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La concretezza
della solidarietà

«Tu, Gesù, sei stato il primo profugo dell’era cristiana. Aiutaci ad aiutare ogni uomo che chiede accoglienza». Hanno il tono dell’invocazione e della preghiera, non del comizio, le parole dell’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice. Parole pronunciate davanti alle istituzioni cittadine come un sussurro — perché, afferma, «il Vangelo non va esibito ma praticato» — mentre nel mondo politico e di riflesso nei media italiani è in corso un acceso dibattito sull’applicazione del decreto sicurezza. E soprattutto mentre, nella quasi indifferenza delle molte istituzioni sopranazionali che dovrebbero farsene carico, nel Mediterraneo da due settimane due imbarcazioni con a bordo 49 migranti salvati da morte certa — com’è già successo più volte nei mesi passati — attendono l’autorizzazione all’attracco sulla terraferma. «Il nostro popolo grazie anche alla sua storia e alla configurazione geografica del Paese, non ha nel suo dna il virus del razzismo o della xenofobia, e ha sempre mostrato, anche in periodi di grandi conflitti, umanità di intelligenza e di cuore, sprigionando la “fantasia del bene” che ci caratterizza. Così deve continuare, nonostante episodi diversi e deplorevoli», ha detto pochi giorni fa il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa, tornando così a sottolineare che «avere delle paure o nutrirle non giova a nessuno».

Di fronte a un fenomeno epocale e ineludibile come quello dell’immigrazione l’unica strada davvero realisticamente percorribile resta quella indicata da Papa Francesco nel messaggio per l’ultima Giornata mondiale del migrante e del rifugiato e riassunta in quattro verbi fondamentali: «accogliere, proteggere, promuovere e integrare». Quattro azioni con cui declinare un unico impegno, perché semplicemente, come ha ripetuto l’arcivescovo di Palermo, «ogni uomo è nostro fratello».

Si tratta di un impegno che non va ostentato e che la Chiesa, in particolare quella che è in Italia, porta avanti con generosità lontano dal clamore, dai riflettori mediatici, quasi nel nascondimento. Quanta strada è stata fatta da quando il Pontefice nel 2015, di fronte al fiume di arrivi sulla rotta balcanica, lanciò l’appello alle comunità cristiane ad accogliere una famiglia in ogni parrocchia. Da allora, secondo gli ultimi dati diffusi dall’episcopato italiano, sono state accolte 25.000 persone in 136 diocesi. A questi vanno aggiunti gli oltre duemila profughi arrivati grazie alla formula dei corridoi umanitari. Una iniziativa ecumenica, realizzata in accordo con il governo, che ha dimostrato, e sta dimostrando quanto possa essere proficua la collaborazione tra cristiani, mettendo insieme al lavoro la Federazione delle Chiese evangeliche, la Comunità di Sant’Egidio, la Diaconia Valdese, la Caritas, la cooperativa Auxilium e la Comunità Papa Giovanni XXIII. Una mobilitazione, silenziosa e quotidiana, che coinvolge parrocchie, diocesi, congregazioni religiose, associazioni, organizzazioni laicali e semplici famiglie di fedeli. Un lavoro che attraversa la penisola in lungo e in largo all’ombra dei campanili. Come a San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria, dove i volontari della Caritas hanno passato Natale e Capodanno con le centinaia di migranti, impiegati, o meglio spesso sfruttati nei lavori agricoli, persone che non hanno più nemmeno il riparo di fortuna di una tendopoli, andata distrutta nell’ennesimo incendio. «Un ghetto e un inferno, non degno di un Paese civile come l’Italia», commenta Vincenzo Alampi, direttore della Caritas diocesana di Oppido Mamertina - Palmi.

O come a Torino, città che nei mesi scorsi ha assistito allo sgombero dell’ex villaggio olimpico, dove un migliaio di immigrati sono assistiti dalla rete ecclesiale, che ha saputo rispondere con generosità all’appello del Papa per l’accoglienza. E dove, come spiega il direttore diocesano di Migrantes, Sergio Durando, «è nelle famiglie che si realizza la vera integrazione». Perché, afferma, «un conto è fare un’attività di volontariato, un altro è avere una persona ogni giorno a casa tua, mangiare insieme, condividere anche la diversità del cibo». Si tratta delle persone uscite dai centri di prima accoglienza e che non hanno ancora un sostentamento autonomo e che trovano nelle parrocchie, nelle case dei semplici fedeli delle parrocchie, la loro «nuova famiglia». È «l’esperienza più bella», dice ancora Durando, che non trova mai spazio nei normali circuiti dell’informazione.

«Come cristiani non possiamo mai rinunciare all’accoglienza», ribadisce il vescovo Guerino Di Tora, presidente nazionale della Fondazione Migrantes, il quale sottolinea poi come il fenomeno dell’immigrazione, un «fenomeno epocale», vada «governato con lungimiranza». Perché non c’è soltanto chi dice che la misura è colma ma anche chi evidenzia come il mondo produttivo, dall’industria all’agricoltura, necessiti di nuovi contributi, «per il bene di tutti». E il mondo ecclesiale, in particolare quello delle parrocchie, ha dato e sta dando corpo a questa esigenza. «Quando ci fu l’appello del Papa all’accoglienza — ricorda Di Tora — di fronte alla difficoltà di reperire all’interno delle strutture parrocchiali dei locali idonei, in tantissimi casi, in tutta la penisola, sono stati gli stessi parrocchiani a farsi avanti, a raccogliere fondi, ad autotassarsi per affittare degli appartamenti». La concretezza della fede semplice.

di Fabrizio Contessa

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19 settembre 2019

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