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La condivisione di intenti
non deve fermarsi a islam e cristianesimo

Il Documento sulla fratellanza umana firmato ad Abu Dhabi da Papa Francesco e da Ahmad Al-Tayyeb, grande imam di Al-Azhar, potrebbe diventare per i rapporti fra il mondo cristiano e quello musulmano quello che la dichiarazione Nostra aetate è stato per i rapporti tra ebraismo e cristianesimo: l’inizio di un’apertura e di una vera e propria alleanza religiosa in nome della pace, della fratellanza e della convivenza comune. Una condivisione di intenti che non deve fermarsi solo all’islam e al cristianesimo, ma estendersi a tutte le religioni, anche alla terza religione del Libro, l’ebraismo, e toccare, anche se nel documento non vi è posto l’accento, tutti gli uomini e le donne, anche i non credenti. Evidente è l’urgenza di una simile comunanza di intenti oggi, in un clima di terrorismo, di guerra, di fondamentalismo e di violenze anticristiane da una parte e di diffusione dell’idea di un conflitto di civiltà fra Occidente e Oriente dall’altra, estremi in lotta che lasciano chiunque non li condivida sottoposto agli attacchi di entrambi. Così l’università retta da Al-Tayyeb, quella islamica di Al-Azhar, attaccata dai fondamentalisti per la sua apertura e dall’altra parte sottoposta a critiche opposte che la sanzionano come integralista.

Il Documento sulla fratellanza umana rappresenta in questo senso un grande passo in avanti nella possibilità di instaurare fra tutti gli esseri umani rapporti di rispetto, fratellanza e di fondare le società umane su criteri di dialogo, giustizia, libertà. Esso, credo però, rappresenta essenzialmente un punto di partenza. E vorrei riprendere qui alcuni dei suoi contenuti analizzandoli proprio in quanto tali: musulmani e cattolici dichiarano, vi si scrive, «di adottare la conoscenza reciproca come metodo e criterio». L’Occidente di area cattolica in realtà non conosce il mondo islamico, come conosce assai poco il mondo ebraico che pure ha vissuto per secoli nel suo seno, e si limita troppo spesso, nei giudizi su di esso, a riproporre luoghi comuni, anche di natura razzista o comunque anti-islamica. Come nei luoghi comuni sugli ebrei, così in quelli sui musulmani c’è fra gli occidentali forte il retaggio dei secoli del conflitto con l’islam — a volte sembra di sentire un cattolico del Cinquecento che parla della battaglia di Lepanto — oppure (retaggio più recente questo) quello del colonialismo nel Mediterraneo. È difficile trovare, tranne che a livello accademico, una sia pur vaga conoscenza della ricchezza e della complessità della sua cultura e degli stretti e intensi reciproci rapporti che tale cultura ha intessuto con le altre religioni, ebrei compresi, nel Medioevo. Proprio per confutare i luoghi comuni e per approfondire la conoscenza, «donne chiesa mondo», il supplemento de «L’Osservatore Romano» dedicato alle donne, il cui comitato di redazione si è ora dimesso, ha iniziato lo scorso anno sotto la guida di un’attenta studiosa come Samuela Pagani, docente di lingua e letteratura araba all’Università del Salento, un percorso sulle donne nell’islam che portava a rivedere molti luoghi comuni ancora assai diffusi in Italia e in Occidente.

La tolleranza: il documento parla di «diffusione dell’idea di tolleranza». È un concetto ancora difficile da far passare. Sembra addirittura che una convergenza fra Occidente e islam avvenga oggi invece sul rifiuto della tolleranza. In una non piccola parte del mondo islamico è contraddetto dai fatti, dalle condanne: penso alla pakistana Asia Bibi ma anche all’iraniana Nasrin Sotoudeh e a tanti altri casi. In Occidente viene sempre più considerato un disvalore “buonista” da combattere come un lusso dei radical chic. Andare avanti su questa strada, sostenendo l’idea di tolleranza, vuol anche dire combattere una battaglia quotidiana contro tutte le azioni intolleranti, piccole e grandi, contro tutti coloro che, nell’Occidente cristiano come nel mondo islamico, agiscono ogni giorno più apertamente per negare i diritti delle altre religioni (del diritto di cambiare religione a esempio) e degli altri, dei loro diritti civili e politici. In tal senso, mi sembra estremamente importante la parte che il testo dedica alla cittadinanza, un concetto che si basa sull’uguaglianza dei diritti e dei doveri, e l’impegno per imporre la piena cittadinanza di tutti.

Nel Documento sulla fratellanza umana, non nel discorso tenuto in quell’occasione da Al-Tayyeb, un punto è dedicato alle donne e al ruolo delle donne nella società. È evidente che, parlando del riconoscimento per le donne al diritto «all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei propri diritti politici», ci si rivolga principalmente al mondo islamico, nel quale, in tanti paesi, il richiamo alla legge di Dio limita o annulla i diritti della donna. Ma non solo, perché il richiamo allo «sfruttamento sessuale» allude anche alle prostitute schiave in Occidente, un Occidente dove si levano voci per rimettere le donne in una posizione subordinata e addirittura per ristabilire su basi ancora più solide, con la riapertura delle “case chiuse”, tale schiavitù. La disparità, nonostante tutto, della condizione della donna in Occidente e nel mondo islamico rende questo scoglio forse l’ostacolo più grave a questo affratellamento di cattolici e musulmani e come tale va, credo, affrontato in maniera prioritaria.

Tanto il documento che il discorso di Al-Tayyeb sottolineano con rilievo il fatto che non le religioni, ma altri moventi ben più concreti, sono alla base del terrorismo e delle guerre. È importante che questo sia enfatizzato e affermato con forza, in modo tale da smontare gli argomenti di quanti si propongono di esercitare la violenza in nome di Dio. L’unico modo infatti di togliere loro la spada dalle mani è quello di negare che questa spada sia stata data loro dalla volontà divina. Se si guarda alla storia, purtroppo, è pur vero che i rapporti tra le religioni e l’uso della violenza sono stati sempre stretti. Questo però rende queste affermazioni del documento ancora più preziose e necessarie.

Ancora due parole, dal momento che sono stata chiamata a partecipare a questa tavola rotonda non come esperta di islam, che non sono, ma in quanto ebrea, pur senza rappresentare nessun altro che me stessa. Un’ebrea totalmente laica, inoltre. Interpreto il passo in cui il documento si rivolge agli intellettuali come un’estensione della sua portata: non solo cattolici e islam, ma tutte le religioni, tutti gli uomini e le donne di buona volontà, che questo derivi loro da Dio o dalla morale che viene dal loro animo, la morale non eteronoma, per dirla con Kant. Credo che questa sia la direzione indicata. E credo che per andare in quella direzione possiamo anche mettere da parte le discordanze e le divergenze, possiamo considerare ininfluenti sia l’attribuzione della decadenza etica solo all’allontanamento dai valori religiosi sia perfino qualche dichiarazione di antisemitismo del passato che viene rimproverata all’imam, per guardare oltre, al senso universalistico di questo passo compiuto da Papa Francesco e da Ahmad Al-Tayyeb. Un passo certo necessario, forse addirittura indispensabile alla sopravvivenza non solo di noi tutti ma anche dei nostri valori.

di Anna Foa

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24 aprile 2019

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