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La comunità
condizione per una seria
alternativa civile

· La crisi della società italiana e il ruolo della Chiesa ·

Intervista a Francesco Botturi

Nella conversazione sulla crisi della società italiana ed europea, e il ruolo che i cattolici possono svolgere, interviene Francesco Botturi, già professore ordinario di Filosofia morale presso l’Università Cattolica di Milano sottolineando il punto cruciale della comunità da cui è ormai improrogabile ripartire.

«Un’istanza di comunità — spiega — pare riproporsi con maggiore frequenza a fronte della difficile condizione relazionale e sociale delle nostre esistenze. L’individualismo ha vinto come modello di esistenza e come sentire comune, ma una certa coscienza del suo potere dissolutorio sembra levarsi a segnalarne gli effetti desertificanti e le patologie devastanti. Un nuovo desiderio di aggregazione e di cooperazione si fa sentire nella gente, anche in forza delle autorevoli esortazioni a comprendere che in un mondo globalizzato l’unica alternativa al collasso è la capacità di convivere e che comunque la buona vita è anche sempre condivisione».

Se questa è la strada, il cammino e il traguardo però non sono affatto scontati e semplici.

Tuttavia, non è facile ritrovare la strada di qualcosa di cui si è perduto non solo l’esercizio, ma anche il codice genetico, in una situazione socio-strutturale generale che dissimula i suoi fallimenti con un progressismo conservatore, a cui si contrappone spesso una reazione reazionaria. L’individualismo, infatti, non è solo la sedimentazione di un atteggiamento morale, ma l’esito di cambiamenti strutturali e di svolte culturali epocali che hanno plasmato la sua forma moderna: l’individuo come Cogito separato, come cittadino di fronte allo Stato, come protagonista concorrenziale nel Mercato…, d’altra parte oscillante nel suo essere un patetico soggetto autonomo assoggettato a tutti quei poteri che gli permettono di essere l’individuo individualista che vuole essere.

Anche lo stesso individualismo non è più “quello di una volta”?

Per certi versi è così. Infatti l’individuo moderno comunque si concepisce e si vive come un soggetto integro. Attivo e impegnato in un progetto di trasformazione del mondo, che attivisticamente lo collega ai suoi simili. Non così l’individuo postmoderno che, a seguito di tutte le delegittimazioni dei valori e delle verità della stessa modernità, si è riconfigurato come non più protagonista di un tutto ma come singolo separato da tutto, cioè in ultimo relazionato solo a se stesso, autoreferenziale, la cui massima realizzazione sembra essere quella di assicurarsi sempre nuovi diritti.

In tutto questo come entra in campo e svolge un ruolo cruciale il fenomeno della globalizzazione?

Nel più recente contemporaneo il gioco si fa estremo e più scoperta diviene la divaricazione fra struttura e singolo. La globalizzazione ha una diffusione anonima inedita, una capillarità nuova, un potere di condizionamento ben superiore, una anomia (forse) indomabile. La globalizzazione ha i vantaggi e la potenza della tecnologia, dilata in modo impressionante gli spazi della possibilità e ne gestisce la distribuzione dei vantaggi con calcolata scientificità e con sovrana indifferenza. Ma soprattutto si sostanzia di processi di concentrazione di risorse e di potere, richiesti dalla sua infrastruttura tecnologica per essere sempre in grado di innovare, di realizzare, di avanzare. Il tutto in una posizione di superiorità rispetto ai tradizionali poteri politici e istituzionali, che trova un limite solo nella concorrenza e nel conflitto tra le grandi concentrazioni di potere del gioco globale sempre più (anch’esso come l’individualismo) autoreferenziale.

La globalizzazione diventa perciò sempre più lo scenario della vita pubblica rispetto alla quale sembra incarnare di fatto l’idea di una nuova universalità, che sembra rispondere al bisogno di unità che l’umanità avverte al di là delle divisioni e delle guerre religiose, culturali, ideologiche, politiche. Che il mondo si globalizzi sembra dar sostegno a un sentire in cerca di nuove figure universaliste; quale potrebbe essere magari una “globalizzazione etica”, che riesca a combinare tecnologia, diritti umani, ecologia, un generico senso religioso… Una nobile aspirazione, certo, che segnala compiti storici ineludibili, ma che accetta come presupposto l’erronea e pericolosa identificazione del “globo” e del “mondo”, delle reti informatiche, finanziarie, economiche, militari che avvolgono il pianeta con gli intrecci del vivere in comune, delle relazioni, delle tradizioni, delle culture, delle nazioni, che costituiscono il mondo umano “reale”. Da questa confusione si può misurare la profondità della crisi di comunanza in cui versiamo. Insicuri o insoddisfatti dell’esperienza del vivere, sembra che si confidi anzitutto nell’esoscheletro delle strutture da cui ci si aspetta prima o poi un’autentica razionalizzazione del mondo. In fondo, lo schema di riferimento preferenziale è ancora un apparato globale che funzioni senza troppi squilibri e garantisca la soddisfazione delle esigenze, le istanze, i diritti soggettivi di un individualismo autoreferenziale che non è messo radicalmente in discussione.

Il problema è quindi innanzitutto antropologico, la domanda è “di cosa parliamo quando parliamo di soggetto umano?”.

Il quadro non può cambiare sin tanto che il fattore soggettivo non sia vissuto e concepito diversamente, come qualcuno alla cui identità è essenziale la relazione e la cui soggettività sia interpretata sempre anche come co-soggettiva. Tutto sta nel sapere se abbia fondamento pensare che l’altro mi è indispensabile e nello stesso tempo sia veramente distinto da me. Le cose migliori dell’antropologia filosofica e teologica contemporanee si sono dedicate a questo grande interrogativo, con il quale si tocca con mano l’ampiezza e la profondità dell’umano, insieme al suo essenziale paradosso e la sua enigmatica sproporzione e fragilità rispetto a se stesso; proprio quel paradosso e quella sproporzione da cui l’individualismo fugge ottusamente e che il nichilismo coerentemente vorrebbe distruggere. Da questo punto di vista infatti, diversamente da frequenti entusiasmi sentimentali, l’annuncio della costitutiva inter-soggettività del soggetto dovrebbe essere dato e ricevuto con “timore e tremore”, come cosa grande e abissale come è visibile nel fenomeno del riconoscimento tra soggetti, che comporta tanto la presenza dell’uno nell’altro, quanto la loro reciproca indipendenza (Levinas direbbe la loro assenza). L’uno nell’altro e l’uno indipendente dall’altro, che significa concepire anche la libertà come chiamata al legame restando libertà: una libertà che è anche libertà-con, fatta per essere rapporto con altra libertà; una libertà che si realizza proprio col suo interagire efficacemente con altra libertà. Si può facilmente capire da questi cenni quanto sia decisivo e impegnativo riassestare una cultura su questi parametri; quanta esperienza, quanta testimonianza, quanta educazione della cosa sia necessaria perché la mentalità cambi.

L’ambiguità presente a livello soggettivo si riverbera anche a livello comunitario, di quale comunità ha bisogno oggi la società occidentale?

Esatto. Analogamente va detto della comunità, che è logicamente la condizione per una seria alternativa civile a un mondo governato da poteri anonimi e dispotici, per la quale abbiamo bisogno anche di un pensiero adeguato. L’istanza comunitaria emerge oggi in molti contesti e in molte forme, ma anche in modo problematico perché spesso dominata da reattività, in forme di identità chiusa e contrapposta; a testimonianza del fatto che è difficile uscire dal paradigma individualistico, se ci si accomuna ripetendo collettivamente la mossa di separazione autoreferenziale tipica dell’individualismo attuale; si chiama comunità quello che è un individualismo di gruppo. In altri casi non c’è rabbia e aggressività, ma piuttosto paura oppure semplicemente un orientamento privatistico, che fa della comunità piuttosto un luogo di rifugio o di benessere. Ma anche per chi ha esperienza di vita comunitaria come normale forma di vita non sempre è chiara la natura del comunitario e quindi non si è sempre in grado di essere promotori di una cultura comunitaria.

Come è stato ricordato, l’etimologia del termine latino communitas è istruttivo, perché esprime in sintesi il costitutivo della comunità umana: cum-munus, avere in comune un munus, un bene ricevuto con il compito di preservarlo e accrescerlo; da questo tipo di avere deriva un essere accomunati, che può coinvolgere l’intera esistenza degli accomunati, di cui sono esempio paradigmatico il matrimonio e la famiglia (l’amore reciproco è il bene ricevuto, che accomuna nel suo essere accolto, coltivato e fatto “fruttare”). Da qui tutta la logica del comunitario che non nasce volontaristicamente, ma sempre in forza di una realtà terza rispetto al noi, che è anche la ragione permanente della comunità (e anche la ragione della sua decadenza se si perde il senso e il valore del bene accomunante: come un matrimonio che si riduca a proiezione di desideri o la famiglia a insieme di ruoli).

È quindi la via comunitaria la risposta umanamente possibile alle derive dell’individualismo?

Certamente ma con queste avvertenze appena evidenziate. Questa corretta visione della comunità è la vera e vitale radice anti-individualistica, che apre uno scenario umano totalmente nuovo, perché il bene che accomuna è disponibile a tutti i membri della comunità, ma non sopporta di essere appropriato da qualcuno. Il comune è regola del proprio e ha l’effetto di aprirlo oltre se stesso dandogli un nuovo significato. D’altra parte quanto più il bene accomunante è di alta qualità, tanto più la comunità nella sua stessa particolarità (di tempi, di modi, di tradizioni, ecc.) ha valore universale, di una universalità non astratta ma concreta, in grado perciò di incontrare altre comunità, e in genere altre realtà, senza doversi o doverle svuotare della propria identità. In questo senso la realtà comunitaria è paradigmatica del giusto nesso tra particolare e universale, che oggi sembra perso o obnubilato. Oggi si oscilla continuamente tra un particolarismo chiuso e un universalismo aperto e si è posti a tutti i livelli di fronte alla scelta tra due atteggiamenti astratti e incompatibili, che facilmente si irrigidiscono in modo ideologico; quando invece è evidente che i due estremi non vanno contrapposti ma composti essendo entrambi indispensabili, perché né quello che è solo chiuso, né quello che è solo aperto corrisponde al modo umano del vivere e del convivere. A riprova, né la chiusura particolarista né l’apertura universalista permettono di incontrare davvero l’altro e di evitare la sua strumentalizzazione; nel caso universalista la cosa è meno evidente, mentre è chiaro che l’apertura indiscriminata discrimina di fatto le peculiarità e le differenze (si pensi ai guasti del razionalismo e dell’Illuminismo nei loro rapporti con le culture storiche).

Al contrario la giusta pratica del vivere comune include, senza contraddizione, che la communitas non è una casa di vetro in cui tutto è trasparente e accessibile, perché ad essa corrisponde sempre anche un margine di immunitas, di protezione verso ciò che non le è omogeno, che è fisiologica nella misura in cui significa difesa nei confronti di tutto ciò che la comunità avverte come lesivo del proprio bene comune. Certo qui si corrono dei rischi involutivi o resistenze gravi all’evoluzione sana della realtà comunitaria; e contro questi rischi una sana cultura e un’autentica politica sono indispensabili. Ma è indispensabile anche sapere che una certa proporzione di comunitarietà e di immunizzazione fa parte del gioco delle realtà sociali; evita l’ingenuità — che può diventare irrealismo e ingiustizia — di pensare che tutto può o deve stare con tutto, sempre e comunque; mentre la storia delle comunità umane ha bisogno di realismo e del suo senso critico, di scambi ponderato e di pazienza, di processi storici di intesa e anche di accettazione delle eventuali impossibilità di intesa. Anche a questo riguardo la logica comunitaria ha molto da insegnare e molto va reimparato.

Che ruolo può giocare una comunità vasta e antica come la Chiesa cattolica?

È evidente che la Chiesa ha molto a che fare con la questione della comunità, essendo questa essenziale alla sua natura (comunità dei credenti) e parte integrante della sua memoria vivente e della sua sempre attuale esperienza. D’altra parte anche la Chiesa ha sempre da reimparare dai suoi princìpi e dalla sua storia, soprattutto in un tempo in cui il modo più specifico della sua esistenza storica, quello comunitario, potrebbe avere una nuova rilevanza civile. Anche in questa prospettiva la recente ripresa dell’idea e della prassi di sinodalità da parte di Papa Francesco può avere un particolare rilievo, perché c’è un’oggettiva parentela tra comunità e sinodo, essendo questo come la versione dinamica di quella: una comunità viva non può non avere come metodo un cammino condiviso convergente, insieme con le correlate condizioni strutturali (un certo esercizio dell’autorità), metodologiche (libertà di confronto, parresìa della parola, partecipazione all’esito) e morali (la necessarie virtù per un operare comune).

di Andrea Monda

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20 ottobre 2019

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