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La «Caritas in veritate»  e l'abc della buona finanza

· Oltre il rituale dei commenti borsistici ·

È sempre più difficile sopportare il quotidiano rituale dei commenti ai dati borsistici, valutari, finanziari: c'è molta crisi in Europa; oggi un po' meno, perché la borsa sale, domani invece un po' di più. La gravità della crisi attuale si misura non tanto dalle turbolenze dei mercati finanziari — delle quali si parla fin troppo — quanto dalle condizioni di oggettiva difficoltà in cui versano molte persone: lavoratori o disoccupati che faticano a sbarcare il lunario, imprenditori che non hanno i mezzi finanziari per realizzare opere di sviluppo. C'è tanto bisogno di una finanza amica della persona, eppure prevale il tecnicismo, concentrato sugli indicatori di brevissimo periodo, come se ciò bastasse a cogliere il perché degli eventi. Paradossalmente, si sta ripetendo — col segno contrario — lo stesso errore dei lunghi anni di superficiale euforia precedenti l'irrompere della crisi del 2007-2008. Si era parlato giustamente, a proposito di quegli anni, di un sonno della ragione. L'impressione è che dal quel sonno non ci si sia ancora risvegliati.

Eppure, la realtà è testarda. Continua a ricordare l'umiltà necessaria per cercare di capire davvero qualcosa della realtà stessa, smascherando di volta in volta gli errori che discendono dalla presunzione di aver già capito abbastanza.

C'è bisogno di una «ragion pratica» adeguata alla sfida della crisi, come richiamano due recenti osservazioni. La prima è contenuta nel feroce sottotitolo dell'articolo Fear returns («Torna la paura») dell ' «Economist» del 27 maggio scorso, che costata: « Governments were the solution to the economic crisis. Now they are the problem » («I Governi erano la soluzione della crisi economica. Ora sono il problema): in effetti ancora molto poco si sa dell'intreccio fra Stato e mercato. La seconda citazione è tratta da un commento di Paul De Grauwe, economista di chiara fama: « If financial markets and rating agencies were so spectacularly wrong prior to the crisis, when they underestimated risks, why would they be right now? » («Se i mercati finanziari e le agenzie di rating si sono spettacolarmente sbagliati prima della crisi, quando hanno sottostimato il rischio, perché dovrebbero avere ragione adesso?»).

«For a successful technology, reality must take precedence over public relations, for nature cannot be fooled » («Perché una tecnologia abbia successo, bisogna che la realtà abbia la precedenza sulle pubbliche relazioni, in quanto non si può imbrogliare la natura»), ha recentemente detto Richard Feynman, premio Nobel per la fisica nel 1965, a proposito della chiazza di petrolio nel Golfo del Messico. Ma le sue parole ben si adattano anche all'economia e alla finanza. La natura della finanza va capita a fondo, per attuare misure adeguate di politica economica, di regolamentazione e di riforma delle istituzioni di governance europee e globali.

Ha davvero ragione Benedetto XVI, quando nella Caritas in veritate — che va letta e riletta — invita scienziati e tecnici a riappropriarsi del significato pieno della libertà di ricerca come «risposta all'appello dell'essere» (n. 70); invita a studiare con «amore intelligente» (n. 66) la realtà, considerando tutti i fattori in gioco. Se di mercati finanziari si parla, vanno visti per quello che sono, senza accontentarsi di letture tecnocratiche che esplorano il come , ma non considerano i tanti perché che spingono l'uomo ad agire (n. 70).

Il mercato, infatti, «non esiste allo stato puro. Esso trae forma dalle configurazioni culturali che lo specificano e lo orientano» (n. 36). Per un'economia e una finanza veramente «amiche della persona» occorre «il rispetto di esigenze intrinseche alla loro stessa natura» (n. 45). Non bastano gli appelli all'etica: è necessario rimettere a fuoco, con libertà e determinazione, le domande elementari. A cosa serve la finanza? Qual è la sua natura? In che senso può essere «amica della persona»?

Essenzialmente, fare finanza significa convogliare i risparmi di chi non consuma tutte le sue risorse verso altri soggetti, i quali si impegnano a realizzare un'opera utile a rispondere ai bisogni, propri o altrui. Così si cresce, così ci si sviluppa. Oggi, nel mondo c'è un grande bisogno di finanziare una crescita buona, che serva il «fare, conoscere e avere di più, per essere di più» ( Populorum progressio , n. 6, Caritas in veritate , n. 18). Tanti bisogni essenziali a una vita degna sono ancora da soddisfare.

Ma se ci sono bisogni, per definizione c'è anche lavoro. Il test di una finanza amica della persona è che crei lavoro. Tutti sono chiamati a realizzare questa finanza, i risparmiatori certo, ma soprattutto chi ha più potere: gli operatori finanziari, le imprese dell'economia reale, le pubbliche istituzioni. Occorre lavorare instancabilmente perché tutti possano lavorare. Gli strumenti tecnici e le regole istituzionali saranno sempre imperfetti, sempre da riformare in un mondo che cambia. Ma saranno utili, se rispetteranno le esigenze intrinseche alla natura dell'economia e della finanza.

Fra le esigenze spicca quella di tempo. Realizzare un'opera di sviluppo chiede tempo. La finanza è fatta per attraversare del tempo, con un patto fra chi risparmia e chi investe. Serve allo sviluppo se è un patto robusto, capace di tenere anche quando l'incertezza del futuro mostrerà il suo aspetto problematico. Non c'è modo tecnicamente perfetto di disegnare quel patto. Le parti non possono che agire sulla base delle loro aspettative, facendo anche i conti con le asimmetrie informative tipiche della finanza: c'è sempre il dubbio che l'altra parte menta o riveli solo parzialmente, in maniera strategica, le proprie informazioni. La finanza buona che serve lo sviluppo riposa sulla ragionevole speranza che il patto tenga.

È importante notare come la dimensione relazionale sia intrinseca a tutta la finanza: quella che serve, e anche quella che fa danni. La finanza è un patto fiduciario fra persone, che realisticamente risente della loro «natura ferita» ( Caritas in veritate , n. 34). La qualità della relazione decide della qualità della finanza. La finanza per lo sviluppo non può, se non in rarissime situazioni, essere affidata a meccanismi impersonali: essa presuppone un forte legame fiduciario. Non a caso, l'espressione dare credito ha due significati: ti presto denaro, ma anche ti credo. Esistono sostituti — spesso scadenti — delle relazioni fiduciarie, quale la reputazione; ma l'uso meccanicistico della reputazione, come se fosse un'informazione oggettiva e anonima distorce gli incentivi delle parti e crea una trappola che porta alla crisi: semplificando la fase di erogazione del credito, facilita l'eccessivo indebitamento di soggetti la cui qualità viene sovrastimata per favorire il business. Si pongono così le basi per un repentino crollo quando la qualità del debito si dimostra scadente. Promuovere uno spazio negoziale anonimo e oggettivo genera una sorta di «irresponsabilità diffusa» nei mercati finanziari; si appiattisce l'orizzonte temporale degli agenti, disposti ad assumere solo posizioni di breve o brevissimo orizzonte (n. 32).

È irrealistico guardare alla crisi finanziaria e istituzionale odierna come a un problema che ha cause e soluzioni tecniche, così come valutare l'efficacia degli interventi in una prospettiva di corto respiro. Oggi, i prodotti finanziari pubblici e privati e i luoghi dove si scambiano sono diventati anonimi e temporalmente piatti a causa di una precisa opzione culturale, che ha assolutizzato la dimensione tecnica della finanza. «Quando prevale l'assolutizzazione della tecnica si realizza una confusione fra fini e mezzi, l'imprenditore considererà come unico criterio d'azione il massimo profitto della produzione; il politico, il consolidamento del potere; lo scienziato, il risultato delle sue scoperte» (n. 71). In campo finanziario, sono successe tutte e tre queste cose. La natura elementare del rapporto finanziario ci porta invece a riscoprire l'abc della buona finanza, buona in tutti i sensi: perché rende ai risparmiatori in modo sostenibile, e buona perché sostiene lo sviluppo (n. 27).

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25 agosto 2019

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