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Katia una e centomila

· "Forse Esther" un viaggio tra gulag e lager ·

Katja Petrowskaja è nata a Kiev nel 1970, ha studiato a Mosca e vive a Berlino. Questo libro — come possiamo definirlo, romanzo, memoria? — è stato scritto in tedesco, è stato pubblicato dalla Suhrkamp Verlag in questo stesso 2014 e ora dall'Adelphi nella splendida traduzione italiana di Ada Vigliani. Un capitolo di Katja Petrowskaja, Forse Esther, (Milano, Adelphi, 2014, pagine. 241, euro 18) ha ottenuto l'anno passato il premio Ingeborg Bachman e il libro ha vinto nel 2014 l'Aspekte-Literaturpreis ed è stato salutato dalla critica tedesca come un capolavoro.

Un gulag staliniano

Ed è effettivamente un libro straordinario, che si fa divorare senza darti un attimo di pausa, in cui ogni pagina è preziosa, scritto in un linguaggio terso e cristallino. Un viaggio a ritroso nel tempo quanto mai speciale in un'epoca in cui tanti hanno affrontato il percorso della memoria con maggiore o minor fortuna, stimolati dalla ricerca del proprio passato ed eredi di rivolgimenti, stermini, sopravvivenze. Il libro è diviso in capitoli che tracciano grosso modo, in percorsi mai lineari ma fitti di dialoghi, scoperte e riflessioni, le storie di ogni pezzo della famiglia, le nonne materne e paterne, i nonni, i loro antenati, i loro nomi tante volte mutati negli anni e nel volgere dei mutamenti geografici e politici.

Katja ha infatti molteplici identità, ucraina, ebraica, polacca, russa, e ad ognuna di esse corrisponde un frammento di quel composito mosaico che è la sua famiglia. E di ogni frammento l'autrice va pazientemente alla ricerca, non solo nella memoria o nelle carte, ma nei luoghi stessi dove quei suoi antenati hanno vissuto e sono morti: Kiev, Mauthausen, Auschwitz, Varsavia e Mosca, Katyn: Polonia e Russia, il lager e il gulag, la Lubjanka e Babij Jar. A quasi trent'anni Katja impara il tedesco, la lingua in cui scrive, e si trasferisce a Berlino. Un'altra identità, questa volta scelta da lei. Ma ormai è in viaggio. Deve vedere con i suoi occhi le case dove i suoi avevano abitato, i lager dove erano stati rinchiusi, i luoghi dove erano stati assassinati nelle marce della morte. Il suo primo viaggio fuori dall'Urss è ad Auschwitz, nell'89, mentre il comunismo crolla. Uno strano viaggio dove la normalità della vita affianca la morte del campo e che Katja si affretta a dimenticare. Ma ci tornerà molte altre volte.

E' una famiglia dai vasti e disparati interessi: logopedisti i parenti materni, fondatori di istituti per sordomuti in mezza Europa, rivoluzionari o controrivoluzionari quelli paterni. La madre nasce a Varsavia, il padre a Odessa. Semen, il nonno di Katja, aveva già durante la rivoluzione cambiato il cognome Stem in quello più russo di Petrowski. Suo fratello è quel Judas Stern che nel 1932 sparò a Mosca al consigliere dell'ambasciata tedesca Fritz von Twardowski uccidendo invece un cavallo. Arrestato con un suo complice, portato alla Lubjanka, il carcere staliniano, condannato come sovversivo e controrivoluzionario, confessa ma poi ritratta pubblicamente la sua confessione perché ottenuta «con metodi non europei». E' fucilato o meglio, per riprendere l'espressione da lui usata al processo, «spedito nel mondo della materia disorganizzata».

Nel 1941, all'arrivo dei nazisti a Kiev, la famiglia del padre, con lui bambino, fugge in Urss. Resta a casa la vecchia nonna, di cui il padre di Katja non sa con sicurezza il nome, forse Esther, come nel titolo. Nel settembre i nazisti impongono a tutti gli ebrei della città di presentarsi, per poi sterminarli a Babij Jiar. Esther (Forse Esther) è vecchia e non cammina velocemente. Arriva così in ritardo, e con garbo si rivolge, nel suo tedesco che sa di yiddish, a due ufficiali tedeschi: «Scusi, signor ufficiale mi dica per favore dove devo andare». La risposta fu un «distratto» colpo di pistola.

di Anna Foa

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06 dicembre 2019

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