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La Cina chiede dialogo e flessibilità per risolvere la crisi iraniana

· Hu Jintao a colloquio con Obama frena sulle possibili sanzioni ·

La Cina insiste per il dialogo con l’Iran ed è tornata a chiedere più flessibilità per risolvere la crisi innescata dal programma nucleare di Teheran. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Yang Jiechi, nel corso dei colloqui a Pechino con il capo negoziatore sul nucleare iraniano e segretario del supremo consiglio nazionale di sicurezza, Saeed Jalili, e le sue parole sono l’ennesima puntualizzazione di Pechino che gelano le speranze dell’Amministrazione del presidente Obama di convincere la Cina a comminare nuove sanzioni al regime degli ayatollah.

Il portavoce della Casa Bianca, Bill Burton, aveva ieri esaltato come un «passo molto importante» la decisione cinese di sedersi al tavolo dei negoziati per discutere di eventuali misure punitive contro Teheran; ma le parole usate a Pechino non sembrano mostrare alcun cambio di rotta. Il ministro degli Esteri Yang ha detto che Pechino «spinge le parti in campo ad aumentare gli sforzi diplomatici e mostrare flessibilità, così da creare le condizioni per risolvere la questione nucleare iraniana attraverso il dialogo e il negoziato».

Intanto, lunga conversazione telefonica nella notte italiana tra il presidente statunitense, Barack Obama, e il collega cinese, Hu Jintao: al centro dei colloqui soprattutto l’Iran, ma anche gli impegni del g20 per garantire la ripresa economica e anche le relazioni bilaterali, messe in crisi di recente dalla visita del leader spirituale tibetano Dalai Lama a Washington.

Sulla questione nucleare, Obama — ha reso noto la Casa Bianca — «ha sottolineato l’importanza di lavorare insieme per fare in modo che l’Iran rispetti i suoi obblighi internazionali». Più in generale, il presidente americano ha rilevato la necessità che Washington e Pechino «insieme con le altre più importanti economie attuino gli impegni del g20 destinati a produrre una crescita bilanciata e sostenibile»; e ha espresso il suo apprezzamento per la decisione del presidente Hu di partecipare al vertice sulla sicurezza nucleare, il 12 e il 13 aprile a Washington, che sarà «un’importante opportunità perché i due Paesi affrontino il loro comune interesse nel mettere un freno alla proliferazione nucleare e nel proteggersi dal terrorismo nucleare».

Nella telefonata — «che è stata così lunga che l'Air Force One dal quale Obama chiamava Hu è rimasto per dieci minuti fermo sulla pista prima del decollo per permettere al capo della Casa Bianca di concludere la conversazione» scrive oggi il «New York Times» — i due presidenti hanno anche discusso dell’importanza di sviluppare «una relazione bilaterale positiva». E a tal proposito, il presidente cinese — ha fatto sapere Pechino — ha rilevato che relazioni economiche e commerciali bilaterali «stabili» e «sane» sono nell’interesse di entrambi i Paesi, ricordando l’importanza che Pechino attribuisce a questioni quali Taiwan e il Tibet.

«Hu — ha indicato il Governo — ha sottolineato che le questioni di Taiwan e del Tibet riguardano la sovranità, l’integrità territoriale della Cina, e i suoi interessi nodali, e dunque affrontare adeguatamente questi temi è la chiave per garantire lo sviluppo di relazioni sino-statunitensi fiorenti e stabili». A gennaio, l'Amministrazione di Washington aveva scatenato l’irritazione cinese con la decisione di procedere alla vendita di armi statunitensi a Taiwan e con la scelta di Obama di ricevere alla Casa Bianca il Dalai Lama.

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