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In Kashmir
popolazione allo stremo

· Assistenza sanitaria a rischio anche per il blocco delle telecomunicazioni imposto da New Delhi ·

Posto di blocco a Srinagar, in Kashmir (Ap)

Mentre sempre più spesso s’impone, agli occhi dei media internazionali, l’India delle holding company e delle avanguardie hi-tech, nel subcontinente si muore ancora per mancanza di adeguata assistenza sanitaria. È quanto accade in particolare nella valle del Kashmir, un’area compresa tra la penisola indiana e il Pakistan, che il governo di New Delhi ha colpito con il blocco delle comunicazioni di telefono e internet. Negli ultimi trent’anni la valle del Kashmir è stata una zona di conflitto logorata dalla lotta per l’indipendenza: un tema, quello dell’indipendentismo, che risale al 1947 ed è andato ad acuirsi negli ultimi anni con episodi frequenti di lotta armata: «Da tempo la popolazione kashmira è soggetta a uno stato di controllo e occupazione», testimonia Matteo Malvaldi, giornalista corrispondente dall’India. Con la garanzia di ristabilire la sicurezza, dal 2012 New Delhi sta portando avanti una campagna incentrata sul blocco delle comunicazioni: «Non si può telefonare, le aziende sono costrette a chiudere, saltano persino matrimoni» sottolinea Malvaldi. Secondo l’Indian Council for Research on International Economic Relations, i cosiddetti “shutdown” in Kashmir sono costati all’economia del subcontinente oltre 3 miliardi di dollari in cinque anni: un danno considerevole alle startup in ascesa, che puntano tutto sull’e-commerce, ma anche a storiche produzioni, come quella del rinomato tè darjeeling, con aziende che in un anno hanno stimato un calo del fatturato di circa il 30 per cento.

Le Nazioni Unite hanno ripetutamente condannato il blocco di internet e della linea telefonica come una violazione dei diritti dell’uomo: «Una misura di questo tipo — spiega Malvaldi — attacca tutta la comunità. È in corso una tattica psicologica volta all’isolamento non solo del Kashmir rispetto agli altri paesi, ma anche dei kashmiri stessi».

Il risvolto drammatico del blocco delle comunicazioni è una comunità che si trova a non avere le forniture essenziali di cibo e medicine. Nelle strade di Srinagar, la città più grande del Kashmir, costellate di blocchi militari, la gente fatica ad uscire. Le farmacie sono a corto di medicinali e gli sportelli bancomat sono chiusi. Così, i pazienti oncologici saltano le terapie, chi è affetto da patologie come il diabete non riesce ad assumere l’insulina, i bambini sono a corto di cibo, come il latte in polvere. La gente spera di non ammalarsi: «Usiamo internet per gli ordini — ha dichiarato a The New York Times il sig. Nazir, che possiede una farmacia a Srinagar — ma ora non siamo in grado di fare nulla». Recentemente, il quotidiano statunitense ha riportato la storia di Saja Begum, una madre di famiglia kashmira, che ha visto morire suo figlio 22 enne per un morso di serpente, poiché nei centri sanitari non era disponibile un antidoto. La donna, non potendo contattare telefonicamente i vari centri, li ha raggiunti uno per uno in auto con il marito, ma dopo sedici ore di agonia, suo figlio non ce l'ha fatta. Quella di Saja è una storia come tante in questi ultimi anni: «Le persone che stanno male non possono chiamare l’ambulanza o un medico — conferma Malvaldi — e, quando capita, le ambulanze sono rallentane dai posti di blocco presenti nella regione».

I medici dello Sri Maharaja Hari Singh Hospital di Srinagar hanno calcolato che, a causa dei ripetuti shutdown, negli ultimi due mesi gli interventi chirurgici sono diminuiti del 50 per cento. Per questo hanno indirizzato una lettera al governo di New Delhi, chiedendo la fine del blocco per poter salvare vite umane. Alcuni di loro, però, sono stati arrestati. Omar Salim, un giovane urologo che ha chiesto alle autorità indiane di ripristinare quantomeno le linee telefoniche, è stato incarcerato alcune ore per aver manifestato con un cartello in mano.

A subire le conseguenze più dure del blocco sono i servizi pediatrici e di maternità. I media internazionali riportano storie tragiche, come quella di Raziya Khan, una giovane donna incinta che, col sopraggiungere di alcune complicazioni, non è riuscita a mettersi in contatto con le strutture sanitarie, è stata mandata in un ospedale più grande e, a causa del ritardo d’intervento, ha perso il bambino: «Stiamo parlando di una popolazione isolata con posti di blocco che non fanno passare ambulanze — sottolinea Malvaldi —. Quando il governo dice che in Kashmir si vive normalmente, bisognerebbe chiedersi se sia normale avere 700.000 militari per otto milioni di kashmiri», aggiunge.

Fonti ufficiali indiane diffondono foto che mostrano mercati colmi e strade affollate, ma i media internazionali riportano altre immagini. Come quella di centinaia di kashmiri in fila davanti a una delle poche postazioni telefoniche funzionanti. Per una telefonata che dura qualche secondo, la popolazione è costretta a fare una fila di diverse ore.

Matteo Malvaldi ricorda: «Nella valle del Kashmir vivono otto milioni di persone, ma ci sono anche kashmiri che abitano altrove. Centinaia di persone sono, dunque, costrette a snaturare la loro vita. Questo fa perdere loro la speranza».

di Marco Grieco

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