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La controcultura del celibato

· ​Sfida alla mentalità contemporanea ·

Sadao Watanabe, «Gesù chiama i discepoli» (1983)

Dopo un percorso allo stesso tempo storico, teologico e spirituale, è inevitabile una constatazione: il celibato sacerdotale si ritrova oggi nella posizione di accusato. Lo si ritiene responsabile di un certo numero di devianze sessuali tra i sacerdoti e causa principale della penuria di vocazioni. Tale processo viene sistematicamente istruito dai media, in particolare quando vengono alla luce scandali e quando un prete lascia il ministero perché ha deciso di sposarsi. Ogni volta, la sfera emotiva e i buoni sentimenti sembrano avere la meglio su una prospettiva teologica o spirituale, o semplicemente sul buon senso, per chiedere l’abolizione di una disciplina giudicata arcaica, anzi crudele. Considerato per lungo tempo uno “scandalo”, il celibato non ha comunque detto la sua ultima parola. Sta anzi acquisendo un nuovo valore nel riposizionamento del cattolicesimo attuale come forza di resistenza anti-sistema, di fronte alle derive del modello ultraliberale che impone il “pensiero unico” dello sviluppo personale attraverso il consumismo individualista. Il celibato fa parte di un dispositivo che ridisegna la Chiesa come uno spazio controculturale, che può ispirare nuovamente una generazione.

I giovani sacerdoti e le giovani generazioni di cattolici non vogliono una evoluzione “piccolo-borghese” del sacerdozio.Molti sottolineano che una vera rinuncia non può che avere un oggetto bello e buono in sé, per definizione. La loro continenza non è una questione di ascesi o di privazione, ma la scelta di un’altra felicità.

Impegnarsi per sempre in uno stato, sia esso quello del matrimonio o quello del celibato consacrato, è una sfida contro la paura. Quella di non essere all’altezza, di sbagliare, di fallire. Il celibato — come pure il matrimonio, anche se ciò si percepisce meno — rimanda alla questione della grazia, ossia alla forza che Dio dà gratuitamente per andare avanti, giorno dopo giorno, la cui immagine tipo è quella della manna donata nel deserto. Come la manna, la grazia non s’immagazzina come le riserve nella gobba dei camelli.

Si riceve giorno dopo giorno. Va di pari passo con la fede e la speranza e costruisce l’amore. Tutta la riflessione sul futuro della Chiesa riposa dunque sulla questione dell’accoglienza della grazia. La grazia divina — che permette di mantenersi nel matrimonio o nel celibato — non si “merita”, ma presuppone condizioni di ricezione, un’apertura del cuore che riveli un’autentica lotta spirituale, da riprendere ogni mattina.

di Jean Mercier

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22 agosto 2019

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