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La Chiesa
al servizio dell’educazione cubana

· Dal collegio San Giuseppe al centro Padre Félix Varela ·

A Cuba il Papa visiterà la cattedrale dell’Avana e l’attiguo centro culturale Padre Félix Varela: insieme formano un complesso architettonico edificato nel xviii secolo, importante non solo per la storia ecclesiastica della capitale, ma anche per la cultura dell’intera nazione.

In questo luogo, fino ad allora paludoso e insalubre, i gesuiti riuscirono, verso il 1752, a edificare il collegio San Giuseppe. Vi si insegnavano filosofia, grammatica e teologia e ospitava la biblioteca più importante del Paese. È stato un prezioso esempio del lavoro della Chiesa nel campo educativo, in una colonia dove i funzionari reali non si preoccupavano di formazione. La sua attività s’interruppe bruscamente nel 1767, quando i gesuiti furono espulsi da Cuba. Lasciarono inconclusa la chiesa annessa, di cui era stata portata a termine solo la cappella di Nostra Signora di Loreto.

L’edificio divenne dunque proprietà dell’arcivescovo di Cuba e si decise di rifondare lì il seminario Sant’Ambrogio, creato anni prima dal prelato Diego Evelino de Compostela. Un ordine reale di Carlo iii del 14 agosto 1768, portò alla nascita del Real y Conciliar Seminario de San Carlos y San Ambrosio, anche se in realtà non venne eretto prima del 1773. La chiesa fu completata e aperta al culto nel 1777 come chiesa parrocchiale maggiore dell’Avana, e nel 1789, quando fu eretta la diocesi di San Cristóbal de La Habana, divenne cattedrale. Vari vescovi l’hanno arricchita e trasformata fino ai giorni nostri e, per la bellezza della sua facciata barocca e per la ricchezza artistica del suo interno, è diventata uno degli edifici religiosi più importanti di Cuba e un autentico simbolo della capitale.

Nel seminario svolse la maggior parte della sua attività padre José Agustín Caballero (1762-1835), che José Martí chiamò «padre dei poveri e della nostra filosofia», poiché in lui coesistevano un’ardente carità verso i bisognosi e un attivissimo lavoro intellettuale. Aveva studiato nel centro e, dal 1785 al 1804, occupò la cattedra di filosofia, e successivamente quelle di scrittura e di teologia morale. Era un uomo semplice e umile, ma molto laborioso, membro della Sociedad patriótica dell’Avana. Scrisse anche spesso sul «Papel Periódico». Lì ebbe l’ardire di pubblicare nel 1791 il suo articolo En defensa del esclavo (“In difesa dello schiavo”) dove criticò senza timore quell’istituzione. Ma l’attività di docenza ebbe il suo periodo d’oro dal 1803 al 1832, quando la sede dell’Avana fu occupata dal basco Juan José Díaz de Espada y Fernández de Landa (1756-1832). A quel tempo venivano educati lì non solo i candidati al sacerdozio, ma anche i figli di famiglie benestanti che aspiravano a carriere secolari. L’istituto ebbe un ruolo nel rinnovamento dell’insegnamento nel Paese, come pure nel dibattito su problemi sociali. Professore emblematico del periodo fu il presbitero Félix Varela y Morales (1788-1853). In lui non c’era conflitto tra la condizione di cristiano coerente e quella di uomo pubblico che ricercava il bene comune dei cubani. Non compiamo pertanto alcuna manipolazione se lo collochiamo tra i padri della nostra indipendenza e allo stesso tempo tra le grandi figure del cristianesimo dell’isola. Formatosi in quello stesso centro, su richiesta di Espada, insegnò teologia, fisica sperimentale, psicologia, e occupò la cattedra di Costituzione per educare gli abitanti dell’Avana ai principi liberali.

Era un educatore compassionevole, ma anche audace e moderno. Non separava la fede dai doveri patriottici, perciò nella sua Cartas a Elpidio ha lasciato quella frase che oggi sovrasta l’ingresso del centro: No hay patria sin virtud, ni virtud con impiedad (“Non c’è patria senza virtù, né virtù con empietà”). È venerabile ed è in corso il suo processo di beatificazione.

Dopo la morte del vescovo Espada nel 1832, la Corona impose ai vescovi di esercitare una forte vigilanza sul pensiero liberale. Il centro dovette limitarsi alla formazione del clero e mantenersi al margine dei problemi politici più scottanti. Cessato il dominio spagnolo su Cuba nel 1898, il seminario, a differenza di altri istituti, riuscì a sopravvivere e fu riorganizzato da vescovi dell’Avana come Pedro González Estrada e Manuel Ruiz. Nelle sue aule sedettero alunni come il navarrese Ángel Gaztelu Gorriti (1914-2003), tra i principali poeti religiosi della letteratura cubana del xx secolo.

Poco dopo essere diventato vescovo dell’Avana, nel 1942, Manuel Arteaga y Betancourt constatò che l’edificio del seminario era divenuto insufficiente. Perciò decise di far costruire una nuova sede, lontana dal centro e la chiamò El Buen Pastor. La relazione con l’antico collegio sembrava definitivamente interrotta, visto che la sua sede originale poco dopo — quando Arteaga ricevette la porpora nel 1946 — fu restaurata per essere trasformata in palazzo cardinalizio. Il nuovo seminario, lontano dal rumore cittadino non seguì la sorte degli altri collegi religiosi, requisiti dalle autorità nel maggio 1961, anche se le relazioni tese di quegli anni tra la Chiesa e lo Stato portarono a una drastica diminuzione di studenti e docenti. Molti seminaristi furono mandati a concludere gli studi all’esterno oppure abbandonarono definitivamente il Paese. Un numero minimo di allievi però restò anche in quegli anni difficili.

Nel maggio 1966 il rettore di El Buon Pastor, Carlos Manuel de Cèspedes García Menocal fu informato da funzionari pubblici che aveva quindici giorni per lasciare la sede, perché l’edificio serviva a fini militari. Dato che il cardinale Arteaga era deceduto nel 1963, il palazzo era in parte disabitato e il seminario si reinsediò lì. Il ritorno apparve come un recupero della storia e si cominciò a riutilizzare l’antico nome di San Carlos y San Ambrosio.

Vi restò fino al 2010, quando il secondo cardinale cubano, Jaime Lucas Ortega y Alamino, è riuscito ad aprire un edificio moderno e ampio, che si trova a est della capitale, in una zona conosciuta come Peñalver, vicina alla Via Monumental. La vecchia sede ha detto addio per la seconda volta al seminario ma non alle sue funzioni sociali.

Proprio in quell’area è nato subito il centro culturale Padre Félix Varela, retto dall’arcidiocesi, come luogo di promozione dell’attività culturale e del dibattito tra i cattolici e il resto della società. In un lustro sono state offerte conferenze, dibattiti su temi letterari, artistici, storici, sociali e politici, come pure proiezioni cinematografiche, mostre di arti plastiche e serate musicali.

E la sua tradizionale funzione educativa è stata alimentata dall’istituzione nel 2013 di un corso di laurea in studi umanistici per laici, specialmente giovani. Grazie alla Congregazione per l’educazione cattolica si stanno gettando le basi di una moderna università cattolica che, sebbene in fase embrionale, è già il più vasto e completo impegno accademico tra quelli sostenuti, superando ogni ostacolo, dalla Chiesa locale.

Il centro è l’omaggio più utile reso negli ultimi anni al venerabile Félix Varela e un modo degno di proseguire tre secoli di iniziative educative al servizio della nazione cubana.

di Roberto Méndez Martínez
Consultore del Pontificio Consiglio della cultura

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17 novembre 2019

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