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La Corte penale internazionale sfida il Myanmar

· Pronta a esercitare la giurisdizione sulle accuse di deportazione dei rohingya ·

La Corte penale internazionale dell’Aja (Cpi) ha dichiarato la sua competenza a esercitare la giurisdizione sulle accuse di deportazione di appartenenti alla minoranza etnica musulmana dei rohingya dal Myanmar al Bangladesh. Lo si apprende dal sito della stessa Cpi.

La decisione — si precisa — è stata presa a maggioranza durante una udienza preliminare del tribunale internazionale, a seguito di una richiesta avanzata dalla procura in base all’articolo 19 dello statuto.

Nel documento si afferma che, nonostante gli atti coercitivi alla base delle accuse abbiano avuto luogo nel territorio del Myanmar (che non aderisce allo statuto), la Corte può comunque esercitare la propria giurisdizione in quanto un elemento del reato (l’attraversamento della frontiera) è avvenuto in Bangladesh.

Dall’agosto dell’anno scorso, a causa delle ripetute violenze dei militari di Naypyidaw, quasi un milione di rohingya sono stati costretti a fuggire in Bangladesh.

Ed è questa la chiave di volta della sentenza della Cpi: a differenza del Myanmar, il Bangladesh, infatti, aderisce alla convenzione istitutiva del tribunale. E poiché gli effetti di quella che l’Onu ha ripetutamente definito una «pulizia etnica» contro i rohingya si riverberano sul Bangladesh, il tribunale sostiene di avere i poteri per avviare un’indagine.

Il governo del Myanmar ha respinto in maniera netta la sentenza della Corte penale internazionale, affermando che «si tratta di una decisione dubbia dal punto di vista legale». «Non avendo aderito alla convenzione non abbiamo l’obbligo di rispettare le decisioni della Corte dell’Aja», indicano fonti governative da Naypyidaw.

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25 aprile 2019

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