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La chiave giusta
per evadere

· Testimonianze, progetti e storie dal carcere ·

A Rebbibia il maestro Paolo De Matthaeis ha dato vita a un coro polifonico

Ai non addetti ai lavori Carlo Gesualdo fa venire in mente un poeta o uno scrittore minore incrociato per caso alle scuole medie superiori o raccontato da docenti zelanti. Per i detenuti del carcere romano di Rebibbia, Carlo Gesualdo è nome noto e a lui è stato intitolato un coro grazie all’idea «stravagante e pazza» del maestro Paolo De Matthaeis.

Un ritratto di Carlo Gesualdo da Venosa

Musicista, organista e critico musicale, direttore artistico della Cappella Musicale Costantina, ha deciso di costituire un coro nella Casa di reclusione e fornire agli ospiti nuove chiavi, «di violino e di basso, si intende» per evadere e per cambiare vita. Perché proprio Gesualdo? «Era un compositore, già principe di Venosa» spiega il maestro. «All’epoca, intorno al 1590, si macchiò di un delitto passionale: uccise la moglie e il suo amante. Nonostante l’assoluzione, decise di vivere isolato nel suo palazzo temendo le ritorsioni delle famiglie delle vittime. Questa scelta non gli impedì di coltivare la sua passione per l’arte e si circondò di poeti, musici, pittori e scultori pur continuando a comporre e a suonare il liuto».

Con il suo gruppo polifonico, De Matthaeis ha scelto di coniugare musica e spiritualità proponendo al grande pubblico una serie di concerti intitolati La Cometa che suona. «Il percorso è apparentemente alternativo — rivela il maestro — Si entra nel laboratorio corale convinti di fare esercizi, tecnica, canto e si finisce col parlare di tutto. Fatti di vita vissuta, attualità, politica, società. Il tutto a due passi dalle note e dalle righe dei pentagrammi. Insisto molto sul significato delle parole, da dove arrivano, a cosa servono. Con il passare dei mesi il gruppo trova un terreno comune entro il quale confrontarsi. Anche i più timidi hanno l’opportunità di intervenire e raccontarsi».

Fin qui l’approccio e la fase esplorativa. Ma come si arriva alla musica? «Si prende in mano uno spartito e si comincia a familiarizzare con i simboli delle chiavi, con le note, gli accordi, l’intonazione». Convincerli a cantare non è certo compito facile, soprattutto quando la preparazione è finalizzata a una esibizione in pubblico. «Gli parlo di composizione come fosse un allenamento in palestra, correggo gli errori e aggiro gli ostacoli come se ci si trovasse in un’aula di tribunale ad affrontare la propria causa. Così la musica è diventata parte integrante della loro giornata e molti ormai scrivono e compongono» rivela Matthaeis, aggiungendo che «durante i concerti gli applausi dei loro compagni rappresentano lo stimolo più importante per andare avanti e per poter continuare questa esperienza nella loro isola felice».

La giornata dedicata al coro è il venerdì. Alle 11 tutti in un’aula, appositamente dotata di lavagna, gesso e di una tastiera. I detenuti scelgono liberamente se partecipare o meno, ma tanti, dopo il passaparola e le esperienze pregresse vincenti, sono sempre più attratti dagli incontri. Tanto è vero che all’ora stabilita sono sempre di più i ragazzi che si presentano davanti alla porta dell’auletta al fianco della quale, «non a caso» c’è un mosaico raffigurante il volto severo di Beethoven.

«L’attività prevede un giro di presentazioni nel caso ci fossero nuovi arrivati e una rapida introduzione che nel tempo viene affidata ai veterani che illustrano il programma di lavoro ai nuovi» riprende De Mattheis. «Alcuni portano i loro contributi, le composizioni, le canzoni che rapidamente vengono analizzate e trasformate in materiale di studio. Si propongono piccoli esercizi per la mente, scioglilingua e tecniche di memorizzazione finalizzate alla lettura rapida. Periodicamente le nostre chiacchierate vengono corredate da musiche d’autore. Non mancano anche i passaggi per contestualizzare e ripercorrere le tappe che hanno ispirato un musicista a scrivere una partitura».

Le difficoltà per il maestro non sono tanto legate alla scarsa conoscenza della musica, quanto ad altri fattori per lo più legati all’ambiente di provenienza dei singoli detenuti. «Gli stranieri incontrano più ostacoli a causa della limitata conoscenza della lingua. Il segreto è tutto nella individuazione di un canale comunicativo efficace soprattutto con gli elementi più difficili. È lì che si ottengono i risultati più belli e soddisfacenti» commenta.

Ma serve davvero la musica in carcere? «È un pretesto artistico per mettersi in discussione. Un modo per ritrovarsi a ragionare, trovando insieme argomenti. L’arte, opportunamente spiegata e condivisa, serve a riproporre i valori nobili dell’ascolto reciproco e del dialogo. In musica, in ogni composizione ogni voce entra al momento giusto alla ricerca di un legame armonico forte. L’esperienza corale permette di dare colore agli insiemi, la condivisione delle partiture, la scrittura dei propri brani e la conoscenza della composizione aiuta a evadere, immaginando un mondo diverso» rileva De Mattheis.

L’obiettivo ambizioso del coro è quello di mettere mano al patrimonio musicale polifonico italiano. In un colpo solo grandi nomi della letteratura cadono nelle note di Monteverdi, dello stesso Gesualdo, Arcadelt, Palestrina che orchestrano Tasso, Rinuccini e Petrarca. «Autori classici, autori importanti che sembrano scomparire da un momento all’altro nella società in cui viviamo. Non possiamo perderli e quelli del Coro Gesualdo di Rebibbia ne sono consapevoli» incalza il maestro. «Attualmente lavoriamo su Banchieri (La Pazzia Senile), Monteverdi (Lamento della Ninfa e altri madrigali) ma non disdegniamo brani di carattere sacro tra i quali ogni tanto affiorano canti alpini e melodie moderne».

Il venerdì a Rebibbia è ormai un giorno particolare, soprattutto perché ci si sta preparando ai grandi appuntamenti di Natale (29 novembre e 13 dicembre) che vedranno anche la partecipazione dei familiari del Coro Gesualdo. «È un percorso particolare che serve a scegliere la chiave giusta senza la quale il cassetto non si apre. Un cassetto pieno di ricordi, di affetti, di sogni che i detenuti ritrovano e condividono cercando le affinità immaginando un contesto diverso ma non impossibile. Un mondo fatto di suoni, gli stessi che ci circondano e che per noi liberi hanno poco senso, per loro ristretti diventano motivo di riscatto».

di Davide Dionisi

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21 settembre 2019

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