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La caduta di Wall Street  accoglie la riforma di Obama

· Pesano i nuovi dati sulla disoccupazione ·

Sicurezza, fiducia, qualità. Sono questi i tre beni primari in cui si rifugiano gli investitori di mezzo mondo impauriti dalle perplessità della Germania sull'euro e dalla falsa ripresa americana e in fuga verso i titoli di Stato più sicuri. Tutti vendono perché vogliono proteggersi. È il panico, l'irrazionalità del mercato, un'atmosfera che ricorda molto da vicino i giorni successivi alla caduta di Lehman Brothers nel 2008.

Il Dow Jones ha perso ieri 376,36 punti, il 3,6 per cento: si tratta del calo maggiore dal febbraio 2009. Lo S&P500 ha lasciato sul terreno il 3,9: non accadeva da oltre tredici mesi. Stesso discorso per il Nasdaq, che arretra del 4,1, ovvero il 12,9 per cento in meno rispetto ai massimi del 2010. A confermare le difficoltà del mercato americano è anche l’indice di volatilità Cboe, balzato del 29,6 per cento, dopo aver raggiunto in giornata il massimo dall’aprile 2009, ovvero poco sopra 46. «L’euro debole avrà un impatto sugli utili delle società americane», osservano gli analisti. «Tutti stanno presumendo il peggio». Dopo una seduta in calo delle piazze europee, la moneta unica ha ripreso quota nel finale, ma dall’inizio dell’anno ha perso il 14,4 per cento rispetto al biglietto verde. A preoccupare è anche lo stato di salute dell’economia americana: le richieste di sussidio alla disoccupazione sono tornate a salire in modo inaspettato, mentre il superindice economico si è contratto. Le indicazioni lasciano intravedere una ripresa fragile e un mercato del lavoro molto, troppo volatile. Per quanto riguarda i singoli titoli, resta pesante Alcoa che arretra del sei per cento, contro il meno 4,5 di Caterpillar e il meno 4,9 di Boeing. Deboli i finanziari, appesantiti dal bando delle vendite allo scoperto in Germania. Aig perde il 6,8 e Citigroup il 4,7 per cento.

Dal Congresso, intanto, è arrivato il via libera alla nuova riforma finanziaria. Dopo un braccio di ferro che mercoledì aveva portato al rinvio del voto, il Senato ha approvato ieri il progetto fortemente promosso dal presidente Obama. L’aula ha dato il via libera con 59 sì e 39 no. Due giorni fa erano venuti a mancare i due voti necessari a impedire l’ostruzionismo dei repubblicani. Solo ieri pomeriggio i democratici hanno raggiunto i 60 voti e quindi hanno imposto la fine del dibattito e il passaggio allo scrutinio definitivo. Adesso la normativa dovrà essere armonizzata con quella già passata a dicembre alla Camera. L’obiettivo è di poter sottoporre la legge a Obama per la firma prima delle celebrazioni per il 4 luglio. «Abbiamo ancora del lavoro da fare — ha detto il presidente — la Camera dei rappresentanti e il Senato dovranno eliminare le differenze tra le due normative». E non c’è dubbio «che durante questo periodo l’industria finanziaria e i loro lobbisti continueranno a combattere contro la nuova regolamentazione».

Il disegno di legge punta a prevenire il collasso di grandi banche d’affari, lo sviluppo di nuove forme di monitoraggio dei rischi nel sistema finanziario, la semplificazione delle procedure di liquidazione delle grandi società finanziarie. Introduce poi nuove norme sui derivati e crea un’agenzia di protezione dei consumatori. Inoltre, ostacola la creazione di banche troppo grandi per poter fallire e infine maggiori garanzie, che i debitori possano effettivamente ripagare i propri debiti, onde evitare una nuova crisi come quella dei mutui subprime. «Il nostro obiettivo — ha dichiarato Obama — non è di punire le banche ma proteggere la più vasta economia e il popolo americano dagli sconvolgimenti degli ultimi anni».

Ma a far paura è soprattutto il rischio di un ampiamento del contagio del deficit europeo che possa coinvolgere anche gli Stati Uniti. È un fatto da non sottovalutare: volere una moneta forte in un momento di crisi economica potrebbe essere una strategia scorretta. Ma alla lunga, un euro debole potrebbe garantire un aumento delle esportazioni e fare da volano ai consumi. A temere un euro forte sono soprattutto i Paesi asiatici e la Casa Bianca. Complice la crisi greca, lo yuan si sta rivalutando in modo consistente e questo potrebbe far saltare gli accordi con Washington, interessata a un rafforzamento della valuta cinese e al conseguente calo della concorrenza sui mercati globali. Se l'euro dovesse continuare ad arretrare rispetto al dollaro, Pechino potrebbe anche decidere di spezzare l'intesa ufficiosa con Geithner.

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