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La bella stagione

· Nacque agli inizi dell'Ottocento l’esemplare modello di organizzazione dei Musei Vaticani ·

Giovedì 2 maggio, nei Musei Vaticani, viene presentato il volume Le spalle al Settecento. Forma, modelli e organizzazione  dei musei nella Roma napoleonica (1809-1814) di Ilaria Sgarbozza (Città del Vaticano, Musei Vaticani, 2013, pagine 307, euro 65). Nell'introduzione il direttore dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci, sottolinea che Musei del Papa sono prima di tutto, e soprattutto, musei di arte antica. Fra le collezioni di arte antica un ruolo di gran lunga egemone per qualità, varietà, rarità e celebrità dei reperti, è rappresentato dalla statuaria classica. I soli marmi e bronzi esposti ammontano al numero davvero stupefacente di 4.416. Non esiste altrove, in Italia e nel mondo, una paragonabile concentrazione di opere di ambito cronologico e stilistico greco-romano.

I Musei Vaticani nascono dunque come musei di arte antica e non è un caso se l’inizio della loro storia lo si fa coincidere con il 1506 quando, dagli scavi del Colle Oppio, arrivò in Belvedere il Laocoonte. Per secoli, prima che la Sistina di Michelangelo diventasse per i milioni di visitatori il principale e pressoché esclusivo oggetto di interesse, si veniva nei Musei del Papa per ammirare e studiare i capolavori della statuaria classica. Erano quelli (il Laocoonte, l’Apollo di Belvedere, l’Arianna, la Venus felix), assieme al Raffaello delle Stanze e delle Logge, i supremi modelli della civiltà artistica universale.

L'autrice, da parte sua, rileva che quando, il 24 maggio 1814, Pio VII fece il suo trionfale ingresso a Roma, dopo quattro anni, dieci mesi e quattordici giorni di assenza, trovò ad attenderlo un Canova felice ma non del tutto sereno in merito alla sorte delle istituzioni artistiche. Il direttore dei musei e principe dell’Accademia di San Luca, in un biglietto scritto al cardinale Ercole Consalvi un paio di settimane prima, si era detto preoccupato per la ventilata abrogazione della totalità delle iniziative prese dalle autorità napoleoniche. Che intenzione del Pontefice e dei suoi collaboratori fosse tranquillizzare Canova, garantendo al patrimonio archeologico e artistico una gestione in linea con la pratica del recente passato, è dimostrato dalla repentina conferma ai ruoli di responsabilità degli uomini del suo entourage: Antonio e Alessandro D’Este, Tofanelli, Stern, oltre al meno gradito Camuccini, nominato ispettore delle Pubbliche Pitture il 12 agosto. Senza procedere all’azzeramento dei vertici delle Belle Arti, contrariamente a quanto fatto in altri ambiti, Pio VII sembrò cioè riconoscere per tempo il segno riformista della politica di tutela napoleonica.

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