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La cecità
dell’homo photographicus

· ​Uso e consumo delle immagini al tempo di internet ·

«Un nuovo rinascimento della fotografia»: è quanto annuncia enfaticamente la recente pubblicità di una nota marca di telefoni cellulari nel presentare l’ultimo gioiello della casa: uno smartphone con tripla fotocamera posteriore, potenziata da un’intelligenza artificiale. Prima si vendevano cellulari in grado anche di scattare foto. Oggi si vendono macchine fotografiche che telefonano. È un segno dei tempi, emblematico di una società in cui il culto dell’immagine ha preso il sopravvento, frutto della seconda rivoluzione digitale, caratterizzata dalla supremazia di internet e dei social network. Il villaggio globale vive in una “iconosfera”. Facebook, Google, Twitter, Instagram, Snapchat sono i nuovi mediatori della realtà e ci hanno trasformato in voyeur, in persone che osservano le vite di altri, ma delle quali finiamo nostro malgrado per sentirci coprotagonisti. 

Il consumo esasperato di prodotti di telefonia mobile, con una obsolescenza — persino programmata — che si valuta in pochi mesi e che genera una frenetica corsa all’ultimo modello, sempre più performante, ha modificato il nostro modo di essere e di rapportarci al mondo. L’eccesso di immagini generato da questo vortice alimentato dalla rete sta facendo sì che le immagini stesse abbiano modificato la propria natura. Tutto ciò apre a riflessioni inedite sull’essenza e sul ruolo della fotografia, ma pone anche nuove sfide, tutt’altro che semplici da affrontare. Riflessioni e sfide che sono l’oggetto dell’interessante libro di Joan Fontcuberta La furia delle immagini. Note sulla postfotografia (2018, Torino, Einaudi, pagine 233, euro 22), che cerca di dare un senso a questa asfittica massificazione iconografica, ma anche di fornire i criteri per gestirne il flusso inarrestabile.
Fotografo, studioso e critico, Fontcuberta sposta l’attenzione sui modi in cui l’immagine ci riguarda e ci colpisce, sottolineandone la prospettiva sociologica e antropologica. E parte da una domanda: «Dobbiamo chiederci se questa dilagante miriade di fotografie non costituisca in realtà una sorta di metastasi». Un cancro sviluppatosi probabilmente con il primo obiettivo montato su un telefonino, ma che aveva avuto origine con il montaggio del primo sensore digitale su una macchina fotografica, soppiantando la vecchia pellicola e dando così il via alla rivoluzione e, di conseguenza, all’era della postfotografia. L’homo photographicus, la specie verso la quale ci siamo evoluti, secondo la definizione dello studioso, vive ora in un mondo in cui «per la prima volta siamo produttori e consumatori di immagini». Immagini che non sono più una mediazione con il mondo quanto la sua materia prima, nonostante siano sempre più sfuggenti e quindi difficili da controllare.
La postfotografia, per Fontcuberta, «fa riferimento alla fotografia che fluisce nello spazio ibrido della socialità digitale e che è conseguenza della sovrabbondanza visuale». Non siamo in presenza dell’invenzione di un procedimento, ma della demolizione di una cultura, ovvero «lo smantellamento di quelle modalità visive che la fotografia ha imposto in maniera egemone per un secolo e mezzo». E per rendere meglio il concetto, lo studioso fa il paragone con un altro passaggio all’epoca rivoluzionario. «La fotografia — spiega infatti — ha solo provocato nella pittura un cambio di rotta, ma non l’ha espunta dalla mappa; tutto il contrario di ciò che è successo tra la postfotografia e la fotografia, perché quest’ultima sembra essere stata fagocitata». Almeno per come l’abbiamo conosciuta fino a ora.
L’avvento del digitale ha posto anche il problema della manipolabilità della foto, che ha portato con sé uno scetticismo generalizzato sulla veridicità dell’immagine e quindi una rescissione del contratto sociale con la fotografia finora accettato, basato sulla fiducia nella nozione di traccia fotografica. Certo, si manipolava anche nella camera oscura, ma oggi le possibilità sono praticamente infinite.
Nell’era della postfografia, scrive Fontcuberta, il mondo si è trasformato in uno spazio dominato dall’istantaneità, dalla globalizzazione e dalla smaterializzazione dell’autorialità nel momento in cui le nozioni di originalità e proprietà stanno scomparendo. Oggi chiunque può appropriarsi facilmente di un’immagine altrui. Il motto sembra essere: condividere è meglio che possedere.
Ma viviamo anche in un mondo caratterizzato da una «modernità accelerata e intensificata, nella quale l’urgenza e la quantità diventano qualità». Lo studioso propone al riguardo l’esempio di uno dei principali giornali di Hong Kong. Nel 2010 ha licenziato i suoi otto fotografi locali e fornito di macchine digitali un gruppo di corrieri che consegnavano pizze a domicilio. Motivo? Arrivavano prima. In sostanza è passata l’idea che vale più un’immagine incerta presa da un amatore nel momento clou piuttosto di una foto perfetta ma inesistente come notizia perché tardiva. «Da questo recente esempio di darwinismo tecnologico — chiosa Fontcuberta — si desume un cambio di canone nel fotogiornalismo: la velocità prevale sull’istante decisivo, la rapidità sulla raffinatezza».
Fotografare è per tutti una nuova forma naturale di relazione con gli altri. In questo contesto il fenomeno dei selfie costituisce un sintomo significativo, che «dichiara la supremazia del narcisismo sul riconoscimento dell’altro». «Queste fotografie — spiega l’autore — non sono ricordi da conservare ma messaggi da inviare e scambiare» e «continuano ad alimentare la necessità psicologica di accrescere l’affermazione di sé».
Le conclusioni non sono rassicuranti. Come sostiene il critico dell’arte José Luis Brea, citato da Fontcuberta, «in gran parte le immagini elettroniche possiedono la qualità delle immagini mentali. Appaiono in luoghi dai quali scompaiono immediatamente dopo. Sono spettri, puri spettri, alieni a ogni principio di realtà». Non esistono, scompaiono, nessuno le ricorda. Vivono il tempo di una visualizzazione, di un fugace like. Cosicché oggi le immagini icona, quelle che si imprimono nella memoria collettiva, sono sempre più rare.
Allora in che cosa consiste il valore di una fotografia in un contesto in cui tutti sono fotografi? Per l’autore, «nella capacità di dotare l’immagine di uno scopo e di un senso, di fare in modo che sia significativa», ovvero utile a un determinato uso. Ne consegue che «l’autorialità — l’artisticità — non affonda più le sue radici nell’atto fisico della produzione, ma nell’atto mentale di normare i valori che possano contenere o accogliere le immagini: che sono sottesi o che gli sono stati conferiti». Per i fotografi “veri” la sfida è riuscire a trovare rotte nuove, per la verità non facili, ma in grado di farli emergere da questo oceano che inghiotte tutto. E In tal senso è spesso utile uno sguardo esterno, capace di offrire una prospettiva altra e di costruire un discorso laddove c’è sostanza ma in un apparente vuoto di programma. Tuttavia c’è un altro filone interessante per la foto d’arte: quello dell’esplorazione del web (e degli archivi) per una operazione di ri-mediazione. È il caso, per esempio, delle opere di fotografi che in realtà non fotografano ma creano con le immagini di altri.
La massificazione delle immagini ha dunque sconvolto le regole con cui ci relazionavamo con esse. Il rischio è che gli effetti di tale massificazione ci sfuggano di mano. «In un momento in cui l’immagine costituisce lo spazio sociale dell’uomo — è il suggerimento di Fontcuberta — non possiamo permetterci che vada fuori controllo, non possiamo permettere che le immagini diventino furiose e reagiscano contro di noi». Come dire: abbiamo perso la sovranità sulle immagini, dobbiamo recuperarla. Una visione forse troppo apocalittica, certamente provocatoria, sulla quale sarebbe però bene riflettere. Se non altro per rieducarci a guardare.

di Gaetano Vallini

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14 ottobre 2019

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