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La benzina di Pierre

Di particolare attualità i principi ispiratori che hanno dato origine alla comunità dell’Emmanuele, sorta a Parigi nel 1973 e diffusasi poi rapidamente in tutta la Francia. Oggi presente nei cinque continenti, conta più di diecimila membri comprendendo famiglie, donne e uomini consacrati, sacerdoti e vescovi. Ma se la comunità è ormai conosciuta in gran parte del mondo, non altrettanto lo è il suo fondatore, per suo desiderio sempre rimasto nell’ombra. Francis Kohn, sacerdote membro della comunità fin dai primi tempi, cerca di metterne in luce la notevole esperienza di fede nel libro recentemente uscito Pregare quindici giorni con Pierre Goursat, fondatore della Comunità dell’Emmanuele (Milano, Gribaudi, 2017, pagine 101, euro 8). 

Pierre Goursat e i suoi amici della comunità dell’Emmanuele

Nato a Parigi il 15 agosto 1914, vivace, intelligente, pieno di umorismo, all’età di 12 anni Pierre Goursat fu particolarmente segnato dalla morte del fratello Bernard. Nel 1933, colpito da turbecolosi e ancora convalescente, visse un’esperienza che cambiò la sua vita: «Improvvisamente ho sentito la presenza di mio fratello con un’intensità straordinaria». Da quel momento cominciò a sperimentare una grande compassione per i sofferenti e a desiderare di vivere solo per Dio.
Consapevole di non avere la vocazione del sacerdozio, sentì di dover consacrare la sua vita a Dio nel mondo, divenendo «pioniere nel mettere in pratica le intuizioni del concilio Vaticano II, che aveva sottolineato la vocazione specifica dei laici». Continuò a frequentare l’École Pratique des Hautes Études, rimanendo legato al mondo della cultura. Divenuto critico cinematografico, tra il 1960 e il 1970 fu segretario generale dell’Ufficio cattolico del cinema francese.
Umile, discreto, ma ben presente e attento, ripeteva che «sono necessarie molte umiliazioni per aver un po’ di umiltà». Per circa quarant’anni portò avanti in solitudine la sua missione nel mondo, soprattutto in contatto con i lontani e i più bisognosi, maturando una intensa esperienza spirituale, ma allo stesso tempo umana, che lo aprì intimamente all’amore di Cristo. «Essere a contatto con la miseria, con la sofferenza, con le tenebre, vedere i fratelli che soffrono, ecco allora il nostro cuore si commuove di compassione reale, concreta».
Acquistò un vecchio barcone, ormeggiato sotto il ponte di Neuilly, per accogliere giovani con problemi di droga. L’evangelizzazione viene subito percepita da lui come la «missione essenziale» della Chiesa, la «sua identità profonda».
Pierre fu precursore dei tempi sviluppando un’evangelizzazione diretta, «sulla strada», il cui fine era quello di portare Gesù nel mondo attraverso un amore incarnato. Kohn mette bene in luce però come al centro della sua azione apostolica ci fosse la preghiera personale, «luogo in cui Pierre si riposava in Dio, si metteva alla sua presenza vivificante». Silenzio e solitudine erano i mezzi essenziali per conoscere Dio intimamente: «La preghiera significava dimorare nel silenzio sotto lo sguardo di Dio». Contemplazione, adorazione, preghiera del cuore, divengono le coordinate del suo cammino interiore.
Fin dall’inizio della sua conversione si era posto in atteggiamento di ascolto, certo di favorire l’azione dello Spirito santo, «dono increato ed eterno che le persone divine si scambiano nell’intimità». Scopo della vita cristiana è dunque per lui «acquisire lo Spirito santo», accoglierlo con fiducioso abbandono, sapendo bene che non si può ottenere attraverso la volontà. Decisivo pertanto l’incontro con padre Régimbal, sacerdote canadese di passaggio per Parigi, che lo introdusse al Rinnovamento carismatico. Nel 1972 l’esperienza dell’effusione dello Spirito costituì una svolta.
Proprio mentre «gli sembrava di non progredire», ebbe modo di sperimentare come lo Spirito santo non sia il «grande sconosciuto», ma lo «spirito santificante», la forza vivificante che opera il cambiamento. L’effusione dello Spirito — afferma Kohn — è come «una pentecoste personale che ravviva in noi le grazie ricevute nel battesimo e nella cresima. Il suo primo effetto è un rinnovamento interiore che ci pone in relazione personale con il Cristo resuscitato».
Da questo evento in poi Pierre riceve una spinta, la sua vita si espande, «si cominciarono a formare le basi di una grande avventura, quella che porterà alla nascita della comunità dell’Emmanuele». Circondato da un numero sempre crescente di giovani, nella Pentecoste del 1973 costituì il primo nucleo da cui sorsero i gruppi di preghiera che poi si diffusero in tutta Parigi. Nel 1974 ebbe luogo a Veslay il primo raduno e fu fondata la rivista «Il est Vivant».
Stava così prendendo corpo una realtà di comunione che Pierre sentiva suscitata dalla grazia, dallo Spirito, e della quale non si considerava il fondatore. «La comunità dell’Emmanuele non è un movimento, non è una organizzazione, è qualcosa di più spirituale. Viene dallo Spirito».
Alla base della comunità è necessaria la vita fraterna, perché una autentica comunità di vita, può nascere solo da una comunione spirituale. «Bisogna che i gruppi di preghiera siano calorosi e pieni di carità». È quindi l’amore che crea unità: «Se non c’è l’amore è come se mancasse la benzina in un’automobile». Ma l’amore viene dallo Spirito santo. Pertanto non dava troppa importanza all’organizzazione nella certezza che la comunione nasce dallo Spirito: «Lo Spirito santo ci ama e noi siamo uniti da lui».
Pierre Goursat mette in luce un tema particolarmente attuale nella Chiesa. La comunità spesso produce fenomeno psichico, egoico, crea appartenenza identitaria, tende a favorire forme di identificazione, che vincolano, non liberano nel senso evangelico. Solo dove governa lo Spirito santo le dinamiche psichiche si pacificano permettendo all’amore di fiorire. Gli ordini, i movimenti, i diversi istituti certamente corrispondono a particolari carismi suscitati nel tempo dallo Spirito, ma rischiano spesso di chiudersi in se stessi, di irrigidirsi, di non accogliere il nuovo che via via il vento dello Spirito suscita.
Goursat desiderava ardentemente l’unità della Chiesa, nella consapevolezza però che solo l’amore è il collante capace di tenere insieme le diversità, di creare corpo. Una vera comunità è «prima di tutto comunità d’amore, di legami spirituali fra di noi». Scrive: «La vita nello Spirito santo ci unisce. Si ha l’impressione di essere come un fascio tenuto insieme da un legaccio».
Era pertanto certo che «il Rinnovamento potesse aiutare la Chiesa cattolica ad aprirsi ancora di più al soffio dello Spirito santo, a diventare più carismatica». Convinzione del resto del tutto condivisibile in quanto bisogna riconoscere al Rinnovamento il merito di aver posto lo Spirito santo al centro della missione salvifica della Chiesa.
Nel 1985, colpito da infarto, decise di ritirarsi dalla direzione della comunità. Morì il 25 marzo del 1991. Uscì dalla scena del mondo così, come aveva vissuto, «con grande discrezione», ma lasciando viva la sua testimonianza che continuò a essere feconda e a espandersi.
Anche questa intensa esperienza di fede, va quindi senza dubbio a inserirsi in quel contesto di segni profetici attraverso cui, negli ultimi tempi, lo Spirito santo, questo grande ignoto, si sta facendo conoscere.
Non si può non ricordare ad esempio Elena Guerra, che a cavallo fra Ottocento e Novecento fu ispirata a diffondere con energia la preghiera allo Spirito santo nella speranza dell’avvento di una nuova Pentecoste «che rinnovasse la faccia della terra». Leone XIII ne sostenne l’ispirazione, e Giovanni XXIII la beatificò come apostola dello Spirito santo. Ma una effettiva risposta a questa forte esortazione si ebbe prevalentemente in ambienti protestanti del Nord America con i movimenti pentecostali. Solo nel 1967 la Chiesa cattolica riconobbe ufficialmente il Rinnovamento dello Spirito, di cui proprio quest’anno è stato festeggiato l’anniversario dei cinquanta anni.
Al di là però del valore specifico che è doveroso riconoscere ai movimenti carismatici, è importante mettere bene in luce l’urgenza che interroga la Chiesa tutta, e cioè la necessità di testimoniare autentiche realtà di comunione, ponendo al centro della propria missione la preghiera interiore e l’azione salvifica dello Spirito santo. Amore divino che s’irradia dal Risorto, che fluisce nell’umanità per divenire amore in atto, amore che trasforma e unifica rendendo sempre più conformi a sé coloro che si aprono e si affidano.

di Antonella Lumini

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