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​La conversione
di Villa Silvestri Rivaldi

· Restaurato l’antico complesso romano dopo decenni di degrado ·

C’è un palazzo con giardino, a Roma, che testimonia più di ogni altra opera una storia di attenzioni per l’educazione, per costruire la qualità del futuro remoto, con particolare attenzione e preferenza per i più bisognosi; malgrado le iniziali premesse che erano di segno opposto. Questa villa infatti era sorta all’insegna del lusso: delizie immediate e attrattive senza alcun impegno.

Alessandro Farnese aveva presentato la propria sorella Giulia a Papa Alessandro VI Rodrigo Borgia, ricevendo da lui notevoli privilegi. Molto tempo dopo, Alessandro Farnese era divenuto Papa col nome di Paolo III e non era mancato chi cercava di emularne la “carriera”, presentandogli a sua volta una propria congiunta. Quasi violando la sacralità delle più antiche memorie, di un passato anteriore, Paolo III aveva così dato il permesso a Eurialo Silvestri, suo segretario, di costruire presso il foro della pace una villa, un luogo di ricevimenti e delizie, ai piedi degli Horti farnesiani, realizzati sul Palatino. Quegli svaghi erano durati pochi anni, per la morte del Papa (1549) e del Silvestri. Gli artisti convenuti in cantiere si spostano a quel punto altrove, dedicandosi alla costruzione della villa del nuovo Papa, Giulio III, Giovan Maria Ciocchi del Monte.
Gli eredi Silvestri avevano quindi, in seguito, affittato la villa, solo in parte compiuta, cedendola tra gli altri, sua vita natural durante, ad Alessandro de’ Medici, che diverrà Papa col nome di Leone XI. Erano seguite altre vicissitudini e dal 1609 compravendite, finché nel 1660 avviene qualcosa di insolito che modifica per sempre la storia di questo luogo e il suo significato.
Monsignor Ascanio Rivaldi destina per testamento i suoi ingenti averi al fine di acquisire la villa e farne la definitiva e degna sede di un istituto già esistente a favore delle ragazze meno fortunate e della loro prole: il conservatorio delle mendicanti. Questo non significa una diminuzione di ornamenti, di splendore o di cure, né un impoverimento nelle decorazioni, anzi: sino a tutta l’industrializzazione i luoghi di altruismo, di aiuto, erano infatti sfarzosi come le case più ricche, come le chiese. Le attenzioni erano rivolte perfino alle magnifiche divise, con le ospiti che vestivano di bianco e di rosso (dal 15 giugno 1864, prima ancora della convenzione di Ginevra del 22 agosto di quell’anno, diverranno i colori della Croce rossa).
Forse si può riconoscere un segnale, quasi un sintomo, anche nel fatto che quel palazzo, che con la sua storia indicava un raro passaggio dal privilegio e dal lusso al soccorso attraverso le opere pie, sia deperito o sia stato lasciato andare negli ultimi decenni, proprio nel corso di questo un po’ avido nostro tempo.
Le buone notizie però non mancano mai, basta saperle vedere e riconoscere, e quelle che si possono dare al proposito sono, in estrema sintesi, almeno tre. Innanzitutto che, con una convenzione raggiunta grazie all’impegno dell’agenzia del demanio, la villa e il palazzo sono stati concessi in uso gratuito al ministero dei beni culturali. Secondo, a seguito di questo accordo il compendio immobiliare è stato consegnato al suddetto ministero. La terza buona notizia è che, assieme alle università e ad altre istituzioni, il ministero ha ora avviato il primo dei cantieri scuola che potrebbero aiutare i giovani architetti, archeologi, storici dell’arte e restauratori a passare dalla teoria alla pratica, dalle parole ai fatti, in ossequio ai principi fondamentali della Costituzione italiana, in particolare quelli fissati agli articoli 1 e 9.
A palazzo Rivaldi si è ora concluso il primo cantiere-scuola realizzato d’intesa tra il corso di specializzazione in restauro dei monumenti dell’università di Roma La Sapienza e il ministero per i beni culturali, nella sua direzione generale educazione e ricerca. L’accordo tra le due istituzioni risale al 2000, tacitamente rinnovato nel 2005 e nel 2010, modificato il 14 giugno 2013 e infine aggiornato il 9 novembre 2016. Questo risultato è divenuto possibile grazie ad altre recenti convergenze e, in particolare, a quella raggiunta con un accordo tra gli Istituti Santa Maria in Aquiro, la Soprintendenza speciale archeologia belle arti e paesaggio di Roma e l’agenzia del demanio del 1° febbraio 2018.
Più di trenta architetti, anche non italiani, hanno lavorato insieme, permettendo di giungere a risultati che certo agevoleranno i passi successivi, necessari al restauro del compendio, un palinsesto meraviglioso capace di restituire intere fasi storiche sconosciute e dimenticate — affreschi, statue e strutture architettoniche di epoche diverse. Un cantiere che promette e ha già prodotto ritrovamenti di gran pregio. Certo la villa e il palazzo in via del Colosseo non versano in buone condizioni, ma prima di levare lamenti o alimentare rimpianti sarebbe necessario precisare, per uscire da una lunga situazione di stallo, con quali risorse e chi possa intervenire. Si può tenere dunque nella dovuta considerazione la complessità di questo singolo caso romano, presso il foro della pace.
Dal 1975 si tratta del nucleo di maggiore problematicità del patrimonio di una delle molte opere pie, quella degli Istituti di Santa Maria in Aquiro. Questa e altre istituzioni consimili erano entrate a far parte degli Istituti di Pubblica Beneficenza e Assistenza (Ipab) a seguito del processo avviato con le demaniazioni postunitarie, avvenute circa centocinquanta anni fa. Le origini del problema da tempo pendente si collocano dunque nell’ambito di quel transito difficile e di equilibrio precario che era stato possibile mettere in atto malgrado il divampare della questione romana.
Il fronte di più intransigente difesa degli interessi materiali del soppresso Stato della Chiesa non avrebbe voluto cedere quegli istituti, come molti altri beni. Il fronte più acceso degli anticlericali avrebbe voluto invece sopprimere quelle istituzioni di soccorso, considerandole finalizzate a mantenere i meno fortunati in stato di sudditanza. Per fortuna vinse infine la linea di Cavour, alla quale la politica della prima età unitaria attingeva a piene mani anche a decenni di distanza dalla morte del suo ideatore. Così quegli istituti benefici erano sopravvissuti, transitando nella cornice istituzionale del nuovo stato, il Regno d’Italia.
Il cespite con il quale le opere pie possono essere attuate e finanziate è, in genere, un patrimonio immobiliare, per lo più proveniente da lasciti di persone che in punto di morte hanno creduto utile destinare i propri beni non a questo o a quello, ma in generale ai meno fortunati. Gli utili di questo patrimonio immobiliare, al netto delle spese per mantenerlo, sono appunto destinati al soccorso di chi ne ha bisogno.
Si può aggiungere che il compendio della villa cinquecentesca come qualità del manufatto merita ogni sforzo possibile: vi hanno lavorato Antonio da Sangallo il Giovane, Giacomo (Iacopo) Del Duca, poi Giovanni Vasanzio, solo per ricordare alcuni degli artisti che furono qui all’opera.
C’è ancora un dettaglio degno di nota. Uno scorpione compare nello stemma Silvestri, forse per incutere rispetto, per avvertire di fare attenzione, come un avviso a stare in guardia, o addirittura come una minaccia. E non solo per le chele taglienti, ma per il pungiglione sulla punta della coda. Lo scorpione è in effetti animale selvatico (echeggiando il cognome della famiglia nel cui emblema compare), aggressivo e velenoso, che si nasconde, ma somiglia in qualche modo e per certi versi al gambero, che può improvvisamente invertire con uno scatto la direzione del suo incedere. Si tratta proprio di quanto è successo alla villa Silvestri col lascito Rivaldi: la conversione improvvisa di un fabbricato.
Nel Seicento, dopo la guerra dei trent’anni che ha diviso e insanguinato l’Europa, questo mutamento di indirizzo ha indicato e segnato una nuova stagione della Chiesa romana, nella periodica maturazione di un dono che è forse il più prezioso: il desiderio di generosità.

di Francesco Scoppola

 

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23 maggio 2019

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