cosciente, parlavano tra loro del più e del meno. La qualità della mensa, una visita al bordello, la lettera di un amico al fronte. Non l’avevano maltrattata. Non avrebbero maltrattato neppure un topo da laboratorio. Non erano sadici. Dovevano solo esercitarsi, per il bene della scienza e delle loro carriere»), e ancora sul rischio del contrappasso per popoli e Stati. Quanto avvenuto al tempo della seconda guerra mondiale, però, è solo uno dei due poli attorno al quale è costruito Il sentimento del ferro: vi è infatti l’altra parte della vicenda, che si svolge quarant’anni dopo. Il nazista Lichtblau e gli ebrei Shlomo e Anton, infatti, sopravviveranno al conflitto, ritrovandosi quasi mezzo secolo dopo, ancora insieme al tavolo della Storia, sempre però su posizioni antitetiche. Per conto di mandanti diversi e in apparenza inconciliabili, infatti, i due reduci si rincontreranno sulle tracce di Lichtblau, il quale, in America centrale, combatte i sandinisti per conto della Cia, razzia villaggi e smercia droga. In un romanzo che colpisce per intreccio, costruzione dei personaggi e padronanza dei documenti storici, l’autore domina perfettamente questo alternarsi tra ieri e oggi, costruendo una vicenda di spionaggio in bilico tra spazio e tempo.
Interessante è lo squarcio che Il sentimento del ferro apre sul dopo: è il grande tema del post Shoah tanto per i sopravvissuti («Ecco, questo era il punto di arrivo, tutte le volte. Loro vivevano perché gli altri crepavano»), quanto per come relazionarsi con i carnefici («Come mai un uomo condannato per crimini di guerra era diventato consulente del governo degli Stati Uniti? […] Con il medesimo curriculum si poteva finire al patibolo, oppure in un elegante appartamento di Manhattan»), molti dei quali rimasti impuniti. Quando non gratificati dalle nazioni vincitrici. Al di là di tutto, comunque, il grande merito del romanzo di Alonge è quello di sollecitare nel lettore una riflessione sulla categoria di nemico. Giungendo alla conclusione, che poi è la grande verità che continua a governare la storia piccola e la Storia grande, che la cosa peggiore che può farti il nemico è renderti uguale a lui. Facendoti perdere e dimenticare, innanzitutto, la tua stessa umanità.

di Silvia Gusmano

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17 settembre 2019

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