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La bellezza terapeutica

· Chiesa cattolica ed educazione a settanta anni da fondazione dell’Unesco ·

Società dal profilo multi-identitario obbligano a percorrere i sentieri ardui del dialogo

 Si è aperto il 3 giugno a Parigi il forum «Educare oggi e domani», organizzato dall’osservatore permanente della Santa Sede presso l’Unesco insieme con la Congregazione per l’educazione cattolica. Dopo l’introduzione del direttore generale dell’Unesco, Irina Bokova, e la relazione del presidente della 37a Sessione della Conferenza generale, Hao Ping, il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, ha pronunciato il suo intervento che riportiamo integralmente.

di Pietro Parolin

La cultura e l’educazione non sono mai state considerate dalla Chiesa cattolica semplici strumenti per l’evangelizzazione, ma dimensioni umane dotate di un alto valore intrinseco. Investire nell’istruzione delle giovani generazioni è una condizione per «lo sviluppo dei popoli, in modo particolare di quelli che lottano per liberarsi dal giogo della fame, della miseria, delle malattie endemiche, dell’ignoranza; che cercano una partecipazione più larga ai frutti della civiltà, una più attiva valorizzazione delle loro qualità umane» (Paolo VI, Popolorum progressio, 26 marzo 1967, n. 1). La Chiesa condivide gli sforzi per un maggiore accesso all’alfabetizzazione, all’educazione per tutti e alla formazione permanente. Questi pilastri sono resi ancora più solidi dall’impegno fondamentale a favore delle minoranze etniche e religiose e a sostegno del genio femminile, tanto importante per una crescita armoniosa della società.

Il cardinale Parolin nel corso del suo intervento a Parigi

La Chiesa cattolica, «esperta di umanità» (ibidem, n. 13), ha posto l’educazione al centro della sua missione e continua persino ai nostri giorni a considerarla una sua priorità, specialmente in un contesto di «urgenza globale» provocata sia da processi di cambiamento sia da un approccio riduttivo che tende a limitare la portata universale dell’educazione all’aspetto puramente economico.

In effetti, guardandola da vicino, la recente crisi finanziaria globale è di genere entropico: ha dato origine a una perdita di senso e di conseguenza a un’apatia sociale. In questo rifiuto si perde ogni orientamento verso il bene comune e ci si allontana dal valore propulsivo della relazionalità in nome dell’antropologia minimalista dell’homo oeconomicus, che soffoca le relazioni interpersonali e intrappola le potenzialità razionali.

Alla base della pedagogia e della tradizione educativa della Chiesa c’è l’antropologia biblica nella quale appare, già nel libro della Genesi (1, 31) la relazione di amore e di reciprocità tra l’uomo e Dio.

Non si può negare che la Chiesa abbia una grande storia educativa. Pensiamo al ruolo svolto dai monasteri che, dopo la caduta dell’impero romano d’Occidente e della civiltà classica, a partire da Benedetto di Norcia e poi con san Bernardo e molti altri formatori attorno all’anno mille, diedero vita a centinaia di autentici “laboratori di civiltà”. In quei luoghi di preghiera e di studio furono copiati e salvaguardati i manoscritti di Seneca, Platone, Cicerone, Agostino, che, senza le cure e l’amore di quei monaci, sarebbero giunti a noi impoveriti e parziali.

Nell’età moderna emerge soprattutto l’opera di numerosi istituti e congregazioni religiose, detentori di un notevole carisma educativo, che hanno dedicato, e tuttora dedicano, la loro missione all’istruzione e alla formazione accademica.

Il concilio Vaticano II, comprendendo i cambiamenti geopolitici, tecnologici e sociali, seppe analizzare obiettivamente — alla luce del Vangelo — le richieste delle comunità, ascoltando anche le voci più deboli e più tormentate. Una riflessione precisa sull’educazione portò a proporre un’educazione integrale e completa, in grado di costruire le fondamenta preliminari di una società inclusiva, dialogica e pacifica. La formazione delle nuove generazioni, in effetti, deve assicurare un processo che metta sullo stesso piano gli sviluppi cognitivo, psicologico, pragmatico e manuale, affettivo e spirituale. Ponendo al centro i principi di solidarietà e di sussidiarietà, la dichiarazione Gravissimum educationis fa percepire chiaramente che «la vera educazione deve promuovere la formazione della persona umana sia in vista del suo fine ultimo, sia per il bene dei vari gruppi di cui l'uomo è membro e in cui, divenuto adulto, avrà mansioni da svolgere» (n. 1).

Le scuole, le università e i centri di ricerca hanno come vocazione quella di essere un «laboratorio di umanità» (Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al iii Congresso mondiale di pastorale per gli studenti internazionali, 2 dicembre 2011), aperto a tutti e accogliente per tutti. Come laboratorio, le istituzioni educative necessitano di un approccio collegiale e polivalente al quale ognuno è chiamato a contribuire condividendo la responsabilità degli atti e il peso delle decisioni sia come famiglia sia come educatori.

«Meravigliosa e davvero importante la vocazione di quanti — afferma la Gravissimum educationis — collaborando con i genitori nello svolgimento del loro compito e facendo le veci della comunità umana, si assumono il compito di educare» (n. 5).

Questo atteggiamento vale non solo per le scuole di ogni ordine e grado, ma anche per le istituti universitari che devono «distinguersi per l'impegno culturale» (ibidem, n. 10), sostenendo, anzitutto, queste realtà periferiche che soffrono a causa delle condizioni d’indigenza e rivolgendo un’attenzione particolare agli «alunni che offrono buone speranze di riuscita, anche se di modeste condizioni» (ibidem).

In questo impegno per l’edificazione di una società giusta e pacifica, l’università cattolica — come afferma chiaramente la Costituzione apostolica Ex corde Ecclesiae promulgata da Giovanni Paolo II nel 1990 — non trascura in alcun modo «l’acquisizione di conoscenze utili [ma] si distingue per la sua libera ricerca di tutta la verità intorno alla natura, all'uomo e a Dio. La nostra epoca, infatti, ha urgente bisogno di questa forma di servizio disinteressato, che è quello di proclamare il senso della verità, valore fondamentale senza il quale si estinguono la libertà, la giustizia e la dignità dell'uomo» (15 agosto 1990, n. 4).

Questo breve sguardo storico sul servizio educativo della Chiesa cattolica permette ora d’intravedere i profili di alcune sfide e prospettive educative del nostro tempo, palesemente frammentate e multi-identitarie.

Non si può in effetti fare a meno di notare un’estrema frammentazione del sapere con una incomunicabilità preoccupante tra i diversi settori disciplinari. D’altra parte, le società del nostro tempo hanno un profilo multi-identitario. Ciò impegna a percorrere i sentieri ardui e in salita del confronto e del dialogo. Attraverso un dialogo formatore e un confronto pacifico, si evita il rischio d’incomunicabilità, favorendo così l’incontro costruttivo e la comprensione reciproca (cfr. Papa Francesco, Discorso agli studenti e ai professori del collegio Seibu Gakuen Bunri Junior High School di Saitama, Tokyo, 21 agosto 2013). Questa vicinanza all’altro è di fondamentale importanza di fronte agli intensi processi di globalizzazione e alle migrazioni della nostra epoca nelle quali le diversità culturali e religiose «vanno comprese come espressioni della fondamentale unità del genere umano» (Congregazione per l’Educazione Cattolica, Educare al dialogo interculturale nella scuola cattolica. Vivere insieme per una civiltà dell’amore, 28 ottobre 2013, n. 1).

Su questa base unitaria, occorre essere costruttori di ponti e animatori di pace, partendo dalla tesi — come sosteneva Giovanni XXIII nella sua celebre enciclica Pacem in terris — che «ogni essere umano è persona cioè una natura dotata di intelligenza e di volontà libera; e quindi è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura: diritti e doveri che sono perciò universali, inviolabili, inalienabili» (Pacem in terris, 11 aprile 1963, n. 5).

L’educazione in effetti si realizza in una relazione asimmetrica e generatrice: è un movimento verso l’altro per tendergli la mano. Non è una semplice assimilazione di nozioni, una ripetizione servile di norme, un’utilizzazione meccanica di mezzi ma, a monte, è anche un’elaborazione viva di valori condivisi e di fini. In un certo modo, educare è mettersi accanto nell’adesione al bene, ed è accompagnare nella ricerca della verità, aiutando a liberare la forza creativa della ragione che non disprezza la bellezza e la bontà.

Nel contesto attuale frammentato e multi-identitario, l’urgenza dell’educazione si acuisce nel momento in cui prevale la concezione artificiale e positivista dell’uomo-macchina sull’uomo-persona. Questo squilibrio è reso ancora più evidente dall’applicazione o intrusione delle teorie della robotica e della cibernetica in questi ambiti che non sono affatto i loro.

La prima sfida prospettica dell’educazione è, dunque, il recupero della centralità dell’umano di fronte a una tendenza soprattutto tecnica che priva l’istruzione del suo carattere universale. Le nuove parole d’ordine sono efficienza, concorrenza, incentivo, competenza, con il rischio di divenire una vera ideologia globale, presentata tuttavia come techne e dunque assolutamente libera dai valori e da ogni giudizio morale.

L’intelligenza emotiva e affettiva, la capacità di empatia, la simpatia partecipativa, il lavoro di gruppo sono meriti essenziali e fondamentali nelle istituzioni educative. Oggi rischiano di essere accantonati in nome di una conoscenza tecnica standardizzata, codificata e quantitativa che soffre di un grande margine di omologazione relazionale ed emotiva, come pure del rischio di parzialità, mortificando alla base le differenze di carattere e la creatività individuale.

Ciò vale sia per quanti apprendono sia per gli insegnanti ridotti ad agevolatori o a mediatori dell’auto-apprendimento e dall’auto-formazione, mentre viene esclusa artificialmente ogni altra esperienza educativa come la famiglia o la Chiesa stessa.

L’applicazione sistematica al mondo della formazione e del lavoro di una metodologia economica fondata sull’esaltazione della rapidità produttiva e della rapidità del consumo, genera una spirale sfavorevole nella quale le persone possono essere messe da parte o confinate nell’oblio senza alcun riguardo per la loro dignità.

Se non ci si lascia «interrogare da un significato più ampio della vita» (Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, n. 203), rischia di formarsi nella mentalità collettiva una «cultura dello scarto» (Discorso ai delegati dell’Istituto Dignitatis Humanae, 7 dicembre 2013), che, in un incessante effetto domino, può travolgere tutti, senza alcun sentimento di pietà né di compassione. Se una sana competizione può essere benefica, la sua assolutizzazione la impoverisce trasformandola in idolo che — come il denaro — «comanda le scelte dell’uomo» (Discorso ai rappresentanti della Confederazione cooperative italiane, 28 febbraio 2015), indifferente alle grida di dolore e che ignora gli appelli della coscienza. Questa ondata inarrestabile non si ferma neppure di fronte alla famiglia, alla cura dell’affettività e alla scelta religiosa.

La proposta della Chiesa cattolica vuole andare al di là dei bassifondi dell’individualismo e superare il guado di una costruzione epistemologica troppo chiusa in se stessa. Ha a cuore una maggiore presa di coscienza delle implicazioni etiche e morali, favorendo un incontro positivo tra le diverse discipline «in modo da evitare una loro concezione chiusa e particolaristica» (Congregazione per l’Educazione Cattolica, Educare oggi e domani. Una passione che si rinnova, 7 aprile 2014, n. 2), promuovendo una visione sintetica, senza però mettere in discussione l’integrità e le metodologie proprie delle discipline stesse (cfr. ibidem).

Il primato dell’unità e la necessità della sintesi non sono un puro esercizio retorico, sono piuttosto all’origine stessa dell’università che si consacra integralmente all’insegnamento e alla formazione essendo «uno stimolo continuo alla ricerca disinteressata della verità e della sapienza» (Ex corde Ecclesiae, n. 2).

Un’altra sfida che sembra dominare l’orizzonte oggi è l’ampiezza stessa dell’educazione e la sua caratterizzazione di valore. In primo luogo, si deve riconoscere che ogni persona — bambino, giovane, adulto — impegnata in un processo educativo possiede singolarmente attitudini, conoscenze, competenze, che devono essere attivate da colui che si avvicina dall’esterno. L’educazione è un processo in itinere con la consapevolezza che quel seme, potenzialmente già presente nella persona, attende di essere risvegliato, curato, riscaldato, nutrito in modo da germogliare secondo la sua natura propria e le sue forme proprie.

Inoltre, è tempo di porre al centro una sana autocritica, in risposta alle lamentele che provengono dalle scuole e dalle università riguardo a un’eccessiva presenza di strumenti e di tecniche, di fronte a una progressiva desertificazione delle discipline umanistiche nella formazione dei giovani. Le scienze umane non possono essere eliminate o considerate superflue. Grazie a esse si strutturano una capacità logica, una facoltà di giudizio e una complessità del pensiero che offrono possibilità straordinarie di conoscere razionalmente e di approfondire scientificamente concetti, dati e formulazioni.

Fra queste discipline, l’educazione alla bellezza, all’arte, alla musica e alla poesia occupa un posto insostituibile. La bellezza è non solo parte integrante di ogni processo educativo, ma anche un’occasione di esperienze emotive e intuitive relative al trascendente e al meta-empirico. L’uomo moderno sembra simbolicamente talmente inaridito da non dare la dovuta importanza alla promozione del bello e, di conseguenza, alla difesa della natura (cfr. Discorso al Consiglio d’Europa, 25 novembre 2014). Questa dimensione della bellezza è allo stesso tempo educativa e terapeutica.

Un’educazione sensibile alla bellezza si consolida e diviene più matura nella cura dell’ambiente, nell’attenzione al prossimo, nella partecipazione agli ideali. L’educazione si fa carismatica. Carisma, di fatto, viene dal greco charis che è anche la radice di grazia, gentilezza e gratitudine: questa bellezza ha un bisogno vitale di gratuità e di condivisione.

Una terza sfida, strettamente legata alle precedenti, è il recupero della responsabilità comunitaria dell’educazione. Nella società — come nelle scuole e nelle università — si devono creare le condizioni per una cooperazione feconda che metta gli insegnanti e tutti gli attori dell’universo educativo in condizione di poter lavorare bene e insieme, prendendosi integralmente cura dei rapporti tra le famiglie e quanti apprendono, mediante un “gioco cooperativo” che stimoli reciprocamente gli uni e gli altri.

A tale proposito, il principio di sussidiarietà, pilastro della dottrina sociale della Chiesa, assume un valore fondamentale anche e soprattutto nei rapporti educativi. È il fondamento di ogni scelta educativa ragionevole e autonoma, garanzia per le democrazie di tutto il mondo e principio di base anche per l’Unesco.

La sussidiarietà è altresì alla base di ogni processo educativo virtuoso perché ci ricorda che la prima competenza dalla quale bisogna partire è quella che possiede già la persona che apprende. Tutti gli altri interventi devono essere subordinati a questa competenza fondamentale ed essenziale. Se gli interventi dell’educatore si sostituiscono in modo radicale a questo genio personale dell’individuo che apprende il processo pedagogico s’inceppa e si deteriora.

Per questo motivo, mai come in questo momento della storia, la scuola e l’università devono ridivenire un punto di riferimento positivo «puntando a costruire una relazione educativa con ciascuno studente, che deve sentirsi accolto e amato per quello che è, con tutti i suoi limiti e le sue potenzialità» (Udienza ai Membri dell’Unione cattolica italiana insegnanti medi, Uciim, 14 marzo 2015).

Alla scuola e all’università è affidato il compito di portare a compimento un processo organico fondato sulla persona, affinché questa diventi la protagonista principale della sua stessa crescita e della sua maturazione in una prospettiva di apprendimento costante. «Il modello a cui deve ispirarsi (...) è quello della comunità educativa, spazio di convivialità delle differenze» (Congregazione per l’Educazione Cattolica, Educare al dialogo interculturale nella scuola cattolica. Vivere insieme per una civiltà dell’amore, n. 58). In effetti, essa è un luogo d’incontro dove si «promuove la partecipazione», si «dialoga con la famiglia, (...) rispettandone la cultura e ponendosi in profondo ascolto dei bisogni che incontra e delle attese di cui è destinataria» (ibidem).

Di fronte a un mondo digitale alternativo e virtuale, sarebbe opportuno ritornare anche a un certo carattere concreto sia nelle scuole sia nelle università, dove — spesso — il lavoro resta ancora un’esperienza molto marginale e in secondo piano in a un sistema accademico, in alcuni casi, obsoleto.

In un contesto di alti livelli di obsolescenza tecnologica, è più che mai necessario immaginare corsi di studio più flessibili che affianchino il lavoro, certamente senza sostituirsi a esso ma integrandolo e accompagnandolo giorno dopo giorno. Sarebbe opportuno estendere questa esperienza all’intera esistenza con periodi regolari e regolati di formazione permanente perché l’obiettivo non deve essere il titolo, ma la conoscenza, l’apprendimento e l’approfondimento, soprattutto in una società sempre più complessa e stratificata.

Infine, il servizio educativo di oggi non si può sottrarre alle sfide di una cultura dell’opposizione e alle sue strumentalizzazioni distruttive e irrazionali. «La causa ontologica» (Papa Francesco, Messaggio per la giornata mondiale della pace 2015, n. 4) del contesto attuale di odio e di disprezzo all’interno della famiglia umana è costituita da un radicale «rifiuto dell’umanità nell’altro» (ibidem).

L’accettazione della diversità è dunque fondamentale nel rispetto reciproco e nella libertà di esprimere le proprie idee e le proprie convinzioni religiose. Questo atteggiamento costruttivo trova il suo humus naturale nel dialogo disinteressato (cfr. Evangelii gaudium, n. 142), che nella ricerca comune della pace e della giustizia diviene «al di là dell’aspetto meramente pragmatico, un impegno etico che crea nuove condizioni sociali» (ibidem, n. 250).

Per questo motivo, la scuola e l’università sono chiamate a proporre nuovamente le condizioni necessarie per un nuovo umanesimo che sappia ricostruire uno spirito di fraternità tra le persone e le nazioni (cfr. Messaggio per la giornata mondiale della pace 2014, nn. 3 e 4). Il vero obiettivo della ricerca è, in effetti, la risoluzione dei problemi e la proposta di soluzioni che sappiano integrare la dimensione individuale con la dimensione relazionale e comunitaria.

Accettare le differenze proprie di ogni cultura non significa negare l’esistenza di valori obiettivi e di principi comuni alla natura umana stessa, senza i quali si è trasportati nel relativismo culturale, che dimentica deliberatamente ogni interrogativo ultimo sulla verità e apre le porte all’oblio della memoria, al nichilismo e al radicalismo (cfr. Lumen fidei, n. 25).

Con coraggio e forza d’animo, si deve superare la categoria del rifiuto perché — come ha dichiarato Papa Francesco al Corpo diplomatico — «una cultura che rigetta l’altro, recide i legami più intimi e veri, finendo per sciogliere e disgregare tutta quanta la società e per generare violenza e morte» (12 gennaio 2015). Per evitare queste conseguenze nefaste, il Papa stesso indica l’orizzonte della fraternità che «rimanda alla crescita in pienezza di ogni uomo e donna [dove] le giuste ambizioni di una persona, soprattutto se giovane, non vanno frustrate e offese, non va rubata la speranza di poterle realizzare» (Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2014, n. 8).

Nel concludere il mio intervento non posso che incoraggiare e lodare le iniziative dell’Unesco che celebra il suo 700 anniversario in un tempo in cui molti scorgono i segni di una transizione epocale. Come è già accaduto nella storia dell’umanità, simili periodi sono densi d’instabilità e causa di disorientamento. Di fronte all’intensificarsi di sentimenti di opposizione e di odio, appare necessario ripartire dalla condivisione del bello e dalla lode del creato, valorizzando il contributo che ognuno può offrire e proponendo un riavvicinamento umile e paziente tra gli individui, le comunità e i popoli.

Alla base di questa responsabilità comune c’è — come ha affermato Giovani Paolo ii in questa Sede prestigiosa — «una dimensione fondamentale, che è capace di sconvolgere nelle loro fondamenta i sistemi che strutturano l’insieme dell'umanità e di liberare l'esistenza umana, individuale e collettiva, dalle minacce che pesano su di lei. Questa dimensione fondamentale è l'uomo, l’uomo nella sua integrità, l’uomo che vive nel medesimo tempo nella sfera dei valori materiali e in quella dei valori spirituali. Il rispetto dei diritti inalienabili della persona umana è alla base di tutto» (Discorso all’Unesco, 2 giugno 1980). Nel rafforzamento della fiducia reciproca e nel mutuo riconoscimento, l’educazione diviene la piattaforma ideale per abbattere i muri dell’incomprensione e dell’orgoglio. Un’educazione integrale e inclusiva è capace di ascolto paziente e di dialogo costruttivo. Come Papa Francesco ha detto di recente, essa ci offre l’opportunità di avvicinarci agli altri «in punta di piedi senza alzare la polvere che annebbia la vista» (Discorso ai partecipanti all’incontro organizzato dal Pisai, 24 gennaio 2015). Nel celebrare insieme tali anniversari, la Chiesa e l’Unesco si ritrovano unite in questa missione educativa che — come ha scritto Paolo vi nel Messaggio al direttore generale dell’Unesco Amadou Mahtar M’Bow il 25 giugno 1975 — «al di là di tante dolorose divisioni, manifesta la comune preoccupazione dell’umanità di assicurare un più autentico sviluppo dell’uomo».

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