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La busta sbagliata

· A "Moonlight" l'Oscar per il miglior film ·

Warren Beatty e Faye Dunaway, due icone del vecchio e glorioso cinema americano, che celebrano la vittoria di La La Land nel tempio hollywoodiano degli Oscar. Un film che a sua volta è un appassionato omaggio a quei tempi d’oro della Fabbrica dei sogni. Fra l’altro, la mitica coppia non sembra scelta a caso. Ricorre infatti quest’anno il cinquantenario di Gangster story (Bonnie and Clyde, Arthur Penn). Un film che costituisce una pietra miliare non tanto e non solo per la qualità oggettiva — che anzi oggi, a distanza di tanto tempo, può apparire un po’ sbiadita, come accade per tanti di quei film nati in una fase di transizione — ma perché si inserisce con gran tempismo nella dialettica fra cinema europeo e cinema americano che si stava svolgendo in quel periodo. Quando una Hollywood piuttosto disperata cercava oltreoceano nuove modalità estetiche ed espressive. E l’entusiasmante La La Land è esattamente questo. La celebrazione del vecchio cinema hollywoodiano realizzata però con una sensibilità che sembra europea, anche se poi il regista Damien Chazelle di europeo ha soltanto il nome.

Insomma era tutto perfetto. Sembrava tutto perfetto. Perché invece un granello si è infilato nel meccanismo per il resto ineccepibile della cerimonia più glamour del pianeta, mandandolo in tilt. E creando il momento sicuramente più imbarazzante di tutta la storia degli Oscar. La busta che è stata consegnata a Beatty riportava sì il titolo La La Land, ma era sbagliata. Forse si trattava ancora della busta del premio per la migliore regia, quello davvero finito nelle mani di Chazelle. E ci mancherebbe altro, verrebbe da aggiungere, perché una regia così era da tanto che non si vedeva in America, almeno nell’ambito di un cinema che può essere preso anche per popolare, e che invece è molto colto.
Sta di fatto che il premio per il miglior film era in realtà per Moonlight, diretto da Barry Jenkins. E il fatto che vinca un film con un cast interamente composto da afroamericani è sempre una buona notizia. Soprattutto per una cerimonia che nella storia, al contrario, è sempre stata orientata a escludere le personalità di colore, tranne poche eccezioni.
Il fatto di avere premi disgiunti per la regia e per il miglior film, è qualcosa che negli ultimi anni si sta verificando abbastanza spesso, laddove era invece più raro in passato. Ed è un segno di maturità, per questo premio che nasce neanche troppo velatamente per gratificare lo sforzo produttivo, più che l’arte vera e propria. Basta dare un’occhiata all’albo d’oro degli Oscar, infatti, per constatare come i grandi film americani della storia hanno vinto raramente, almeno il premio più importante. Per non parlare del premio per il miglior film straniero. I grandi nomi del cinema d’autore internazionale quasi mai hanno trionfato, e la Academy ha dovuto spesso ricorrere all’Oscar alla carriera per colmare qualche lacuna. Farraginoso escamotage che ha finto per creare ancora più squilibri e incoerenze.
In quest’ottica, la regia è sempre stata vista come solo uno — e nemmeno il più importante — degli aspetti di una produzione. E spesso sono stati infatti premiati registi portati a inserirsi felicemente in questo meccanismo. Senza troppe pretese di dire qualcosa di personale, insomma. Sono pochi quelli che sono riusciti a conciliare uno sguardo autoriale con il rispetto per le regole dello studio-system, come Frank Capra, William Wyler o John Ford. Per il resto, si è trattato di mestieranti piuttosto anonimi. Cominciare a enucleare il concetto di regia dal contesto del prodotto industriale, è dunque un buon segno. Anche se poi, nel caso di quest’anno in particolare, abbiamo un’ulteriore eccezione, visto che anche un Moonlight è una produzione relativamente piccola, uno di quei film che i dirigenti degli studios definiscono arty.
La cerimonia degli Oscar, tuttavia, rimarrà sempre più importante per tutto ciò che è intorno ai premi assegnati. Anzi, diciamo che i premi sono soltanto il corredo di un evento in cui la passerella sul red carpet, i vestiti delle star e lo spettacolo sul palco hanno invece un ruolo centrale. Non si tratta infatti di mondanità, ma del tentativo — a volte un po’ faticoso, spesso però ancora riuscito — di alimentare la leggenda di Hollywood, e la sua aura dorata di mondo alternativo.
Proprio questa atmosfera da fuga dalla realtà, che ancora aleggia fra le colline più famose di Los Angeles, ha forse offuscato le possibilità di vittoria di Fuocoammare di Gianfranco Rosi, già relegato, all’uscita delle nomination, fra i documentari. Quello di Rosi non è un capolavoro, ma un film sicuramente necessario che fra l’altro ha poco di realistico dal punto di vista espressivo. Ma in senso positivo. La sua componente rarefatta e in qualche modo astratta trasforma infatti certe realtà in qualcosa di interiore, in una categoria dello spirito. Facendo dunque dei tragici problemi legati alle migrazioni una responsabilità universale alla quale è impossibile — oltre che ingiusto — sottrarsi.

Oltre al premio all’ottimo Chazelle, fanno piacere quelli assegnati come migliori interpreti protagonisti ai bravissimi Emma Stone, sempre per La La Land, e Casey Affleck, per Manchester by the sea. Ma anche quello allo splendido Zootropolis, film d’animazione della Disney. L’unico, dell’era digitale, all’altezza dei vecchi classici della mitica casa di produzione.

di Emilio Ranzato

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23 maggio 2018

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