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Voci del verbo andare

· Migrazioni e discriminazioni nel romanzo di Jenny Erpenbeck ·

Se in treno o in metro un uomo o una donna di colore si siedono accanto a un bianco, in Italia può succedere che il bianco si alzi e vada a sistemarsi da un’altra parte. L’individuo accasciato che appare in copertina del libro di Jenny Erpenbeck, Voci del verbo andare (Palermo, 2017, Sellerio, pagine 347, 16.00 euro), rende bene la disperazione, lo sconforto, l’abbattimento. Si comprende subito che è un emigrato, con l’unica compagnia della sua desolazione. Dirà infatti, come tra sé e sé, «Io non so più chi sono».
Contemporaneamente alla figura di Richard, professore di filologia classica che ha raggiunto la méta della pensione, 

Particolare dalla copertina

vedovo e senza figli, sulla scena del libro si presentano alcuni uomini “dalla pelle nera” radunati in buon ordine davanti al municipio di Berlino. Dapprima hanno deciso di non mangiare più, poi precisano che s’asterranno anche dal bere. Richard li sfiora quasi senza vederli, per giorni si attiene al banale protocollo dei pasti, della passeggiata, della pausa al supermercato (“grande magazzino alimentare”, come si chiamava ai tempi della Ddr, prima cioè della caduta del muro), cui seguono ore di più o meno tranquillo riposo, fuggitivi pensieri a un qualche vecchio amico, il problema delle “cianfrusaglie” da sistemare dopo aver svuotato il suo ufficio all’università.
Ritornano in mente i canti dell’Odissea o i passi della Metamorfosi di Ovidio, magari di Erodoto per non dire dell’intero cielo della mitologia greca.
Ruminìo di considerazioni qualsiasi cosa faccia, dal sapere che un giovane è annegato nel lago di fronte a casa alla risultanza della vanità della vita, dal piacere per l’ordine al ricordo del caos della guerra, di prima del muro, durante il muro e dopo, dal problema del tempo all’idea di un questionario per conversare con quei profughi del municipio: dov’è cresciuto?, qual è la sua lingua materna? quale religione professa? e la famiglia e l’alloggio, il dormire, il mangiare, il vestire la scuola il passato il futuro... Ma sarà quando l’accampamento di quei migranti viene rimosso che il proposito si traduce in realtà. Una mutazione esistenziale per l’anziano Richard, culturale e di coscienza, specie quando il direttore dell’ente di accoglienza lo lascia solo fra i vari Rashid, Zair, Abdusalam, Ithemba e altri, approdati da Ciad, Ghana, Nigeria, Mali, Burkina Faso. Quasi tutti passati dall’Italia, quasi tutti superstiti di quegli ottocento, annegati in cinquecentocinquanta, al largo di Lampedusa qualche tempo fa.
«Da che paese vieni? (. . .) Dal deserto!»
«Padre? Madre? No, niente genitori!»
L’emerito professore diventa un attonito ma coinvolto terminale di incredibili, talora disumane peripezie: Voci del verbo andare da narrazione diventa cronaca solidale di destini infranti, denuncia politica di un torto planetario praticato da popoli a danno di altri popoli, saggio critico e chiaramente morale di una circostanza di portata storica.
Quando incontra Awad, orfano di madre dalla nascita e, da adolescente, di padre, ucciso da una pattuglia di militari ribelli, non gli cava nulla, perché nulla è rimasto al ragazzo, non più casa né famiglia né memoria né il suo stesso corpo, estraneo a lui e al mondo come uno straccio usato e gettato. Difficile vivere, quando non si sa a che scopo. Osarobo ha quattordici anni, ma non è sicuro, risponde bene, anzi, interroga pure, e chiede al professore se crede in Dio. Alla risposta dell’emerito, esplode: «Non capisco come si faccia a non credere in Dio». Infatti, nonostante tutte le avversità, questi esiliati hanno nel loro Dio un interlocutore assiduo e assoluto. Dicono che è “Quello” che gli resta. Poi Ali, Yussuf, Rufu, uno che il professore chiama Apollo, un altro che chiama Tristano.
Le migrazioni da un continente all’altro sono in atto da migliaia d’anni tra commerci, guerre, accordi, devastazioni e colonizzazioni, alleanze e schiavitù. Improvvisamente la burocrazia, “mediterraneo” di carte, stabilisce che gli uomini del centro vengano trasferiti a Spandau, abbastanza lontano da Berlino, che la prassi dell’espulsione resti in vigore, che il diritto d’asilo vada rivisto. La gente, dal canto suo, si esprime perché vengano rispediti “laggiù”, da dove sono venuti, gratificandoli come trafficanti di droga, mafia africana, criminali fuorilegge. Lo straniero è un nemico, insomma. Alla fine Richard li prenderà con sé, concretamente, oltre che idealmente, ricordando Seneca («Considera che costui che tu chiami schiavo, è nato dallo stesso seme, gode dello stesso cielo, respira, vive, muore, come te!»), ma anche il conforto al mondo intero delle parole di Papa Francesco. Uno in cucina, uno in soggiorno, uno in biblioteca, altri nella stanza degli ospiti e in quella del pianoforte. Chi tosa l’erba, chi rastrella le foglie, chi spazza il terrazzo, chi sistema il garage.

di Claudio Toscani

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19 ottobre 2019

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