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La collegialità episcopale

· Un libro su Pietro Parente e il Vaticano II ·

Pietro Parente e il Vaticano II. La figura del porporato morto nel dicembre del 1986 — che all'epoca del concilio fu arcivescovo assessore della Suprema Sacra Congregazione del Sant'Uffizio e presidente della commissione episcopale che trattò il tema della collegialità — è ricordata in un volume curato dall'arcivescovo segretario della Congregazione delle Cause dei Santi, Michele Di Ruberto (Pietro Parente, Proposte, interventi e osservazioni nel concilio Vaticano II , Città del Vaticano, Libreria editrice vaticana, 2010, pagine 156, euro 19,50). Pubblichiamo quasi integralmente il  capitolo vi, intitolato «A proposito del cap. ii dello schema De Ecclesia », che riproduce l'intervento pronunciato nella xlVII Congregazione generale del 4 ottobre 1963.

Da Matteo , capitolo 16, appare chiaro che Cristo costituì, come roccia, a fondamento della sua Chiesa Simone, che di proposito chiamò Cefa ossia Pietra. La Chiesa tutta, dunque, nessuno escluso, si fonda su Pietro quale singolare visibile fondamento, che fa le veci del fondamento invisibile e definitivo, cioè Cristo, pietra angolare.

Di qui consegue che tutti gli altri apostoli non possono essere equiparati a Pietro, in ragione del fondamento della Chiesa, ma si può dire che essi, in linea subordinata, partecipano dell'ufficio di Pietro, dal momento che, per restare all'immagine, la ragione del fondamento di una casa spetta primariamente alla roccia, secondariamente alle parti «più profonde» delle pareti.

Nello schema, al n. 14, si afferma apertamente che l'episcopato è «il supremo grado del sacramento dell'Ordine», nel quale il sacerdozio adeguatamente e pienamente si attua, e del quale i presbiteri sono fatti partecipi. Così si dirime l'antica questione a maggiore gloria dell'episcopato.

Inoltre nello schema si indica «uno stretto vincolo» tra le due potestà, dell'ordine cioè e della giurisdizione, nel vescovo, in forza della sua consacrazione; questa affermazione è della massima importanza, sotto l'aspetto storico e dogmatico. Si sa infatti, fin dal x secolo circa, che i giurisperiti hanno distinto più del dovuto la potestà dell'Ordine dalla potestà di giurisdizione, al punto da non riconoscere al vescovo nessuna potestà di giurisdizione in forza della consacrazione: tale potestà veniva comunicata quasi dal di fuori ai vescovi dal Romano Pontefice.

Da un punto di vista dogmatico, insieme a provati autori, si può sostenere, e forse «si deve»,  che la potestà vigente nella Chiesa è di un unico genere in ragione dell'origine (Cristo) e in ragione del fine (la salvezza delle anime); questa tuttavia si divide in specie secondo gli oggetti, poiché riguarda sia i sacri mezzi di santificazione sia l'ufficio del governo di cui una società perfetta ha bisogno per vivere.

In realtà, essendo di per sé unica la potestà della Chiesa, certo complessa, che da Cristo è stata conferita agli apostoli per la redenzione del mondo, ne nasce spontaneamente che la medesima potestà nella sua essenza passi nei vescovi, che con la consacrazione sacramentale vengono costituiti successori degli apostoli. Godono dunque i vescovi, e certo per diritto divino, della partecipazione alla potestà della Chiesa (sia dell'Ordine sia della giurisdizione) a condizione tuttavia che tale potestà non si consideri mai avulsa dall'organismo della Chiesa, nel quale, per volere di Cristo, essa non ci può essere né può essere concepita indipendentemente dall'unico fondamento, che è Pietro. Pertanto la potestà episcopale promana integralmente da Cristo ( «per diritto divino»), ma non senza Pietro, poiché è potestà di quella sacra società, che Cristo fondò su di un'unica roccia, Pietro. Perciò quella potestà, pur se di diritto divino, non ci può essere né si può esercitare senza un qualche legame o consenso, esplicito o implicito, del Sommo Pontefice. Ancor più si richiede il consenso pontificio per l'esercizio della giurisdizione, che per sua natura comporta l'assegnazione dei fedeli, che nessuno può fare se non colui al quale Cristo ha affidato da pascere tutto il suo gregge.

Nondimeno affermiamo, con buona pace dei giurisperiti, che il Papa non crea la giurisdizione dei vescovi, ma decreta verso determinati fedeli l'esercizio di quella potestà, che è già nei vescovi in forza della consacrazione, almeno «in radice e virtualmente», in quanto attitudine a governare la Chiesa particolare o a partecipare all'autorità del concilio ecumenico verso la Chiesa universale, sempre in dipendenza dal Sommo Pontefice, che quella potestà mette in atto e dilata.

Lo schema riconosce apertamente il collegio degli apostoli e dei loro successori come costituito da Cristo stesso; e questo, tenuto conto delle diverse opinioni discusse, si deve tenere in grande considerazione. Ma siccome nel corso dei secoli la collegialità ha prestato il fianco ad ambiguità e financo a errori, era necessario procedere con cautela sia riguardo al nome e ancor più riguardo alla sua natura e alle sue proprietà. Passi per il nome, purché non sottintenda degli equivoci.

Ma il pericolo insito in questa materia è la relazione tra i membri del collegio e il Capo Pietro; e questa relazione è da considerare prima di tutto quanto all'essere. In realtà, essendo stata concessa e riconosciuta l'istituzione del collegio degli apostoli da parte dello stesso Cristo Signore, tutti gli apostoli, non escluso Pietro, permangono indefinitamente membri di quel medesimo collegio, sicché nessuno degli apostoli si può considerare staccato dal collegio.

Lo stato ossia la condizione di membro del collegio contrassegna certamente il sacro ministero di tutti i vescovi e del Papa stesso.

Tuttavia bisogna sempre avere presente la condizione personale di Pietro, che da Cristo fu fatto fondamento e capo di tutta la Chiesa e perciò anche del collegio apostolico; e bisogna inoltre considerare che non tutti gli uffici degli apostoli «furono trasmessi» ai vescovi.

Perciò «la ragione di membro» del collegio né supera né si può equiparare alla ragione di fondamento e di capo, e anzi vi è sottoposta sia nell'essere che nell'operare. Questa è poi la ragione per la quale nello schema si insiste abbastanza (per alcuni troppo) sulla menzione di Pietro Capo.

La potestà episcopale e la sua relazione con la potestà del Sommo Pontefice. Questo è il punto capitale di tutta la questione e dello schema stesso. Nello schema, al n. 16, si è provveduto a sufficienza a questo problema, seguendo una via di mezzo; ma, come suole accadere, la soluzione proposta non a tutti piace, sembrando troppo ad alcuni, ad altri poco.

C'è alla base un monumento dottrinale del concilio Vaticano i, dal quale a nessuno è consentito dissentire; in realtà negli Atti appare chiaro che Cristo costituì Pietro ponendolo a capo di tutti gli altri apostoli, e conferì quindi a Pietro un primato di vera giurisdizione, su tutti gli altri apostoli sia sui singoli separatamente, sia su tutti insieme; e, in secondo luogo, che tale primato passa nel Romano Pontefice. Con questi canoni in modo «pienissimo» e inequivocabile si afferma, sia richiamandosi alla sacra Scrittura sia alla tradizione, la suprema e piena potestà della giurisdizione del Romano Pontefice su tutta la Chiesa. Sebbene dunque il successore di Pietro appartenga al collegio dei vescovi, il suo primato è del tutto personale, sicché la sua persona si eleva al di sopra del collegio con la sua suprema potestà, a cui il collegio stesso è sottoposto.

Cosa dire dunque della potestà dei vescovi? Qui è il nodo! Già sopra abbiamo accennato che i vescovi, in forza della loro consacrazione, sono fatti partecipi per diritto divino della sacra potestà della Chiesa, in modo però che questa loro potestà «rimanesse» subordinata, sempre per diritto divino, alla potestà del successore di Pietro sia nell'essere sia nell'operare. Si potrebbe però chiedere «se» non sia la stessa la ragione della potestà dei vescovi presi collegialmente. Per risolvere il dubbio, è sufficiente prendere in considerazione il concilio ecumenico. Lì infatti il collegio dei vescovi è presente e agisce; ma, per ammissione di tutti, i suoi atti non possono conseguire valore autentico senza l'esplicito consenso e la promulgazione da parte del Romano Pontefice.

Pertanto la potestà, anche collegiale, non si può né separare né equiparare né sottrarre alla potestà del Romano Pontefice, perché sia valida. Di qui tuttavia non si deve dedurre che il collegio episcopale non abbia alcuna potestà propria nel concilio come se la potestà gli sia comunicata interamente dal Romano Pontefice. Vi siedono infatti i vescovi come giudici e maestri autentici della Chiesa universale; ma come nella propria diocesi così «anche in Concilio, agiscono e parlano sotto Pietro Capo».

In definitiva si può dire: in forza della consacrazione i vescovi ricevono da Dio la sacra potestà, propria della Chiesa, permanente per modo di attitudine e di virtualità, potestà che in seno alla Chiesa non può prodursi in atto legittimo indipendentemente dal Romano Pontefice, che è il fondamento e il principio attivo di unità di tutta la Chiesa. Così più o meno suona lo schema, «in cui si parla anche dell'indiviso soggetto di piena e suprema potestà per tutta la Chiesa». E questo tutela a sufficienza e rettamente la gloria, la dignità e la forza della potestà episcopale, fatta salva però, come è giusto, la dottrina definita di fede riguardo al primato del Romano Pontefice.

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14 novembre 2019

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