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La corsa a ostacoli del Dragone

Molti danno per scontato che entro i prossimi dieci anni la Cina acquisterà sempre di più il ruolo di comprimaria insieme agli Stati Uniti, sancendo definitivamente la nascita di una nuova Eldorado di cartapesta. Tuttavia, fare previsioni è spesso rischioso e azzardato. Certo, i numeri parlano chiaro: a breve il prodotto interno lordo cinese supererà quello giapponese e, dopo aver conquistato il primato delle esportazioni, Pechino diventerà la seconda potenza economica mondiale. Ma è davvero così solida la corsa del Dragone? Le cifre tanto decantate da analisti e operatori — una crescita record pari all'otto per cento annuo in piena crisi — sono  credibili? Proprio perché la finanza è ormai diventata un affare globale, l'affidabilità dei numeri della Cina non può non interessare anche l'Europa e gli Stati Uniti. Diventa insomma un problema di tutti.

Non si tratta del solito spauracchio prodotto ad arte da un gruppuscolo di giornalisti annoiati. Dietro gli altisonanti titoli di molti quotidiani e i trionfanti annunci dei Governi si cela una realtà molto più complessa del previsto. Secondo alcuni studiosi, ci sarebbero non poche rilevazioni statistiche arbitrarie e «trucchi contabili» capaci di far lievitare il pil o di ridurre magicamente il debito pubblico cinese. Anche secondo il Fondo monetario internazionale i dati forniti da Pechino non sarebbero del tutto affidabili a causa dell'inaccessibilità al pubblico di molte statistiche e dell'assenza di chiarimenti e spiegazioni su alcune incongruenze. Studiosi internazionali, infine, dubitano sulle modalità del calcolo del prodotto interno lordo. Ad esempio, si critica il fatto che il pil venga contabilizzato nel momento stesso in cui l'amministrazione centrale decide che una data struttura debba essere realizzata. A far aumentare il dato basta la volontà del Partito, non l'apertura effettiva del cantiere e la realizzazione dei lavori.

Di certo, un ostacolo al rilancio cinese sono le tensioni con Washington. Il fallimento del vertice di Copenaghen ha dimostrato che sulla piattaforma dell'inquinamento — almeno per il momento — un accordo tra Stati Uniti e Cina non è possibile. Sembra più probabile invece che siano gli interessi monetari e finanziari, in virtù della loro trasversalità, la base più solida su cui costruire forme di collaborazione feconde per entrambi. Ciò nonostante, anche su questo piano i problemi non sono pochi: il 30 dicembre scorso l'International Trade Commission (Itc), l'agenzia americana che regolamenta la concorrenza, ha dato il via libera all'imposizione di nuovi dazi sull'importazione di tubature d'acciaio cinesi. Si tratta, a tutti gli effetti, di una misura protezionistica che avrà pesanti ripercussioni sull'industria petrolifera, il settore nel quale si fa maggiormente uso delle tubature in questione. Ma c'è una ragione più profonda. La mossa degli americani non è casuale né estemporanea. Ventiquattro ore prima dell'annuncio dell'Itc, la Chinese national petroluem (Cnpc) concludeva un accordo con la russa Gazprom sulle basi commerciali e sui parametri tecnici dell'offerta di gas dalla Russia alla Cina. Lunedì 28 dicembre Putin ha inaugurato il primo tratto dell'oleodotto Siberia-Pacifico, parte di una rete strategica di quasi 5.000 chilometri che, una volta completata, alimenterà con petrolio russo tutta l'Asia. Entro il 2011 un terzo tratto dell'oleodotto collegherà la Cina. Non riuscendo ad arginare la corsa di Pechino in altri modi, Washington punta a chiudere gli accessi alle materie prime.

Intanto, la Banca centrale della Cina ha ritoccato di 0,5 punti la quota dei depositi che gli istituti sono tenuti a mettere in riserva. È la prima stretta creditizia cinese da quando è scoppiata la grande crisi. Non accadeva dal dicembre 2008. Questo dimostra che la ripresa sta cominciando a creare tensioni inflazionistiche e che le autorità vogliono controllare la situazione prima che l'economia si surriscaldi e si formi una nuova bolla.

Ma i dubbi sulla credibilità dei conti e sulla solidità della crescita di Pechino concernono anche altri fattori interni, legati alla fisionomia specifica dello sviluppo cinese. Negli ultimi venticinque anni l'economia ha conosciuto tre eccessi. Il primo eccesso riguarda le decisioni delle autorità competenti: il centralismo dettato dal Partito comunista implica un'unità di comando fondamentale per accorciare la durata dei tempi sulle autorizzazioni per le opere pubbliche e gli investimenti produttivi. L'altra faccia della medaglia, però, è il crearsi di forti carenze sul piano normativo. Il secondo eccesso consiste nella popolazione: un miliardo e mezzo di cinesi determina una crescita esponenziale della domanda di consumi e dell'espansione degli investimenti diretti esteri. La Cina diventa così un mercato fondamentale, dal quale nessuno oggi può permettersi di prescindere. Restano però ancora segnate da una profonda arretratezza vaste aree rurali, dove vive la maggior parte della popolazione. Il terzo, infine, è rappresentato dal basso valore dell'yuan rispetto al dollaro e all'euro, il che favorisce il volume delle esportazioni.

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17 agosto 2019

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