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La convergenza
originaria

· Habermas e il rapporto tra fede e ragione ·

Jürgen Habermas

«Con il trasformarsi del concetto di peccato in quello di senso di responsabilità, con il trasformarsi della violazione dei comandamenti divini in trasgressione di leggi umane, qualcosa è andato certamente perduto. Ancora di più ci turba l’irreversibilità della sofferenza passata: quel torto agli innocenti maltrattati, uccisi, umiliati che eccede ogni misura possibile di risarcimento. La speranza perduta nella resurrezione lascia dietro di sé un vuoto evidente». Con queste parole, scritte qualche anno fa in Fede e sapere, Jürgen Habermas rieccheggiava un noto motivo di Theodor W. Adorno. Ma l’intenzione habermasiana è di andare oltre l’impossibile utopia adorniana della redenzione.

Nel frattempo, commenta Gian Enrico Rusconi, il filosofo ha offerto nuove riflessioni che dovrebbero aprire un nuovo capitolo di quello che felicemente definisce «un nuovo approccio cognitivo tra fede e ragione».

Questo approccio ha uno dei fattori portanti nel concetto di elaborazione linguistica del sacro o, in un termine apparentemente più semplice, traduzione. In questa ottica leggo l’ultimo libro ora in italiano Verbalizzare il sacro. Sul lascito religioso della filosofia (Roma-Bari, Laterza, 2015, pagine XV-318, euro 28). Con la precisazione che in realtà il titolo originario è significativamente diverso: Pensiero postmetafisico ii. E il libro è assai complesso e tortuoso.

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19 ottobre 2019

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