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La Corte dell’Aja
dà ragione a Manila

· Pechino non riconosce la sentenza sulle “isole” contese ·

Le pretese di Pechino “sui diritti storici” nel Mar cinese meridionale naufragano contro la Corte d’arbitrato dell’Onu per la Legge del mare: «non hanno alcun fondamento giuridico», ha stabilito all’Aja il collegio composto da cinque giudici espressi da Ghana, Francia, Germania, Olanda e Polonia. 

La veduta aerea di una delle “isole” contese (Epa)

Ma Pechino non accetterà proposte o azioni basate sulla sentenza del tribunale, ha chiarito il presidente Xi Jinping. Il tribunale, nato dalla Convenzione della Legge del mare (Unclos) ratificata dalla Cina nel 1996, s’è schierato con le Filippine che nel 2013, dopo l’occupazione di Scarborough Shoal (scogli a poche centinaia di chilometri dalle proprie coste), avevano contestato sia la definizione di isole, sia la cosiddetta “linea dei nove tratti” secondo la mappa del 1947 con cui Pechino rivendica il 90 per cento del Mar cinese meridionale. Per il tribunale, gli scogli, incapaci di sostenere la vita umana senza aiuti “esterni”, restano tali e non vi è prova che avvalori l’ipotesi secondo cui Pechino ha storicamente avuto un controllo esclusivo sulle acque contestate e sulle loro risorse. In ogni caso, eventuali diritti storici sono estinti in forza della Convenzione dell’Onu che ha istituito proprio la zona economica esclusiva. Nelle 479 pagine di sentenza ci sono poi critiche alle grandi opere che «hanno distrutto la prova delle condizioni naturali nel Mar cinese meridionale» e la barriera corallina.

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20 novembre 2019

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