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La comunità internazionale divisa di fronte a Gheddafi

· Altri bombardamenti sulle città in mano agli insorti ·

Ancora raid aerei contro lo strategico centro petrolifero di Ras Lanuf, ancora combattimenti tra lealisti e ribelli, oltre 200.000 persone in fuga dalla Libia, mentre Bengasi e le altre aree dell’est sotto il controllo degli insorti rischiano di rimanere prive di carburante nel giro di una settimana essendo oramai ferme le attività di tutte le raffinerie della regione. Le autorità di Tripoli smentiscono qualsiasi trattativa segreta, ma i ribelli — che hanno avviato contatti indiretti con gli Stati Uniti — confermano che Gheddafi sarebbe pronto a lasciare il potere a certe condizioni. Ma il tempo stringe e per mettere fine agli attacchi indiscriminati contro i civili il presidente statunitense, Barack Obama, ha parlato per la prima volta della possibilità di un intervento in Libia. La Nato si dice pronta, ma la comunità internazionale appare divisa sull’istituzione di una no-fly zone.

Intanto, primo contatto oggi tra l’opposizione libica e l’Europa: Mahmoud Jebril, già ministro della Pianificazione, e Ali Al Esawi, ex ambasciatore in India, ora esponenti del Consiglio nazionale libico creato sabato scorso a Bengasi, parleranno al Parlamento europeo di Strasburgo su invito del leader del gruppo liberaldemocratico, l’ex premier belga, Guy Verhofstadt. Dal canto suo, Mustafa Gheriani, uno dei portavoce del Consiglio nazionale libico, ha confermato oggi di aver ricevuto un contatto da un rappresentante di Gheddafi per una trattativa sulla sua uscita di scena a patto di ottenere delle garanzie sulla sua sicurezza personale e della sua famiglia.

Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, che all’Onu premono per una no-fly zone sui cieli della Libia, sperano di ottenere il via libera (o almeno l’astensione) di Russia e Cina grazie alle pressioni che il mondo arabo sta facendo in queste ore per ottenere un intervento delle Nazioni Unite contro Muammar Gheddafi. La Nato con aerei da ricognizione Awacs sta sorvegliando 24 ore su 24 i cieli della Libia e il suo segretario generale, Anders Fogh Rasmussen ha detto: «Ci stiamo preparando a ogni eventualità» ribadendo quello che sembra un ultimatum al raìs. Oggi è stata l’Organizzazione della conferenza islamica (Oci) a dirsi favorevole all’imposizione di una zona di non sorvolo sul territorio libico. «Ci uniamo alla voce della comunità internazionale nel chiedere una no-fly zone in Libia, e auspichiamo che il Consiglio di sicurezza dell’Onu faccia il suo dovere in questo senso», ha detto questa mattina il segretario generale dell’Oci, Ekmeleddin Ihsanoglu, aprendo nella sede centrale della Conferenza, nella città saudita di Gedda, una seduta di emergenza dedicata alla crisi nel Paese nordafricano.

Ma come detto ieri con chiarezza dal ministro degli Esteri russo, Serghiei Lavrov, ambasciatore all’Onu ai tempi della guerra in Iraq, Mosca rimane contraria all’opzione militare per la Libia, e sulla stessa linea appare Pechino, il cui ambasciatore Li Baodong è presidente di turno dei Quindici a marzo. E oggi il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Jiang Yu ha affermato che la Cina ritiene che il Consiglio di sicurezza dell’Onu debba intraprendere nuovi passi sulla Libia valutando «se siano utili a riportare la stabilità nel Paese» e «se possano portare a fermare le azioni violente».

Anche se non ci sono né tempi precisi né scadenze per l’esame della nuova risoluzione che Francia e Gran Bretagna, con l’appoggio degli Stati Uniti, stanno preparando in queste ore, l’idea è di essere pronti a far intervenire la comunità internazionale — e non solo la Nato — in tempi brevi, se risulterà necessario, e soprattutto se la situazione peggiorerà. La Francia, ha detto il ministro degli Esteri, Alain Juppè, sta lavorando «con i britannici per ottenere una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu per istituire una zona di non sorvolo, per evitare i bombardamenti in Libia». Il titolare del Quai D’Orsay si è così allineato sulle posizioni britanniche, che dal canto loro hanno insistito sulla necessità di un consenso che sia il più ampio possibile. Parigi chiede sin dall’inizio il coinvolgimento di Lega araba e Unione africana nella crisi libica. Proprio ieri, il segretario al Foreign Office, William Hague, ha detto ai Comuni che ci deve essere «una base legale chiara per una no-fly zone di questo tipo, e deve esserci un chiaro appoggio da parte della regione, dell’area del Medio Oriente, dalla regione nordafricana e dello stesso popolo della Libia».

Una risoluzione con una serie di sanzioni dell’Onu sulla Libia, la 1970, è stata approvata all’unanimità una decina di giorni or sono, ma non prevede l’uso di mezzi militari. Su richiesta esplicita di Mosca, che ha voluto evitare il ripetersi di uno scenario tipo iracheno, è stato espressamente citato l’articolo 41 della Carta dell’Onu, che parla di mezzi non militari. Oggi anche il il Giappone ha approvato le sanzioni contro la Libia per fermare la repressione di Gheddafi.

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