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La chiusura
non è progresso

· ​Dopo gli ordini esecutivi del presidente statunitense ·

Sono perfettamente in linea con le promesse fatte durante la campagna elettorale gli ordini esecutivi che Donald Trump ha firmato appena assunta la presidenza degli Stati Uniti. Del muro al confine con il Messico ha fatto il suo cavallo di battaglia nei mesi che hanno preceduto la vittoria su Hillary Clinton. E anche la promessa di limitare l’immigrazione dai paesi a maggioranza islamica è stata uno dei punti fondanti del suo programma.

In molti avevano considerato le proposte irrealizzabili o le avevano classificate come esagerazioni tipiche del clima prelettorale. E forse anche per questo tutti i sondaggi, senza alcuna eccezione, avevano dato fino all’ultimo giorno Hillary Clinton per vincitrice nella corsa alla Casa Bianca.

Invece a vincere è stato Trump. Ma non bisogna pensare che il suo trionfo sia dovuto ai progetti di chiusura. Il candidato repubblicano è potuto entrare nello studio ovale perché ha saputo occupare uno spazio che la classe politica di Washington — non a caso indicata da Trump come il nemico numero uno — non ha saputo sfruttare. Ha elaborato cioè un programma il cui punto veramente qualificante è il recupero della produzione industriale in territorio statunitense, come risposta all’impoverimento causato dalla globalizzazione.

Solo un’analisi molto superficiale può tuttavia far pensare che la lotta alle storture di una globalizzazione mal gestita vada di pari passo con la chiusura dei confini o con la costruzione di muri sempre più alti. A dimostrarlo è la stessa storia degli Stati Uniti che hanno costruito la loro potenza economica, e quindi la loro influenza politica, grazie al lavoro degli immigrati. Che, peraltro, sono ancora una risorsa preziosa, come testimoniano le reazioni di molti esponenti di primo piano del nuovo capitalismo a stelle e strisce di fonte alla decisione di limitare l’immigrazione.

Da Tim Cook di Apple (Steve Jobs era di origine siriana) a Mark Zuckerberg di Facebook, la presa di distanza dall’iniziativa di Trump è stata unanime. Ma se non è una sorpresa che la silicon valley della California post-hippie sia per sua natura lontana dal nuovo presidente, certamente inedito è l’atteggiamento di giganti della finanza come Goldman Sachs, che annovera alcuni suoi uomini di spicco all’interno della nuova amministrazione. Ciò nonostante un messaggio è stato inviato a tutti i dipendenti per sottolineare che l’istituto «non sostiene queste politiche».

Queste prese di posizione si spiegano con la semplice constatazione che chiudere le porte agli immigrati significa privare il paese di risorse potenzialmente molto importanti. E bisogna ricordare che l’iniziativa del presidente riguarda le persone provenienti da sette paesi considerati a rischio terrorismo, con l’esclusione di quelli che intrattengono rapporti economici più stretti con gli Stati Uniti.

Certo è molto presto per parlare di un Trump isolato, e lo stesso presidente — secondo cui il blocco parziale dell’aeroporto di New York non è stato dovuto alle proteste ma a un problema al sistema della Delta Airlines — si è affrettato a sottolineare che la maggioranza degli statunitensi sta con lui. Ma sicuramente Trump dovrà tenere conto delle reazioni della società civile, giunte anche da parte cattolica, verso un’iniziativa che può non solo rivelarsi nociva per la sfera economica, ma che, per quanto concerne il rifiuto dell’accoglienza dei profughi, sembra davvero andare contro la tradizione statunitense di tutela dei diritti umani.

Durissime anche le condanne degli ambienti politici internazionali nei confronti degli ordini esecutivi del presidente. Dall’Onu all’Ue il coro è stato unanime. Ma in un mondo che tollera la persecuzione dei cristiani in Medio oriente, la tragedia dei rohingya o i fili spinati nel cuore dell’Europa davvero nessuno può dirsi innocente.

di Giuseppe Fiorentino

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22 febbraio 2018

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