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La candela di Josqa

· ​Con la messa al Rizal Park si è concluso il viaggio nelle Filippine ·

Un fiume di candele accese hanno illuminato domenica il percorso compiuto dalla papamobile al termine della messa nel Rizal Park. Mentre su Manila cominciavano a scendere le prime ombre della sera, oltre sei milioni di filippini, forse addirittura sette milioni secondo le cifre fornite dagli organizzatori, hanno voluto salutare Francesco nell’ultimo avvenimento pubblico del viaggio nel Paese asiatico.

Benché la pioggia sia caduta fitta per tutto il giorno, una folla imponente di bambini, giovani, donne e uomini, si è riversata nel grande polmone verde della capitale che, vent’anni dopo aver ospitato quasi cinque milioni di giovani per la Gmg di Giovanni Paolo II, ha stabilito un nuovo primato di presenze in una celebrazione pontificia. E se nel 1995 erano arrivati giovani da tutto il mondo, stavolta c’era solo gente del posto. E questo rende le cifre ancor più significative.

Incuranti dell’acqua caduta a dirotto, tutti sono rimasti fino alla fine, per veder passare il Papa sulla jeep bianca scoperta con indosso l’impermeabile giallo già usato per ripararsi dalla pioggia a Tacloban. Fradici e infreddoliti, vestiti in modo semplice, molti in piedi già dal mattino, anche i più distanti dal palco papale hanno partecipato con raccoglimento. Incalcolabile il numero delle comunioni distribuite durante il rito, dedicato per volontà del Pontefice proprio alle vittime delle calamità che periodicamente si abbattono su questo popolo, come l’uragano del novembre 2013. Queste persone hanno dimostrato che nessuna avversità può rubare loro la speranza. Francesco è rimasto impressionato dalla devozione religiosa della straordinaria gente delle Filippine, che ancora una volta ha offerto al mondo una lezione di fede destinata a rimanere memorabile.

Il rito si è svolto nel giorno in cui la Chiesa locale celebra la festa del Santo Niño. La venerata statuina di Gesù bambino è stata condotta a Manila da Cebu, dove la tradizione vuole che sia stata ritrovata nel sedicesimo secolo, agli albori dell’evangelizzazione di questi lidi. Ad accompagnarla in processione una delegazione cebuana con suoni, ritmi e danze del Sinulog, il tradizionale festival multicolori che si tiene proprio ogni terza domenica di gennaio. Il bambino rappresenta Dio che si fa piccolo per essere vicino agli umili: per questo è così amato da un popolo che ha nella semplicità e nella fiducia nel Signore le sue caratteristiche più note.

Migliaia di statuine sono state sollevate al cielo all’arrivo del Pontefice al Rizal Park. Dopo l’immancabile giro tra i primi settori — più breve rispetto a quello conclusivo — sulla vettura che ha la forma inconfondibilmente allungata delle jeepney locali, Francesco ha iniziato la celebrazione, alla quale ha partecipato anche il presidente della Repubblica. Alla base dell’altare una decorazione riproducente foglie di anahaw, la resistente pianta nazionale adoperata anche come tetto per le abitazioni più umili nelle zone rurali. È il simbolo della forza e del dinamismo della fede dei filippini. Tra le lingue usate, oltre all’inglese e al tagalog, idiomi delle altre regioni dell’arcipelago. Anche nei canti sono stati scelti ritmi e accordi indigeni. La prima lettura è stata proclamata da una non vedente. E un intero reparto è stato riservato ai non udenti, che hanno potuto seguire la messa grazie al linguaggio dei segni.

Al termine c’è stato l’invio missionario dei giovani filippini, che accendendo le candele si sono impegnati a essere luce per l’Asia e per il mondo, testimoni della misericordia e della compassione di Dio, secondo lo slogan del viaggio di Papa Francesco. E con una candela tra quelle distribuite il Pontefice li ha benedetti mentre intonavano Tell the world of His love, l’indimenticato inno della gmg 1995.

La domenica si era aperta con due incontri nel campo sportivo della Pontificia università Santo Tomas. Fondata quattrocento anni fa dai domenicani, è la più antica dell’Asia. Da allora è stato tutto un fiorire di atenei e di istituti — oggi sono una trentina — che fanno di Manila una città di giovani provenienti da tutte le Filippine e dal resto del continente. Circa trentamila di loro hanno partecipato alla celebrazione della Parola e all’Angelus con il Papa, che poco prima sotto il monumentale arch of centenaryes era stato accolto dal cancelliere e dal rettore. Nello stesso luogo Francesco ha salutato i leader delle principali religiose del Paese: buddista, ebraica, evangelica, filippina indipendente, induista, islamica e ortodossa. L’incontro si è svolto in un clima informale e al contempo cordiale.

Poi quando è giunto all’appuntamento con i giovani si è levata un’ovazione. Tra canti e coreografie, gli hanno dato il benvenuto due bambini, con un mazzo di fiori bianchi in mano. Intanto, con una breve processione veniva collocato all’altare un grande crocifisso ligneo. Al quale Francesco — che ha di nuovo parlato in spagnolo con la traduzione in inglese del suo interprete — ha chiesto di guardare per ricordare Kristel Mae Padasas, la giovane volontaria morta il giorno prima a Tacloban.

Ma a ispirare il suo discorso a braccio, che ha integrato un nuovo testo scritto di getto la sera precedente in sostituzione di quello già preparato, è stato il momento delle testimonianze: sul palco sono saliti due ragazzini, il quattordicenne Jun Chura e la piccola Glyzelle Palomar, ex bambini di strada salvati dalla struttura della fondazione Anak-Tnk visitata dal Pontefice a Manila. Hanno parlato di minori abbandonati, venduti come schiavi, sfruttati da turpi mercati. E quando Glyzelle gli ha rivolto piangendo la domanda: «Perché Dio permette certe cose?», il Papa ha stretto a sé entrambi come un nonno affettuoso. Li ha accarezzati e ha cercato di consolare soprattutto la bambina scoppiata in lacrime. Hanno lasciato il segno anche gli interventi di uno studente di legge — che ha donato un barattolo di vetro pieno di bigliettini colorati contenenti preghiere e pensieri dei suoi compagni — e di un ingegnere volontario della prima ora tra le macerie del tifone Yolanda. Innocenza e idealismo, energia e speranza: i valori dei giovani sono doni per la Chiesa filippina, che sono stati offerti durante la celebrazione della Parola.

Al congedo, il Papa ha indossato di nuovo l’impermeabile giallo ed è salito sulla vettura scoperta per salutare la folla che lo ha accompagnato tra due ali fino alla sede della nunziatura. Qui, verso mezzogiorno, ha accolto il papà e uno zio materno della volontaria morta il giorno prima. Insieme hanno avuto un toccante colloquio, protrattosi per oltre venti minuti, durante i quali si è anche cercato — ma senza successo — di telefonare alla madre ad Hong Kong. I familiari di Kristel hanno portato con loro alcune sue fotografie: in una di queste era ritratta bambina felice con i genitori. E il padre ha confidato che pur essendo sconvolto, lo consola pensare al contributo dato da sua figlia alla storica visita di Francesco alla gente di Tacloban. E quando il cardinale Tagle, che faceva da interprete, ne ha tradotto i pensieri, il Papa è rimasto sorpreso: «Che fede!» ha ripetuto con impressa sul volto quell’espressione di vicinanza che lo rende così amato, specie dalle persone semplici. Come Josqa, uno dei tantissimi che non ha voluto mancare all’avvenimento del Rizal Park. Il suo nome era scritto col nastro adesivo sul sidecar a pedali che normalmente usa per lavorare. Mentre guidava tenendo con una mano il manubrio e con l’altra l’ombrello per ripararsi dalla pioggia, all’interno della carrozzina attaccata alla bicicletta una donna, forse la moglie, vegliava sorridente su due bimbi che dormivano al lume di una candela. Proprio una di quelle distribuite durante la messa del Pontefice.

dal nostro inviato Gianluca Biccini

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13 novembre 2019

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