Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

​La casa degli spettri

· ​Brama di successo e vena malinconica in Katherine Mansfield ·

Il suo unico sogno era diventare una scrittrice, e per realizzarlo doveva raggiungere un luogo in cui il suo talento sarebbe stato adeguatamente apprezzato. Ecco allora che Katherine Mansfield, non ancora ventenne, lasciò la Nuova Zelanda, nell’estate del 1908, per salpare alla volta dell’Inghilterra. 

La scelta, assai coraggiosa per quel tempo, soprattutto per una donna, si rivelò giusta: è lì infatti che il suo sogno fu coronato e la sua penna elogiata oltre ogni più rosea previsione. Ma, come spesso accade, anche nelle imprese più belle è dato di riscontrare il rovescio della medaglia. Una volta in Gran Bretagna, la scrittrice, pur felice del successo letterario conseguito, cominciò ad avvertire sempre più intensamente la nostalgia di casa. Quella Nuova Zelanda che da giovanissima le era sembrata una sorta di gabbia da cui fuggire per dare libero sfogo alla sua incalzante immaginazione, cominciò a cambiare volto: la patria non era più ostile ma, al contrario, veniva assumendo i connotati di un grembo materno cui ritornare, una volta che si è diventati un po’ più maturi e un po’ più saggi.

Questo duplice itinerario dell’anima viene ripercorso nel libro di Kirsty Gunn, My Katherine Mansflied project (London, Notting Hill Editions, 2016, pagine 139, 14,99 sterline). Una particolare curiosità deriva dal fatto che l’esperienza della stessa autrice si sovrappone a quella di Mansfield: anche lei è neozelandese e anche lei è emigrata nel Regno Unito nella speranza di conferire al suo lavoro maggiore visibilità.
Il volume, nel rivisitare gli avvenimenti della scrittrice, che morì di tubercolosi a Fontainebleau, si trasforma pagina dopo pagina in una profonda meditazione sul significato della casa, intesa come luogo di pace, in cui si disciplinano e si sublimano anche i sentimenti «più riottosi e più insofferenti». E se da principio il focolare domestico poteva, anche a ragione, essere percepito come un ostacolo alle proprie legittime ambizioni, esso — nel volgere degli anni e degli accadimenti — immancabilmente si riscatta, imponendosi come ineludibile luogo di ritorno a chi lo aveva vissuto come un peso, se non come una condanna.
La fama di Katherine Mansfield si lega in particolare ai racconti brevi: la prima raccolta, In a German Pension, fu pubblicata nel 1911. In essi vibra un coro di affetti e di levigate sensibilità che richiamano, in filigrana, la dimensione malinconica che tanta parte ebbe nella narrativa di Ănton Cechov, da lei sommamente ammirato.
E il suo delicato sentire non poteva non sperimentare un suggestivo impatto una volta che Mansfield entrò in contatto con un’altra scrittrice che riconosceva nella psicologia degli affetti un punto fermo della vita e della letteratura: Virginia Woolf. In questo scenario la casa nativa, che mai più rivedrà, svolse un ruolo cruciale, con il suo bagaglio di dolore, nella scrittrice neozelandese: tornare con successo al passato non è mai possibile, perché con il corrosivo scorrere delle ore e degli anni non si è mai più quelli di prima. E se si riprende la via di casa, scrive Kirsty Gunn, si rischia una delusione cocente, perché anche la casa stessa è destinata a essere trasformata — col rischio di diventare un’entità estranea — dall’impietoso fluire del tempo.
Ma nonostante ciò — ed è in questo snodo che si misura la statura di un sentimento autentico — l’anelito a «rifondersi» nelle mura domestiche conserva intatti slancio e vigore, per non languire mai. 

di Gabriele Nicolò

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

25 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE