Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

La bicicletta di Wadjda

· Alla quarta edizione del Siloe Film Festival ·

Dal 20 al 22 luglio si tiene a Poggi del Sasso, in provincia di Grosseto, la quarta edizione del Siloe Film Festival, caratterizzato da incontri in cui cultura e spiritualità dialogano parlando la lingua del grande schermo. Ideato e organizzato dalla comunità monastica di Siloe, in collaborazione con la Fondazione Comunicazione e Cultura e con la Fondazione Ente dello Spettacolo, il Festival ha quest’anno come tema «Donna, alla ricerca». Il concorso, dal respiro internazionale e aperto a opere di tutte le lingue indipendentemente dal loro grado di notorietà o diffusione, riguarda cortometraggi a soggetto e d’animazione, dalla durata massima di trenta minuti, e documentari di massimo un’ora. I dodici finalisti — quattro italiani, tre tedeschi, due inglesi, un afghano, un austriaco e un egiziano — sono autori di pellicole scelte tra ben trecentoquattordici prodotti cinematografici. Tra i membri della giuria, Umberto Curi (presidente), Federico Busonero, Miriam Camerini, Barbara Sandrucci, Gianna Urizio e fra’ Roberto Lanzi. Di seguito anticipiamo uno stralcio dell’intervento pronunciato, nel pomeriggio di sabato 22, da monsignor Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria per la comunicazione.

Haifaa Al-Mansour e Waad Mohammed alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 2012

Ci sono donne, in Europa e in Africa, in America, in Asia e in Oceania, capaci di analisi acute delle situazioni e realiste nel proporre soluzioni, tenaci e volitive, creative nell’elaborare progetti di integrazione e processi di inclusione di etnie diverse, di minoranze culturali, di differenti appartenenze religiose.

Ci consegna ad esempio uno sguardo sul Medio oriente, sull’islam, Haifaa Al-Mansour. Regista saudita, la prima regista saudita, Haifaa Al-Mansour ha girato a Riyad il lungometraggio La bicicletta verde (Wadjda), film con il quale si è imposta a livello internazionale a partire dalla 69ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 2012, dove ha ottenuto il premio Interfilm dell’Organizzazione internazionale protestante cinema. Nata nel 1974, Haifaa Al-Mansour è figlia di un poeta saudita, Abdul Rahman Mansour; si forma tra l’Egitto e l’Australia, dedicandosi immediatamente all’audiovisivo, con il quale inizia a indagare la condizione delle donne nel Medio oriente: da ricordare sul tema il documentario Women Without Shadows (2005).

È con il film La bicicletta verde che Haifaa Al-Mansour trova la sua strada per l’industria del cinema internazionale, portando all’attenzione del mondo la condizione delle donne in Arabia Saudita attraverso la storia della preadolescente Wadjda (Waad Mohammed) che sogna di possedere una bicicletta, una bicicletta verde, che vede esposta nel negozio vicino casa. C’è solamente un problema: le ragazze non possono andare in bicicletta. Ma una bambina non può accettare di sentirsi diversa dai propri compagni di giochi, anche se maschi. Wadjda cerca così con ogni mezzo di ottenere il suo obiettivo; la soluzione potrebbe essere quella di vincere un concorso in cui è richiesta una conoscenza puntuale del Corano. In palio ci sarebbe, infatti, la somma di denaro necessaria per l’acquisto della bicicletta.

Questa storia tratteggiata con i colori pastello dell’infanzia, vede sullo sfondo anche dinamiche familiari complesse, problematiche; famiglie dove le donne sono chiamate a stare sempre diversi passi indietro rispetto all’uomo, a reprimere l’impulso di un pensiero libero. La regista ci conduce all’interno della società saudita, mostrando la sua impostazione, gli spazi concessi sia all’uomo sia alla donna.

Haifaa Al-Mansour dedica uno sguardo particolare soprattutto alla donna; racconta le difficoltà dell’universo femminile senza però servirsi di prevedibili toni di denuncia o di rivendicazione.

«Mi sono mossa dentro le regole — ha sottolineato la regista in occasione del Tertio Millennio Film Fest nel 2012 — con tutti i permessi del caso evitando atteggiamenti di sfida nei confronti del sistema. Ritengo che il compito di noi artisti sia quello di lavorare dentro una cultura senza forzature. Cercare di portare la gente dalla nostra parte, senza radicalizzarci».

Haifaa ha scelto la cornice della favola, lo sguardo innocente dell’infanzia, quella appunto della bambina Wadjda, che si trova a scontrarsi con dei limiti, nel suo vivere semplice tra casa e scuola, con i primi impedimenti che costellano la vita di una donna. E al candore dell’infanzia, allo sguardo speranzoso delle giovani generazioni, Haifaa Al-Mansour affida un messaggio di fiducia: Wadjda non riuscirà a ottenere i soldi del concorso, non potrà comprare la sua bicicletta, ma la bicicletta verde le verrà comunque regalata.

La bambina raggiungerà il suo sogno di libertà e uguaglianza grazie al coraggio della madre — è la sequenza che abbiamo scelto di approfondire —, che nonostante le reticenze familiari, deciderà di regalare alla figlia il sogno di un mondo altro, l’inizio di un possibile cambiamento.

«Anche essere donna e regista, come Haifaa Al-Mansour — scrive Roberto Nepoti — è una trasgressione nella sua terra; e soprattutto in un Paese che non ha sale cinematografiche. Dal neorealismo di Ladri di biciclette al cinese Le biciclette di Pechino, e oggi con La bicicletta verde, le due ruote assumono un valore simbolico per raccontare un’epoca attraverso una storia privata. Haifaa possiede un acuto senso dell’osservazione e lo mette al servizio di un film da osservare nei dettagli».

Il cinema italiano, quello di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini, è stato di certo un modello narrativo che ha influenzato lo sguardo cinematografico della regista. «Quando ho deciso d’intraprendere seriamente questa strada — ha sottolineato sempre la regista — ho voluto vedere i capolavori del cinema. Non posso dimenticare l’impatto del neorealismo italiano e di un film come Ladri di biciclette sul mio background. Mi colpiva la forza del vostro Paese, così desideroso di vita nonostante fosse ancora in mezzo alle macerie della guerra».

di Dario Edoardo Viganò

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

13 novembre 2018

NOTIZIE CORRELATE