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La bicicletta verde

· Il film ·

Wadjda è una bambina di dieci anni che vive alla periferia di Riyadh, capitale dell’Arabia Saudita. È sveglia, affettuosa, sorridente, curiosa, piena di vita, anche della vita che non è ammessa per le donne nel suo Paese. Su tutto, Wadjda desidera una bicicletta, che i suoi genitori non solo non si possono permettere, ma che non ritengono consona a una femmina. Ma la bimba non si arrende. Inizia a darsi da fare per trovare i soldi, impegnandosi addirittura nella preparazione della gara di Corano della sua rigidissima scuola femminile, lei che non ha alcuna “predisposizione” per le materie religiose. La bicicletta verde (2012) di Haifaa Al-Mansour, prima regista donna dell’Arabia Saudita, ha diversi meriti: primo lungometraggio interamente girato nel regno, affronta e denuncia la terribile oppressione degli uomini sulle donne (e delle donne sulle donne) senza rabbia o vittimismo, ma attraverso gli occhi di una bambina, vitale e determinata, che non accetta le regole imposte. Una bimba che attacca, con una forcina per i capelli, all’albero genealogico ufficiale della sua famiglia che campeggia in salotto — tutto composto esclusivamente di nomi maschili — anche il suo. La libertà di Wadjda non passa tanto per l’oggetto desiderato, quanto per il percorso fatto per conquistarlo. Un percorso che cambierà anche sua madre, che da donna radicalmente imbevuta della mentalità sociale, impara a capire sua figlia. E a starle accanto.

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18 novembre 2019

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