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La conversione di Scrooge

· Nuova versione del "Canto di Natale" di Dickens con la riproduzione del manoscritto originale ·

Il 2 dicembre 1843, Charles Dickens, all’epoca trentenne, ma già scrittore affermato e amatissimo per il suo Circolo Pickwick e Oliver Twist, completa, dopo sole sei settimane, il racconto A Christmas Carol (“Canto di Natale”), pubblicandolo in un’edizione di lusso contenente in tutto cinque racconti natalizi: John Leech, celebre vignettista satirico dell’epoca, disegna e ne colora a mano le otto illustrazioni. Entro la notte della vigilia, le seimila copie della prima tiratura risultano esaurite. 

Una stampa raffigurante Dickens seduto al suo amato scrittoio (XIX secolo)

Il «successo colossale» (come lo definirà Dickens stesso) di questo lungo racconto ne ha determinato nel tempo innumerevoli edizioni, traduzioni, adattamenti teatrali e cinematografici. La recente pubblicazione per Bompiani (Milano, 2017, pagine 176, euro 14) del Canto di Natale, con prefazione di Colm Tóibín e la fluida traduzione di Claudio Perroni, si impreziosisce stavolta della riproduzione, come una sorta di “testo a fronte”, del manoscritto originale di 68 pagine, conservato alla Morgan Library & Museum di New York, e considerato uno dei più importanti manoscritti letterari britannici. Tale riproduzione anastatica mostra come Dickens, con i suoi abituali penna d’oca e inchiostro nero, abbia scritto il racconto di getto, a ritmo serrato, con numerose cancellature (purtroppo illeggibili) nell’interlinea, al fine di conferire al testo una sempre maggiore immediatezza, concisione, veemenza.
Le ragioni del successo editoriale di Canto di Natale, un racconto in cinque parti a metà tra il romanzo breve e l’opera teatrale, vanno infatti rintracciate proprio nelle caratteristiche intrinseche della scrittura di Dickens, una scrittura decisa, torrenziale, partecipata, volta a scavare una breccia emozionale nel cuore del lettore via via che la narrazione procede, per esplodere in un lieto fine liberatorio e catartico. Robert Louis Stevenson confessava a un amico non solo di «aver pianto come un bambino» dopo aver letto Canto di Natale, ma anche di sentirsene così infiammato, dal voler immediatamente «uscire e fare del bene a qualcuno»: insomma, la scrittura di Dickens è una scrittura emotiva, d’impatto, che ispira, tocca nel profondo e, in quanto tale, capace di mettere in movimento, di spingere all’azione. Attraverso una storia semplice, dalla morale immediata, lo scrittore inglese riesce a riproporre l’autentico significato del Natale, la festa per eccellenza, la festa più “popolare” e più amata da grandi e bambini, rendendo “esperienziali” questioni ultime come peccato, conversione e redenzione.
Il protagonista è il vecchio e scorbutico Ebenezer Scrooge che, dominato dalla nera passione del denaro, in nome della quale ha fatto tabula rasa degli affetti e di qualsiasi tipo di relazione con l’altro, irride e disprezza lo spirito del Natale: il suo cuore, duro come pietra, non conosce misericordia né compassione e, a due gentiluomini venuti a chiedergli un aiuto economico per i poveri in occasione della festa, risponde con gelida indifferenza che non sono affari suoi, e che di questi poveri si augura la morte, cosicché si riduca la popolazione in eccesso.
L’usuraio Scrooge, per il quale il denaro è lo strumento che possiede per esercitare un torvo potere sugli altri, odia il genere umano e disprezza le poche persone con cui è costretto ad avere a che fare: primo tra tutti suo nipote Fred, sempre indulgente e ben disposto verso lo scorbutico zio, e poi soprattutto il suo impiegato Bob Cratchit, che fatica per mantenere la sua numerosa e poverissima famiglia, schiacciato dalla miseria e dal dolore per la malattia del figlioletto Tim. Scrooge — «il cui nome è un amalgama onomatopeico di screw (“fregare; estorcere; avvitare; stringere”) e gouge (“cavare; spennare”)», come ben evidenziato nell’introduzione di Declan Kiely — non solo rifiuta il caloroso invito di Fred di cenare con la sua famiglia, ma si rivela tanto infastidito dalla letizia causata dal Natale nei suoi concittadini che concede obtorto collo a Bob Cratchit il giorno di Natale libero, ma lo costringe, pieno di collera, a presentarsi al lavoro anche il giorno della vigilia e quello di santo Stefano. Per Scrooge, che rimprovera Dio stesso per il riposo domenicale in cui non può guadagnare, il Natale è una perdita di tempo; l’avaro finanziere si muove solo su parametri monetari ed egoistici e nella sua vita non c’è posto per altre aspettative che non siano quelle legate al compulsivo accumulo di denaro. Eppure, la notte della vigilia di Natale gli sarà fatale: una serie di apparizioni rappresenteranno per lui un’ultima opportunità di scegliere tra salvezza e dannazione eterna, mettendolo di fronte a un altro tipo di potere, di segno esattamente contrario: il potere della misericordia, della compassione, della creaturale fraternità.
Il primo incontro ravvicinato Scrooge lo ha con il fantasma di Jacob Marley, suo defunto socio in affari, che gli annuncia l’imminente visita di tre spiriti: lo spirito del Natale passato, quello del Natale presente e quello del Natale futuro. Marley appare con una catena intorno alla vita fatta di lucchetti, forzieri, fatture, banconote, sacchi di denaro, timbri, portamonete, assegni: una catena forgiata durante la sua esistenza da lui stesso con la sua condotta. È venuto a visitare l’amico per ammonirlo a salvarsi, ad aprire gli occhi, a cambiare direzione, mostrandogli come ciò che gli accadrà dopo la morte non sarà un arbitrio, ma il risultato di ciò che egli ha costruito in vita.
Scrooge scaccia Marley, ma le forze dell’aldilà non lo lasciano in pace. È dunque la volta dello spirito del Natale passato che, apparendo a Scrooge all’una di notte, gli fa rivisitare la propria infanzia dimenticata: un’infanzia pervasa dal dolore, iniziato con la morte della madre, e acuito con la conseguente chiusura in collegio da parte del padre. Eppure un’infanzia in cui, nonostante solitudine e umiliazioni, il ricordo del Natale era ancora dolce, come l’abbraccio della sorellina Fanny venuta a riportare il piccolo Ebenezer a casa, dopo aver convinto il padre a riprenderlo con sé. Lo spirito del Natale passato richiama alla memoria del vecchio spilorcio anche il suo periodo da apprendista contabile presso l’anziano e benevolo Fezziwig, con la cui famiglia il giovane Scrooge era solito festeggiare, in semplicità e allegria, il Natale. Scrooge rivede poi anche Bella, la sua vecchia fidanzata, allontanata con sollievo una volta che aveva iniziato ad arricchirsi, perché povera e senza dote. Lo spirito del Natale presente desta ancora il vecchio finanziere che, nonostante il profondo turbamento provocato dalla ricognizione sulla sua vita passata, ha ripreso a dormire: il secondo spettro lo conduce invece nella povera, ma gioiosa casa di Bob Cratchit, che sta festeggiando il Natale con la sua famiglia. Bob e sua moglie sono così poveri da non poter comprare neppure le medicine per il piccolo Tim che, come lo spirito del Natale presente ammonisce, è destinato a morire in breve tempo, se non verrà presto curato. Scrooge ne rimane sconvolto e, con animo provato e non più inscalfibile, riceve la terza e più orribile apparizione, quella del Natale futuro: una muta figura scheletrica avvolta in un mantello nero, che gli mostra, con un adunco dito indice, la sua tomba e come la sua morte non verrà rimpianta da nessuno.
La quinta sezione del racconto ha a che vedere con il ravvedimento di Scrooge che, svegliatosi alla mattina del giorno di Natale, inizia a rimediare al suo cattivo comportamento: ordina di portare un tacchino a casa di Bob Cratchit, fa l’elemosina ai poveri e si dirige a casa di suo nipote Fred, che lo accoglie con sincera affabilità e gioia. La mattina dopo, inoltre, Scrooge comunica a Bob di avergli lautamente aumentato lo stipendio e di voler partecipare alle cure necessarie al piccolo Tim. Scrooge da odiato che era, diventa amato da tutti e inizia a vivere una vecchiaia finalmente in pace con se stesso.
La felicità che Dickens descrive in queste pagine di conversione irrompe a briglia sciolta, coinvolge protagonisti e lettori, esortandoli ad abbandonare un senso di sussiegosa dignità e rispettoso autocontrollo emotivo dovuto per lo più alle convenzioni: come scriveva Chesterton, grande estimatore di Dickens, nel Canto di Natale «tutti sono felici perché nessuno ha un suo decoro».
E la scrittura di Dickens è proprio questo: è il racconto di una vita che non prova vergogna del suo procedere a strappi, ridondanze, dismisure, poiché frutto di un attraversamento radicale dell’esperienza, in cui è il cuore e non la testa a tenere la barra a dritta. I personaggi di Dickens, per dirla ancora con Chesterton, esagerano «la vita nel senso della vita stessa», a questa danno fiducia, a questa si abbandonano pienamente, lasciandosene travolgere emotivamente.
Ed è proprio in virtù del colpo, della scossa, ricevuti da questo “eccesso”, che un cuore congelato nella morsa dell’avidità, come quello di Scrooge, può di colpo aprirsi al pentimento e alla promessa d’amore realizzatasi nel Dio che nasce bambino; promessa festeggiata nel giorno di Natale, giorno che canta la vittoria della misericordia, intesa come possibilità sempre aperta di riscatto dal male perpetrato o subito. Nel Canto di Natale è proprio la figura e la sorte di un bambino, lo storpio Tim Cratchit che determina la conversione a una nuova vita di Scrooge: Tim, a causa della sua malattia, sa meglio di ogni altro come il Natale sia il miracolo di un Dio che si è incarnato per redimere tutto il male che imprigiona e sfigura la nostra vera umanità. Per questo non si vergogna della sua infermità, ma la vive con dignità e dolcezza: ed è proprio un bambino povero e malato, un “ultimo”, uno di quelli che, all’inizio della storia, Scrooge non avrebbe neppure voluto far nascere, che riesce invece a piantare il grimaldello nel cuore del vecchio avaro, mostrandogli la possibilità di una vita diversa.

In Canto di Natale, la forza di una debolezza capace di affidarsi si rivela essere l’unico potere per riaccendere in Scrooge quel fuoco d’amore che un tempo era anche in lui, ma che smarrito, soffocato, rifiutato, rischiava di spegnersi per sempre.

di Elena Buia Rutt

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21 luglio 2018

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