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La Chiesa inquieta di Callisto

· Diffidente delle sofisticate elaborazioni teologiche ·

Tra le premesse della democratizzazione della cultura nella tarda antichità Santo Mazzarino, in un importante e tuttora attuale saggio del 1957, indicava come fattore emblematico del tempo gli eventi e le trasformazioni avvenute nella Chiesa di Roma nel corso del primo trentennio del III secolo. E particolare attenzione rivolgeva a un momento nodale nella storia della sede romana: l’ascesa all’episcopato dell’ex schiavo Callisto (217–222) in seguito alla sconfitta del suo acerrimo rivale, l’ancora anonimo presbitero — per lunga tradizione identificato con l’esegeta Ippolito — autore dello scritto antieretico Katà pason airéseon élenchos («Confutazione di tutte le eresie»).

Catacomba di san Callisto «Epitaffio di Prisca e Muses»

Alla morte di Papa Zefirino si erano consolidate a Roma due posizioni in aperto contrasto sia sul piano dottrinale sia su quello disciplinare e pastorale, sostenute dai due contendenti alla cattedra episcopale della capitale dell’impero. Callisto — e con lui per esplicita ammissione del suo avversario una parte cospicua della comunità — proponeva una chiesa “aperta” non intransigente, comprensiva verso le debolezze umane, disposta al perdono e all’accoglienza. Ippolito invece — un intellettuale colto e raffinato — aveva concepito un modello diametralmente opposto: una chiesa elitaria di perfetti e dunque severamente intransigente soprattutto sull’aspetto che più di ogni altro toccava il quotidiano cammino dei fedeli: la riammissione nella comunità per coloro che dopo il battesimo si fossero macchiati di peccati gravi.

In definitiva si confrontavano sul terreno del consenso due diversi indirizzi ecclesiali, tra loro asimmetrici anche per le posizioni dottrinarie. Ippolito si presentava come convinto paladino della sofisticata e complessa dottrina del Logos (preesistenza del Cristo); Callisto, all’opposto, come sostenitore di una posizione intermedia tra l’istanza del Cristo-Logos e l’esigenza di salvaguardare il principio dell’unicità-unità di Dio, che peraltro soprattutto a Roma monarchiani di varie tendenze vedevano potenzialmente minacciata dal possibile rischio del diteismo. La Chiesa di Callisto — come osserva Manlio Simonetti — «era una comunità che cercava di allargare al massimo le sue braccia...; e di contro era diffidente nei confronti delle troppe raffinate elaborazioni teologiche...; era una chiesa tendenzialmente “universalistica”, priva peraltro di apprezzabili esigenze culturali, come significava anche la sua cristologia monarchiana di matrice molto meno colta della dottrina del Logos: perciò una chiesa molto più “popolare” di quella di Ippolito».

Raggiunto il governo della chiesa di Roma, Callisto immediatamente si avvia a concretizzare il suo progetto, che trovava il suo fondamento teologico nel riferimento a tre passi scritturistici. L’Epistola ai Romani (14, 4) «chi sei tu che giudichi il servo di un altro» come giustificazione della non liceità a sostituirsi a Dio nel giudizio delle colpe dei fratelli; la sentenza del Vangelo di Matteo (13, 29–30) «lasciate crescere la zizzania con il grano» interpretato nel significato di non respingere anche chi dopo il battesimo fosse caduto in peccato grave; infine la ripresa dell’episodio dell’arca di Noè che, come tramandato dall’Élenchos (IX, 12, 23), per Callisto rappresenta l’icona ideale della sua chiesa: «Disse (scilicet Callisto) pure che l’arca di Noè, in cui c’erano cani, lupi, corvi, tutti gli animali puri e quelli impuri, era stata a somiglianza della Chiesa, concludendo che bisognava fosse lo stesso anche nella Chiesa. Interpretava così anche tutte le cose che riusciva ad adattare a questo. I suoi discepoli compiacendosi di questi insegnamenti continuarono a ingannare se stessi e molti altri uniche folle di costoro si riversano nella sua scuola». Per il suo acerrimo avversario Ippolito — fonte fondamentale della vicenda callistiana — il magistero di Callisto era pura eresia, veicolata da «un ciarlatano, un malvagio, un insensato, un furbetto, un empio» (Èlenchos IX, 12, 13–21). Non a caso le pagine dell’Èlenchos dedicate a Callisto (IX, 11-12) sono state titolate dalla critica come “Malefatte di Callisto”.

di Carlo Carletti

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24 maggio 2019

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