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La conversione di Riley

· Per vedere anche nei nemici dei compagni di umanità ·

Non tutto quello che Gesù ha insegnato va considerato come un comandamento. Prendiamo, per esempio, il suo incontro con un giovane uomo benestante che voleva sapere cosa dovesse fare per ottenere la vita eterna (cf. Matteo 19,16-22). Facendo riferimento alle dieci leggi fondamentali consegnate a Mosè, Gesù gli disse di non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, onorare suo padre e sua madre e amare il suo prossimo come se stesso. Il giovane replicò di aver seguito tali regole per tutta la vita, ma poi pose una seconda domanda: «Che altro mi manca?» (Matteo 19,20). Gesù rispose: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!» (Matteo 19,21).

Dorothy Day

Era più di quanto il suo interlocutore fosse in grado di sostenere. Se ne andò triste, incapace di accogliere un invito cosi radicale. Sarebbe interessante sapere quali scelte il giovane abbia poi compiuto nella propria vita. Magari ha finito per diventare povero come Francesco d’Assisi. Quel che è chiaro, comunque, è che l’invito che Gesù gli rivolse quel giorno non era un comandamento. Si trattava di ciò che talvolta i teologi hanno chiamato “consiglio di perfezione”: un insegnamento che qualcuno può cogliere ma che non costituisce una precondizione per la salvezza di ogni cristiano. Di fatto, vi sono molti santi inclusi nel calendario della Chiesa che avevano possedimenti e almeno alcuni tra loro erano benestanti. Analogamente, il celibato ha sempre rappresentato un’opzione degna di rispetto per i cristiani — Gesù non era sposato —, ma vista sempre come scelta adatta soltanto a una piccola minoranza dei seguaci di Cristo. Non si può dire lo stesso per quanto riguarda l’amore dei nemici. Non fa parte della categoria del «se vuoi essere perfetto» (Matteo 19,21). È cristianesimo di base. Gesù lo insegna con istruzioni dirette, mediante parabole e attraverso l’esempio offerto dalla propria vita. L’amore dei nemici non fa parte del nostro assetto costitutivo. È un insegnamento difficile, lo è per me come per chiunque altro. Per natura siamo portati a odiare coloro che ci hanno fatto del male o sembrano pronti a farlo.
Nel mio caso, però, sono stato avviato ben presto alla pratica di questo comandamento, il più difficile. Essendo io cresciuto nell’America degli anni cinquanta del Novecento, successe che il nemico fossero i miei genitori: non che fossero il mio nemico personale, bensì che essi venissero diffusamente considerati dei nemici.
La ragione di ciò sta nel fatto che erano comunisti. La guerra fredda era nella sua fase più gelida e il maccartismo all’apice. Mentre io festeggiavo l’undicesimo compleanno, mio padre era in carcere; ci volle quasi mezzo anno per raccogliere la cauzione, in modo che potesse attendere il processo in libertà. Il suo arresto in qualità di “capo dei rossi” era stata una notizia da prima pagina da una costa all’altra degli Stati Uniti, nel 1952. Alla fine, mentre il caso di mio padre era ancora pendente presso la Corte suprema, le accuse nei suoi confronti decaddero; ma lui, mia madre e altri come loro rimasero a lungo nella lista dei nemici dell’America, durante la mia infanzia. L’Fbi non soltanto tallonava da vicino i miei genitori, ma addirittura, un pomeriggio in cui mia madre era fuori casa, entrarono a prendere le impronte digitali a me e a mio fratello.
Da bambino divenni gradatamente consapevole delle opinioni dissidenti dei miei genitori, benché non le comprendessi. Il fatto che non marciassero al passo con l’insieme della società non me li rendeva impossibili da amare. Nonostante i miei genitori fossero divorziati, non parlavano mai male l’uno dell’altra, ed erano entrambi genitori amorevoli. All’epoca non mi rendevo neppure conto di quanto fosse inusuale che una famiglia bianca (mia madre, mio fratello e io) vivesse in mezzo a un vicinato prevalentemente nero. Amavo i miei genitori, non per le loro convinzioni politiche e filosofiche, di cui sapevo poco e che non ero in grado di comprendere, ma per quelli che erano.
Se soltanto conoscessimo i nostri nemici non per quello che pensiamo credano ma per quelli che sono, il comandamento di Gesù di amarli ci risulterebbe di gran lunga più facile. Potremmo continuare a odiare ciò per cui i nostri nemici si schierano o il danno di cui possono essere causa, senza però più odiarli come persone o far loro del male in alcun modo.
Se fu specialmente mia madre a offrire un esempio cui ispirarsi, l’inizio della mia vita adulta era destinato a compiersi sotto l’influenza di un’altra donna che diede una ancora più impegnativa testimonianza di una vita libera dall’inimicizia: Dorothy Day. In seguito al congedo dalla marina militare statunitense, entrai a far parte della comunità del Catholic Worker a New York, guidata da Dorothy, e vi scoprii una persona che non soltanto si rifiutava di odiare i nemici, ma si rapportava a loro in un modo che non si può che descrivere come amorevole. La sua vita era incentrata sull’ospitalità.
Questo piccolo libro si poggia in profondità su quanto ho imparato — quantomeno iniziato a imparare — in sua compagnia. Ho avuto anche la fortuna, grazie a Dorothy, di sviluppare una relazione profonda con lo scrittore e monaco trappista Thomas Merton, un’altra persona che non odiava nessuno. In una delle lettere che mi ha indirizzato, sottolineava l’importanza di vedere le persone, avversari inclusi, semplicemente come compagni di umanità. «Una delle cose più importanti da fare e continuare ad attraversare deliberatamente le linee di demarcazione e le barriere politiche», mi consigliava in una lettera, «e mettere in risalto il fatto che si tratta in larga misura di manipolazioni e che esiste una realtà autentica, del tutto opposta alle finzioni della politica: la dimensione umana».
Quando faccio memoria di altri esempi di amore dei nemici che ho avuto il privilegio di conoscere, penso ai russi che incontrai negli anni ottanta del Novecento, mentre scrivevo un primo e poi un secondo libro sulla vita religiosa in quella che era allora l’Unione Sovietica. Incontrando e intervistando centinaia di cristiani, spesso persone i cui parenti stretti avevano sofferto e perso la vita in quell’arcipelago di campi di prigionia noto come gulag, non una sola volta ho trovato qualcuno che manifestasse odio o cercasse vendetta. Non dimenticherò mai la conversazione avuta una sera con un prete ortodosso russo, padre Michail, nell’antica città murata di Novgorod. Era il 1987. Michail Gorbacev, allora al suo secondo anno in qualità di capo di stato sovietico, aveva posto fine alla persecuzione religiosa. Domandai a padre Michail: «Non ne sei sorpreso?».
«Per nulla», rispose. «Tutti i credenti hanno pregato per questo, ogni giorno della nostra vita. Sapevamo che Dio avrebbe risposto alle nostre preghiere, soltanto non sapevamo quando. Sono solo sorpreso che la nostra preghiera abbia trovato risposta mentre io sono ancora in vita«. «E tuttavia», dissi, «dovete certamente odiare coloro che hanno causato tanta sofferenza e hanno ucciso cosi tante persone». «Cristo non li odia», rispose padre Michail, «perché dovrei farlo io? Come troveranno modo di credere, se non li amiamo? E se rifiuto di amarli, nemmeno io sono un credente».
Ciò che spero per questo libro e che contribuisca a rendere l’amore dei nemici un obiettivo verso cui vale la pena tendere, nelle vite quotidiane dei suoi lettori, per quanto ripida sia la salita. Come scrisse Dorothy Day in un’annotazione del suo diario: «I carichi divengono troppo pesanti; sono troppi; il mio amore e troppo piccolo; anzi, percepisco con terrore una voce dentro di me: “Non ho amore nel mio cuore, non ho nulla da dare...”. Eppure devo fingere di averne. Ma, cosa strana e meravigliosa, ecco che la finzione diventa reale. Se davvero intendi amare qualcuno, ben presto lo farai. Vuoi amare quest’uomo vecchio e scontroso e un bel giorno ce la fai. Dipende da quanto ci provi davvero».

di Jim Forest

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16 dicembre 2019

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