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La condivisione
parte dai più piccoli

· ​Nelle scuole di Torino l’iniziativa “Pane nostro” ·

«Nel giugno dello scorso anno, durante un incontro con l’arcivescovo Cesare Nosiglia, il discorso è virato sull’eccessivo spreco di cibo della nostra società, su come fare per mettere un freno a questa pratica deleteria e sensibilizzare la comunità nella corretta gestione dei prodotti alimentari. Così l’arcivescovo ha avuto un’idea: avviare per la prima volta nelle scuole primarie, statali e paritarie della città di Torino una raccolta di cibo destinata al sostegno di persone e famiglie in condizioni di povertà». Così il diacono Carlo Nachtmann, vicedirettore della Caritas diocesana di Torino, descrive a «L’Osservatore Romano» la genesi dell’iniziativa “Pane nostro”, in svolgimento nel capoluogo piemontese dal 25 al 29 marzo, in collaborazione con il Comune, Banco alimentare del Piemonte onlus e Ufficio scolastico territoriale cittadino. «In realtà monsignor Nosiglia aveva pensato a un intervento di più ampio respiro riguardante tutte le diocesi del Piemonte ma oggettivamente — spiega Nachtmann — almeno per ora non si poteva fare, considerando che i bambini delle scuole primarie di tutta la regione sono circa 35.000. Quindi si è presa la decisione di limitarla esclusivamente alla città di Torino».

Gli insegnanti, nelle ore di lezione, sono dunque invitati ad affrontare i temi legati alla condivisione. In particolare, gli alunni vengono sollecitati a trasformare in azione concreta i valori della dignità della persona, della solidarietà e della giustizia, dell’importanza del cibo e della lotta allo spreco.

Si è preferito partire dai bambini, dalla loro naturale sensibilità nei confronti dei coetanei che non hanno mezzi per sostenersi. «Sono loro — spiega ancora il vicedirettore della Caritas — a portare personalmente nelle scuole, alle quali è affidata la raccolta degli alimenti, prodotti a lunga conservazione come pasta, riso, olio, cibo in scatole o barattoli dopo aver preso conoscenza, tramite materiale informativo, di varie situazioni di povertà. La cosa che colpisce è che molti dei gesti solidali di donazione vengono fatti da scolari e da famiglie che a loro volta ne sono stati beneficiate in passato». Penseranno poi le varie unità pastorali, coordinate dal proprio moderatore, a ritirare dalle scuole gli alimenti per destinarli ai bisognosi.

Una gara di solidarietà che coinvolge migliaia di famiglie e che si avvale della collaborazione delle parrocchie per la distribuzione del cibo raccolto. Ma la donazione, per quanto importante, non è lo scopo principale: «Quello che ci sta più a cuore — aggiunge il diacono — è indirizzare la comunità a una cultura dell’attenzione verso il prossimo, a sintonizzarsi ancora di più sulle esigenze dell’altro sapendo che il “donare” è soprattutto “donarsi”. Non dimentichiamoci che i ragazzi di oggi saranno gli adulti di domani: se iniziano fin da ora a vedere l’azione del raccogliere non come recupero ma come “mettere insieme cose che ci appartengono” in una logica di condivisione, di fraternità, sarà facile in futuro per loro vedere nel povero una persona di pari dignità con la quale instaurare un rapporto umano».

di Rosario Capomasi

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15 dicembre 2019

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