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La battaglia delle donne
in America latina

· ​Il 30 luglio la giornata mondiale indetta dall’Onu contro le moderne forme di schiavitù ·

Marita venduta alla mafia per duemila euro

La vita dell’argentina María de los Ángeles Verón, che tutti chiamavano Marita, è tragicamente cambiata nel 2002 — aveva solo 23 anni — quando una rete della tratta di persone l’ha sequestrata, per schiavizzarla e farla prostituire. All’epoca gestiva un negozio ed era madre di una bambina di tre anni. Tutto è cambiato quando un giorno. in una città del nord dell’Argentina, qualcuno per strada l’ha colpita con il calcio di una pistola e l’ha costretta a entrare in un’automobile. Da allora risulta dispersa. Sua madre, Susana Trimarco, ha smosso mari e monti, finché, stanca di non trovare risposte negli uffici competenti, ha deciso di agire per proprio conto.

Si è fatta passare per una prostituta e, conquistando la fiducia delle donne che incontrava nei postriboli, con il tempo è riuscita a sapere che sua figlia Marita era stata venduta alla mafia al prezzo di 2000 euro per essere sfruttata sessualmente. Ha anche scoperto che nello stesso periodo 17 giovani argentine erano state vendute e trasferite in Spagna. La sua denuncia ha fatto sì che, tempo dopo, la Polizia Nazionale spagnola potesse ritrovarle e liberarle. La sua pericolosa avventura è durata 14 anni, fino a quando è riuscita a portare sul banco degli imputati lo sfruttatore di María e dodici presunti suoi collaboratori.

Il caso di Marita Verón è paradigmatico e in Argentina ha segnato un prima e un dopo nella presa di coscienza sul dramma della tratta. Oggi ci sono sempre più vittime che denunciano e vengono assistite. Ma il flagello sta colpendo ancora duramente questo paese sudamericano, dove al momento circa seimila persone risultano scomparse.

Il meccanismo di ricerca si attiva quando un familiare, o qualcuno vicino alla vittima, presenta una denuncia di scomparsa, pur essendo dimostrato che, in generale, questo dispositivo non riesce a trovare risposte alla grave situazione di quanti sono rimasti prigionieri di reti di sfruttamento sessuale e sul lavoro.

Molti di questi casi riguardano ragazze o ragazzi nati o cresciuti a La Quiaca, una città del nordest dell’Argentina, al confine con la Bolivia. Per la totale inesistenza di statistiche, non è possibile fornire un numero esatto dei minori scomparsi in quest’area e tra la popolazione dei dipartimenti di Yavi, Santa Catalina e Rinconada. Ci sono però dati che colmano questo vuoto: sono quelli delle varie ong che si occupano della tratta e che parlano di un flusso di 750 minorenni che ogni giorno attraversano illegalmente il confine. Queste zone grigie sono posti di frontiera, dei “colabrodo”, dove la tratta degli esseri umani è una realtà quotidiana. E sono presenti ovunque nel continente sudamericano.

Sebbene lo sfruttamento sessuale sia uno dei fini della tratta più evidenti e comuni, non è l’unico. Del totale delle vittime un quarto sono bambini, ma più della metà sono bambine e donne. Come nel caso di Pilar (21 anni) e Amparo (17 anni). Sono amiche e vivono senza un lavoro fisso a Chinangeda, in Nicaragua. Le loro famiglie hanno molti problemi finanziari, perciò, le due ragazze, alla ricerca di un’alternativa economica, decidono di mettersi in contatto con un camionista amico della famiglia di Pilar e gli chiedono di aiutarle a emigrare illegalmente negli Stati Uniti. Lì hanno dei parenti che hanno promesso loro un lavoro. Il metodo, come in tantissimi altri casi, è il seguente: il camionista le porta fino al confine tra Messico e Stati Uniti, dove spiega loro che, per motivi di sicurezza del trasporto illegale verso gli Stati Uniti, devono separarsi. Poi mette Pilar in contatto con un gruppo di “trasportatori” e Amparo con un altro. Pilar, una volta giunta negli Stati Uniti, incontra i suoi parenti che l’aiutano a pagare il suo debito con i servizi d’immigrazione illegale. Per Amparo invece, al suo ingresso negli Stati Uniti, il panorama cambia bruscamente: le tolgono i documenti personali, le proibiscono di mettersi in contatto con i suoi parenti e le infliggono una multa di oltre 10.000 dollari. Per poterla pagare è costretta a lavorare come prostituta sotto sorveglianza.

Le storie documentate nel rapporto annuale dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del delitto, mettono in evidenza che a livello mondiale esistono ancora circa 525 rotte per il trasferimento di persone ai fini dello sfruttamento. E il dieci per cento delle centinaia di migliaia di persone che sono vittime della tratta nel mondo è latinoamericano.

Secondo i dati presentati alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani (Cidh), tra il 2002 e il 2016 sono state registrare 13.166 vittime in 14 paesi della regione. Ma la mancanza di chiarezza riguardo alle cifre e la difficoltà a raccogliere dati reali sono tali da far supporre che il numero dei casi potrebbe essere molto più alto. L’ufficio delle Nazioni Unite calcola che per ogni vittima identificata della tratta di persone ce ne sono ancora 20 da identificare. L’Osservatorio Latinoamericano sulla tratta e il traffico di persone (ObservalaTrata), in un’udienza dinanzi alla Cidh a Montevideo, ha detto che costituisce «l’industria in maggior crescita» della regione.

Il Messico e il Brasile sono i paesi più colpiti da questo flagello in America latina, mentre la Colombia è al terzo posto per numero di vittime, sfruttate sia nel paese che all’estero. Secondo dati delle Nazioni Unite, le principali destinazioni internazionali sono: Spagna, Repubblica Dominicana, Cina, Giappone, Cile, Equador, Messico, Argentina, Panamá, Paraguay ed Emirati Arabi. La tratta di persone in America latina si articola a livello interno, regionale, intra-regionale e internazionale.

Una delle sfide più grandi che il continente deve affrontare è quella dell’organizzazione delle mafie e della corruzione che si genera attorno a esse e che costituisce un serio ostacolo al momento di perseguire i criminali.

di Silvína Perez

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19 settembre 2019

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