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​La beatificazione di Clelia Merloni

· ​Presieduta dal cardinale Becciu nella basilica lateranense ·

Donna tutta di Dio ma anche «tutta dei fratelli, specie i piccoli, i poveri, i semplici, gli indifesi»: il suo «amore per Dio», infatti, «non poteva non riflettersi e non incarnarsi nell’amore per l’uomo». Così il cardinale Angelo Becciu ha definito madre Clelia Merloni durante il rito di beatificazione presieduto in rappresentanza di Papa Francesco sabato mattina, 3 novembre, nella basilica di San Giovanni in Laterano.

La fondatrice delle apostole del Sacro Cuore di Gesù, ha fatto notare all’omelia il prefetto della Congregazione delle cause dei santi, aveva un cuore aperto a tutti, specialmente ai malati e ai sofferenti. «Seppe fare proprio il bisogno altrui — ha detto — fino a privarsi spesso del necessario». Dimostrò sempre «una tenerezza speciale, una compassione innata per ogni sorta di sofferenza, per sovvenire alla quale si sottomise a qualunque disagio e fatica, estinguendo quella sete di carità e di zelo cha ardeva in lei». Nelle opere di solidarietà, ha aggiunto, non conosceva limiti e «si immedesimava pienamente nei problemi altrui». Quanti hanno vissuto accanto a lei asseriscono: «Se vedeva un bisognoso e non poteva aiutarlo si sentiva venir meno per la pena».

La parola di Dio, ha sottolineato ancora il cardinale, «aiuta a cogliere il cuore dell’esperienza umana e cristiana della beata Clelia Merloni», evidenziando gli elementi essenziali del suo “volto” spirituale. «È il volto di una donna — ha rimarcato — la cui esistenza è stata segnata in maniera impressionante da patimenti e tribolazioni». Infatti «la croce è stata il sigillo di tutta la sua vita. Ma il suo sguardo, specialmente nell’ora della prova, era sempre rivolto a Dio».

Il cardinale ha poi ricordato che madre Clelia dovette subire calunnie che ne determinarono la destituzione dal governo e addirittura l’allontanamento dall’istituto da lei fondato. «Fu — ha spiegato — il periodo del suo calvario: un calvario personale duro e logorante, fatto di solitudine e di isolamento, di indebolimento della salute e di stenti, al limite della disperazione». Eppure, ha aggiunto, quello fu «il momento dell’incontro con il suo sposo, Gesù Crocifisso. Come infatti non vederla assimilata a colui che sulla croce patì l’abbandono, il disprezzo, l’ignominia, il fallimento, lo spogliamento di ogni dignità umana?». La beata Clelia, sull’esempio di Maria che rimase ferma e incrollabile ai piedi della croce, «non dubitò della sua fede in Dio, in colui che mai abbandona i suoi figli in ogni stagione dell’esistenza», soprattutto «nell’ora dolorosa, molte volte inestricabile da capire e dura da accettare». Ella condivise «la ferita del cuore di Gesù, rispondendo alle ostilità e al disprezzo con la carità». Del resto, la religiosa era solita deporre ai piedi del tabernacolo «ogni contrarietà: lì era il suo punto di appoggio». Di fronte al cuore di Gesù «riconosceva la sua volontà di riconciliazione con tutti, trovando la forza di perdonare quanti la perseguitavano».

Pur avendo un carattere forte, ha ribadito il porporato, «si dimostrò di una tenerezza straordinaria nel dimenticare le offese subite, testimoniando così la potenza vincitrice della carità, che non si adira, non tiene conto del male ricevuto, tutto scusa, tutto sopporta». Nella sua vita, la beata non parlò mai a danno di qualcuno, anche di quante, «specialmente all’interno della sua congregazione, le erano ostili». Abbracciava le sofferenze, «offrendole al Signore e vedendo in esse le varie sfaccettature dell’amore di Dio nei suoi confronti». Così, con la sua vita donata «in oblazione totale», è stata la fondatrice delle apostole del Sacro cuore di Gesù, «testimoniando nella sua carne il carisma dell’istituto». Un carisma attuale e affascinante: «offrirsi totalmente e gioiosamente al cuore di Gesù per essere segno vivo e credibile dell’amore di Dio per l’umanità».

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