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A Kobane si rischia un massacro

· Secondo l’Onu nella città curda sotto attacco dell’Is potrebbe ripetersi una tragedia come quella di Srebrenica ·

A Kobane, la città settentrionale siriana a meno di due chilometri dal confine con la Turchia, continua la strenua resistenza delle milizie peshmerga curde all’offensiva del cosiddetto Stato islamico (Is). E i raid aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti non sembrano in grado di imprimere una svolta decisiva ai combattimenti. Intanto, dall’altra parte della frontiera resta il dispiegamento dell’esercito turco, un cui intervento in territorio siriano è comunque escluso dal Governo di Ankara in questa fase e, soprattutto, per un’operazione autonoma.

Profughi curdi fuggiti dalla città sotto assedio (Afp)

Ieri l’inviato dell’Onu per la Siria, Staffan de Mistura, ha chiesto alla Turchia di lasciare almeno passare i volontari curdi che vogliono andare in soccorso dei difensori di Kobane. Il diplomatico ha sollecitato a scongiurare un massacro che a suo giudizio sarebbe paragonabile a quello del luglio 1995 a Srebrenica, la cittadina bosniaca dove migliaia di abitanti musulmani furono trucidati dalle milizie serbo-bosniache. Se non si agirà, «noi tutti, e la Turchia, rimpiangeremo di aver perso l’occasione di fermare l’Is», ha detto de Mistura.

La questione etnica e quella politica si mescolano negli sviluppi in Turchia, dove si susseguono da giorni le proteste dei curdi per la vicenda di Kobane, degenerate in scontri con la polizia che hanno causato una trentina di morti. Secondo le fonti ufficiali turche, le proteste sono sostenute e organizzate dal Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), che da decenni si batte per l’indipendenza. Con il Pkk, pur considerato un’organizzazione terroristica, il Governo di Ankara ha cercato negli ultimi anni di avviare un confronto politico. Ma l’assenso turco a un congiungimento anche militare dei curdi di Turchia, Siria e Iraq, è ritenuto dagli osservatori impensabile. 

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26 gennaio 2020

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