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​La bellezza di chi non è perfetto

· Nel nuovo museo dell’Opera del Duomo di Firenze ·

La mostra «Divine Creature», realizzata dal regista Adamo Antonacci presso il nuovo Museo dell’Opera del Duomo di Firenze, stupisce e commuove. Nel nostro tempo affascinato da una perfezione illusoria e in ogni caso irraggiungibile — dai supereroi tecnologici e divi luccicanti — qui viene celebrata l’imperfezione, la bellezza di quelle persone che abitualmente scegliamo di non guardare. In «Divine Creature» quindici capolavori dell’arte sacra vengono impersonati da donne, uomini e bambini disabili. 

Una delle immagini realizzate dal regista Adamo Antonacci

La logica della mostra, semplicissima, scaturisce dalle Scritture giudeo-cristiane. Come tutti sanno, queste danno per certa l’impossibilità di vedere Dio: a Mosé che chiedeva di contemplarne la gloria, l’Altissimo aveva replicato: «Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo» ( Esodo, 33, 20), e quando uno dei discepoli chiese a Gesù di mostrare loro il Padre, egli aveva risposto: «Chi ha visto me ha visto il Padre» ( Giovanni, 14, 8). Dio, cioè, o non si vede affatto o si vede con un altro aspetto, quello di Cristo, pure questo però sfuggente, come suggerisce ancora il Vangelo: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato?» chiedono quelli a cui un re dice «Venite, benedetti dal Padre mio» perché gli hanno dato da mangiare quando aveva bisogno ( Matteo, 25, 24-36), rispondendo alla loro domanda con le parole: «In verità io vi dico, tutto quello che avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» ( Matteo, 25,40).
Questi miei fratelli più piccoli. Ecco il senso della mostra «Divine Creature», che rivisita grandi capolavori sostituendo ai personaggi immaginati dagli artisti attori scelti tra i fratelli più piccoli di Cristo. La duplice ragione di queste sostituzioni è sempre biblica: da una parte, come Dio spiegò a Samuele, quando questi voleva ungere re d’Israele il primogenito di Iesse, bello e imponente: «non conta ciò che vede l’uomo, l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore» (1 Samuele, 16, 7); e dall’altra parte la consapevolezza che «adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio» e «adesso conosco in modo imperfetto», mentre un giorno vedrò e conoscerò perfettamente (1 Corinzi, 13, 12). La prima affermazione, che cioè l’uomo vede solo in maniera superficiale mentre Dio vede il cuore, viene avanzata nel racconto della elezione di Davide, il figlio più giovane di Iesse, per la dignità regale. E la seconda, sul modo imperfetto in cui vediamo e conosciamo per ora cose e persone, è parte dell’inno intessuto da san Paolo alla carità, magnanima, benevola, che tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (1 Corinzi 13, 4-8). Per Paolo è infatti la carità a schiarire la nostra vista e la nostra intelligenza, permettendoci di vedere non solo il riflesso della realtà ma la sua faccia autentica, e di conoscere Dio e come noi stessi siamo da lui conosciuti (1 Corinzi, 13, 12).
È significativo che molte delle opere rivisitate nella mostra siano della corrente realista del Seicento italiano, di Caravaggio e di artisti vicini a lui. La “rivoluzione” caravaggesca dell’arte in effetti tentava qualcosa di analogo a quanto queste splendide riletture contemporanee realizzano: una valorizzazione della bellezza autentica delle persone, della sacralità del reale, ben diversa dall’idealismo di stampo platonico preferito dai committenti barocchi. Un critico del periodo, Giovan Pietro Bellori (1613-1696), contrappose i due approcci, esaltando quella “idea del bello” che già maestri rinascimentali quale Raffaello avevano mutuata dall’arte greco-romana, come unico stile adeguato al “decoro” richiesto dai soggetti sacri. Caravaggio e i suoi seguaci proposero invece un nuovo linguaggio in cui veicolare il messaggio cristiano, libero dall’estetismo dell’antico mondo classico.
Pur con il superamento di tali dicotomie tra l’Ottocento e il Novecento, nell’ambito dell’arte sacra permane fino a oggi una nostalgia di perfezione in contrasto col senso del Vangelo. Dio infatti non ha scelto ciò che il mondo considera bello ma piuttosto «quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi davanti a Dio» (1 Corinzi 1, 28-29). Così questa mostra sostituisce all’idealismo dei filosofi l’imperfezione che Dio ha assunto in Cristo. E lo fa a Firenze, dove il realismo francescano di Arnolfo e di Giotto ha spodestato l’autorità delle icone orientali; lo fa al duomo, dove l’ispirato verismo di Donatello ha aperto la strada al Rinascimento; lo fa al Museo dell’Opera, dove si conserva il capolavoro del Michelangelo vecchio, la Pietà scolpita e dall’artista mutilata tra il 1547-1555, in cui non il trionfo dell’uomo ma la sua sconfitta diventa segno dell’amore divino. La mostra, apertasi il 10 marzo, rimane visibile fino a tutto il 17 aprile.

di Timothy Verdon
Direttore, Museo dell’Opera del Duomo di Firenze  

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25 agosto 2019

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