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La Chiesa
donne con uomini

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L'ultimo saggio della biblista francese Anne-Marie Pelletier: riparare il rapporto, non limitarsi a un faccia a faccia armato tra i sessi

Nel 2018 il premio Nobel per la Pace è stato assegnato congiuntamente a un uomo e a una donna, osserva la teologa e biblista francese Anne-Marie Pelletier, vincitrice del premio Ratzinger nel 2014. La donna è Nadia Murad che, come tante altre donne yazide vittime dell’Isis, è stata rapita, ridotta in schiavitù e sottoposta a violenze sessuali abominevoli. Dopo essere riuscita a fuggire grazie all’aiuto di una famiglia musulmana di Mosul, e dopo essere stata accolta in Germania, ha deciso di dedicarsi alla difesa del suo popolo. L’uomo è Denis Mukwege, medico congolese che aiuta le donne della regione di Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, vittime di stupri di guerra e di mutilazioni. «Insieme — scrive la Pelletier — sono testimoni di una resistenza di umanità più potente delle forze malvage che umiliano, asserviscono e distruggono…».

Papa Francesco saluta Nadia Murad durante l’udienza generale in piazza San Pietro (3 maggio 2017)

Questo duplice premio Nobel, contrappunto di un’attualità che mette in luce «una vera internazionale dell’umiliazione delle donne», indica un’occasione da cogliere: quella di non limitarsi a «una faccia a faccia armato tra i sessi» o «alla sola promozione della parità nella condivisione dei poteri e delle responsabilità». Perché, ed è questa la pietra angolare del suo saggio L’Église, des femmes avec des hommes, (Le Cerf, 2019), «la verità finale della nostra umanità sessuata è l’acquiescenza alla nostra comune dignità, che fa degli uomini e delle donne dei partner e dei collaboratori, alla ricerca comune della vita felice che culmina nella loro celebrazione reciproca». Una verità antropologica «che riguarda tutta l’umanità, ma che entra direttamente in contatto con ciò che è in gioco nella salvezza che la fede professa mettendo l’alleanza al centro del rapporto con Dio». Per la Pelletier è dunque urgente riparare la relazione uomo-donna. Si tratta di un lavoro in profondità in cui la Chiesa può e deve essere profetica. Non foss’altro perché Gesù dà l’esempio, nel contesto che gli è proprio, di un modo di relazionarsi con le donne inedito.

Ma come può essere profetica? Rispondendo, come fa Anne-Marie Pelletier, all’appello di Papa Francesco a elaborare una teologia «intrinsecamente femminile». «Non si tratta di saturare di femminile la verità teologica», precisa la teologa. «Sarebbe solo riprodurre in simmetria la tradizione maschile precedente. Si tratta di un’altra necessità, quella di accedere a una visione plenaria, dunque bifocale, delle cose dell’umanità e delle cose di Dio, che non è soltanto una giustizia, ma anche una richiesta di principio, dal momento che la riflessione fa riferimento a Scritture che, fin dalla loro prima menzione dell’umanità, la definiscono attraverso la sua qualità d’immagine di Dio e l’articolazione al suo interno della differenza dei sessi». Il che implica al contempo una presenza più incisiva delle donne negli ambiti di riflessione e di decisione della Chiesa e una riflessione profonda sul «segno della donna»: poiché non possono essere ordinate al sacerdozio, osserva la teologa, le donne ricordano che il sacramento del battesimo non può essere superato.

«Restituire al sacerdozio battesimale la sua centralità — prosegue — non significa che questa possa privarsi di una struttura ministeriale, dando una testa al corpo ecclesiale e assicurando una funzione di presidenza, che si occupi del servizio dell’unità e della carità. Il problema da affrontare riguarda piuttosto il posto rispettivo di ognuno dei due sacerdozi e la loro giusta articolazione per il bene della vita dei cristiani. Nel caso specifico, si tratta di far sì che le provocazioni dei tempi portino a esplicitare in modo nuovo la funzione e la necessità del sacerdozio ministeriale». Sacerdozio che si deve intendere sia come «visibilità di Colui che ha promesso ai suoi discepoli: “Sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”», sia come «supplenza visibile dell’invisibililità di Cristo entrato ormai nella sua Gloria», in questo nostro tempo «penultimo». Ecco dunque il possibile e potente «segno della donna» esplicitato come annuncio del Regno. Purché tale segno possa dirsi ed essere visto. Ne va, allo tempo stesso, della fedeltà al Vangelo e della credibilità della parola cristiana nel mondo.

di Marie Cionzynska

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