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La carità al tempo dei social

· Intervista al segretario del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale ·

L’elemosina, la condivisione, la cura dei sofferenti, ma anche l’impegno politico e le relazioni nelle reti sociali: sono tanti gli ambiti in cui è possibile vivere la carità nel tempo quaresimale. Ne parla in questa intervista a «L’Osservatore Romano» monsignor Bruno-Marie Duffé, segretario del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale.

Nel periodo quaresimale si raccomanda la carità. Che legame esiste tra carità e penitenza?

La Quaresima è un tempo di conversione. Ritorniamo alla fonte della nostra fede e percorriamo questi quaranta giorni lasciandoci toccare dalla parola di Dio. La carità — agàpe — è l’amore che viene da Dio. Ci chiama e ci porta a imparare di nuovo ad amare gli altri, nel rispetto e con umiltà. La penitenza è l’atteggiamento con cui riconosciamo di non amare. Si può dunque dire che la carità è l’espressione della nostra conversione: passiamo dall’egoismo all’incontro. Questo passaggio — dalla morte alla vita — attraverso l’amore dei fratelli e delle sorelle, è al centro dell’esistenza cristiana e prosegue ovviamente ben al di là del tempo di Quaresima. Prosegue ogni giorno come un cammino di rinnovamento, con la grazia di Dio. Le tre esigenze proposte per il tempo di Quaresima — la preghiera, il digiuno e l’elemosina — culminano nella pratica del perdono che è espressione dell’amore più grande: dobbiamo riconoscerci peccatori dinanzi a Dio e chiedere perdono a colui o a colei che abbiamo ferito. Dio è il nostro perdono e ci porta a vivere il perdono tra di noi.

L’elemosina è spesso soltanto uno modo per “lavarci la coscienza” di fronte ai poveri. Come far diventare la solidarietà uno stile di vita?

Ciò che dà senso all’elemosina è lo sguardo che offriamo, prima dell’aiuto materiale che possiamo apportare a chi è nel bisogno. È il cuore a offrirsi e a offrire; il sostegno materiale è l’espressione di un’umanità che si dona con gioia. La “buona coscienza” consiste nel donare senza mettere nel nostro dono quell’amore che solleva e unisce. La “buona coscienza” è rivolta verso se stessa: l’amore autentico si rallegra d’incrociare lo sguardo dell’altro. La solidarietà è in effetti l’esperienza di essere toccati da ciò che vive l’altro: la sua storia, la sua sofferenza e la sua speranza. Possiamo così dire che l’elemosina è una condivisione e che ognuno offre all’altro, attraverso il suo sguardo, il suo cuore e la sua mano aperta, di che vivere e di che continuare il cammino. Il “poco” che offriamo diviene segno di fraternità, ispirata dall’amore sovrabbondante di Dio Padre. La solidarietà diventa uno stile di vita quando accettiamo di incontrare e di avvicinarci a chi non conosciamo. Essa fa di ogni uomo un messaggero di luce e di speranza. Donando, nel gesto dell’elemosina, riceviamo ciò che l’altro ha dentro di sé e viviamo la gioia dello scambio. Di fatto, nessuno è troppo povero per non avere nulla da offrire. Detto questo, è comunque sempre importante collegare l’elemosina alla preghiera e al digiuno.

Una delle opere di carità è anche quella di portare il Vangelo ai sofferenti. In che modo si può combattere la cultura dello scarto che apre la porta all’eutanasia?

Non bisogna dire «anche» ma «essenzialmente»: il Vangelo è «il lieto annuncio ai miseri»: «la scarcerazione dei prigionieri», «la luce ai ciechi», «la consolazione a tutti gli afflitti», per riprendere le parole del libro d’Isaia che Gesù presenta come il compimento della sua missione. Prima di ogni altra cosa, il Vangelo è una consolazione, una cura per ogni persona che soffre. Si tratta dunque, per ogni battezzato, di “stare vicino” a quanti soffrono, a causa della malattia, della violenza o della solitudine. Non si tratta tanto di parlare quanto di essere lì per condividere il momento dell’ascolto. Lo sappiamo, quell’istante ci fa guardare la vita come un’opportunità, anche quando facciamo l’esperienza dei nostri propri limiti. È mano nella mano che compiamo il passaggio verso la Vita. Non c’è altra via per combattere quella che chiamiamo “la cultura dello scarto”, che scoprire, fino all’ultimo momento della nostra esistenza, che la persona ha qualcosa da offrirci e noi abbiamo qualcosa da condividere con lei. E quando alcuni sono abitati da un desiderio di morte, spetta a noi, con dolcezza, trasformarlo in un desiderio d’amore.

«Guarite i malati» è un comandamento di Gesù. La Quaresima può essere un’occasione per riscoprire questa forma di carità?

Questa domanda ci porta a chiederci che cosa vuol dire “guarire”. Si tratta di prendersi cura dell’altro e di suscitare in lui una speranza più forte della sofferenza. È giusto dire che “guarire” è una forma particolare di carità, intesa come un amore di predilezione. La Quaresima è un tempo per riscoprire quanti sono “in sofferenza”, vale a dire in solitudine e in attesa. Si è sempre soli quando si soffre, perché malati o perché emarginati. Ma “essere in sofferenza” è anche “essere in attesa”. La chiamata che Gesù ci rivolge consiste dunque nell’essere sensibili verso colui o colei che è in attesa del gesto d’amore che ridona vita. Certo, si ricerca sempre la guarigione del corpo, ma non c’è guarigione senza attenzione e delicatezza verso colui che ci sta “vicino”. La carità che viene da Dio ci ispira la giusta presenza che ama, rassicura e apre alla fiducia condivisa. Fiducia vuole dire “io credo con te”.

Paolo VI ha ripetuto più volte che «la politica è la più alta forma di carità». Crede che la presenza e l’impegno dei cattolici siano necessari in politica?

A volte si attribuisce questa frase a Pio XII, altre a Paolo VI. Entrambi i Papi hanno sottolineato l’importanza dell’impegno dei cattolici nella città e nella vita politica. Questa presenza non è solo necessaria, è anche indispensabile. Per due motivi principali: uno riguarda la realtà della vita politica, luogo della deliberazione e della decisione che coinvolge il futuro della comunità umana; l’altro è proprio che Cristo invia i suoi discepoli affinché offrano la pace a «ogni casa» e rivelino a ogni membro della comunità il talento e la promessa che ha in sé. C’è dunque un legame molto stretto tra l’annuncio del Vangelo e la partecipazione alla costruzione di una società di giustizia e di fraternità. La politica non si riduce mai né all’esercizio del potere né alla gestione delle istituzioni: essa è il luogo della parola, della promessa e del perdono, senza i quali non ci può essere un futuro condiviso. I battezzati sono inviati nella vita collettiva per essere servitori della Parola donata, della giustizia che è la condizione della pace, e del perdono che offre possibilità di un futuro insieme. Paolo vi insisteva nel dire che questo impegno dei cristiani si fonda sul riferimento al Vangelo, sul bisogno di un’analisi comprensiva delle situazioni e sui principi della dottrina sociale della Chiesa: dignità di ogni persona, responsabilità condivisa, solidarietà e bene comune, attenzione primaria verso i più poveri.

Oggi l’uso delle reti sociali riduce le possibilità reali di incontro e di condivisione. Si può vivere la carità anche attraverso questi strumenti?

Ciò che vale per qualsiasi strumento vale anche per la tecnologia contemporanea: può essere uno strumento per la vita o uno strumento per la morte. Dipende dall’uso che ne facciamo e dalla padronanza che ne abbiamo. È giusto dire che l’uso delle reti sociali può essere negativo: ci può persino portare a emettere e a trasmettere menzogne che sono fonti d’ingiustizia, e addirittura di violenza. Ma bisogna anche dire che l’uso di questi mezzi può sostenere la conoscenza reciproca e la solidarietà. Può anche salvare vite se fatto in modo corretto. Il che significa mettere lo strumento al servizio dell’incontro. Noi abbiamo bisogno, come propone Papa Francesco, di sviluppare una “cultura dell’incontro”. Il punto centrale è allora sapere come restare padroni delle nostre conoscenze e dei nostri obiettivi. È chiaro che spetta a noi — a ognuno e tutti insieme — ricercare il bene e rifiutare il male. Un messaggio violento o una falsa informazione possono uccidere, lo sappiamo, ma una parola d’incoraggiamento può salvare e rendere liberi. Il periodo della Quaresima è anche un periodo di riflessione sull’uso che facciamo dei beni di cui disponiamo. È necessario un discernimento. A volte anche un “digiuno” dal telefono o dal computer può permetterci di ritornare all’ascolto interiore di Dio, per un’attenzione rinnovata nei confronti di ogni persona.

di Nicola Gori

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16 luglio 2019

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