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Kancianat
ha imparato a perdonare

· L’incontro con la fede cristiana in un paese a maggioranza buddhista ·

«Voi avete parlato poco della Thailandia». Per rispondere alla sollecitazione rivolta dal Papa ai giornalisti nella conferenza stampa sul volo di ritorno dal viaggio in Oriente, «L’Osservatore Romano» ha girato la richiesta a Teresa Bello, missionaria saveriana nel Paese del sudest asiatico. La sua congregazione vi è presente dal 2000, collaborando con la Chiesa locale nel grande sforzo affinché i laici, i religiosi e i sacerdoti si sentano sempre più coinvolti nell’evangelizzazione. Testimoni nel “primo annuncio”, verso quanti non conoscono Cristo, anche attraverso la carità ai più emarginati, le religiose oltre che nella formazione ai sacramenti, sono soprattutto impegnate nelle visite ai villaggi del nord, tra le popolazioni tribali delle montagne che hanno poche risorse materiali, e nelle baraccopoli di Bangkok e dintorni. Attualmente sono insediate a Naan, al confine settentrionale, e a Nonthaburi, sobborgo periferico della capitale. Qui accompagnano un’opera parrocchiale che si prende cura di bambini con disabilità gravi, “la Casa degli Angeli”, e le famiglie — soprattutto di religione buddhista — dove sono presenti malati o altre situazioni di disagio sociale. E proprio da quest’ultima realtà arriva la testimonianza che pubblichiamo di seguito.

Avevo fissato un appuntamento con lei tramite le sorelle della comunità di Nonthaburi perché da quando avevo sentito raccontare la sua storia, desideravo conoscerla personalmente. E la signora Kancianat mi ha lasciato entrare nella sua vita coinvolgendomi con forti sentimenti e molte lacrime, di dolore e di gioia. Mi ha parlato di sogni, ambizione, fatica e tribolazioni, successo, amarezza, delusioni, amore e odio, fino al progetto di uccidere. E poi il mistero, una necessità impellente, un soffio leggero, una Parola che la conduce altrove.

Presentandosi con orgoglio dice che appartiene a una famiglia cinese di religione buddihsta. Prima di sei figli, con un padre che doveva assentarsi per lavoro un paio di volte al mese e una madre, che pur lavorando, curava l’educazione dei bambini. Il papà, un uomo buono, li istruiva perché fossero cittadini onesti e rispettosi. E lei come primogenita, aiutava la mamma, conoscendo sin da bambina fatica e stanchezza. Frequenta solo fino alla quarta elementare, poi verso i 15 anni, si orienta nella stessa occupazione materna: cucire materiale per una fabbrica; ma a fine giornata va in autobus ai corsi serali per migliorare l’istruzione. E qui conosce un giovane che si interessa a lei: si frequentano e a 20 anni decidono di sposarsi e di trasferirsi a Kancianaburi, dove lavora il marito.

Per un po’ si adattano a fare di tutto, per realizzare il sogno comune di avere un impiego in proprio. Poi iniziano una piccola impresa in collaborazione con un amico. Il lavoro è duro, ma dopo 5 anni diventano gli unici proprietari. Gli affari vanno bene finché vengono truffati. Devono rimboccarsi le maniche e ripartire. Lavorano sodo e nel giro di altri 5 anni arrivano ad avere 50 operai. Una sera però, un incendio improvviso distrugge tutto. Sono di nuovo al punto di partenza. Il buon credito acquisito è di aiuto; pian piano risalgono la china e nell’arco di 8 anni arrivano ad avere 300 operai. Esportano il prodotto all’estero e mentre lei cura gli affari in loco, suo marito viaggia e tiene i contatti con i clienti. Hanno una figlia che studia e insieme godono del frutto dei sacrifici fatti.

Per la signora Kancianat inizia in questo contesto di successo il dolore del tradimento. Suo marito, viene a sapere, ha un’altra donna! L’incredulità iniziale cede il posto alla verità dei fatti. Non si arrende nonostante l’amarezza e mette in atto i riti che le sono suggeriti per ricondurlo a sé. Come prescrivono le tradizioni cinesi, appende in casa lampade rosse, accetta di cambiare il nome, ma nulla accade. Le suggeriscono allora un maleficio: le consegnano due bambole di cera, il filo sacro, la foto della donna con la quale il marito la tradisce e nella quale conficcano dei chiodi, perché le porti a casa. Mentre guida verso l’abitazione, però, sente di non voler riavere suo marito in quel modo. Parcheggia, estrae i chiodi dalla foto, e butta tutto in un fiume. Cosa fare? Dove cercare sollievo? Sono necessari uno psicologo e calmanti. Comincia anche a bere per stordirsi e dormire.

La donna rivive con intensità i fatti che racconta: «Mi arriva una lettera di insulto: dice che mio marito ha un’altra mentre io penso solo al lavoro. Lui nega. Dalla delusione passo alla rabbia e all’odio, al bisogno di vendicarmi. Inizio un corso di tiro a segno: volevo saper sparare per difendermi. Prendo di nascosto la pistola di mio marito per portarla a lezione. La voglia di vendetta affiora forte e mi dico: prima o poi quell’uomo dovrà morire! Finché una domenica vengo a sapere che mio marito aveva anche una figlia con la sua amante; una bimba già abbastanza grande!». Messo davanti alle sue responsabilità si difende: «Ho sbagliato! Cosa vuoi che faccia?». Kancianat riprende: «Il mondo mi crolla addosso, perdo il lume della ragione, la rabbia ha il sopravvento e mi ritrovo con la pistola in mano: sparo tre colpi. Non so se la fortuna fu più mia o sua: resta solo leggermente ferito. Io non mi controllavo più. Mi restavano due proiettili: per l’amante e per la loro figlia. Piena di rabbia salto in macchina con la pistola, diretta verso la casa della rivale. Arrivo al semaforo. Era rosso. Mi tremano le mani. Stringo con forza lo sterzo. E mi sorprendo a esclamare: “devo cercare Dio! Voglio cercare Dio!”».

La ascolto con la sensazione di essere su un terreno sacro. Da quell’abisso in cui era sprofondata sgorgava un bisogno che prendeva forma in quel grido: ma chi era Dio? Kancianat non lo sapeva. E dove cercare? Non aveva neppure un parente o conoscenze tra i cristiani. Continua: «Guido senza una meta. Mi ritrovo nel parcheggio della chiesa cattolica “Madre di Misericordia”. Vedo in alto la croce illuminata: entro, c’è tanta gente. Cosa staranno facendo? Una voce interiore mi dice: questa è la tua nuova vita. Intanto la gente cantava: riposa in Dio, Lui è la roccia... Quelle parole rispondevano al mio bisogno di trovare un appoggio sicuro. Mi inginocchio e piago a dirotto. La gente pian piano comincia a uscire e io sono ancora lì. Il prete che aveva celebrato si accosta: “Posso fare qualcosa per te?” È italiano. “Se credi, puoi tornare domani”. Non so che cosa mi porta a ritornare. Gli confido tutto. Lui mi dice: “Questa è una chiesa, è la casa di Dio. Se vuoi puoi venire al gruppo di catechesi”. Cos’era la catechesi? Non ne avevo idea. “Si frequenta per conoscere Dio, Gesù”. Inizio il percorso in un gruppo di dodici persone. Vicino alla Pasqua, ci chiedono se ci sentiamo pronti per il battesimo. Io sola non alzo la mano. Spiego che c’è una parola che non riesco a praticare: “perdono”! Continuo la catechesi per altri due anni. Finalmente sento di poter dire: ho perdonato! Sono contenta. Il giorno del mio battesimo è presente anche mio marito con altri parenti, venuti a vedere come mai questa donna si era così radicata nella religione cristiana».

Era proprio vero il perdono? «Dopo non molto tempo mio marito e la sua nuova moglie devono separarsi. La bimba nata dalla loro unione ha bisogno di una madre. Mia figlia chiede di accoglierla come sua sorella. Accetto. L’ho allevata con lo stesso amore che davo a mia figlia. A volte andavamo insieme in chiesa. La gente vedeva il mio cambiamento e diceva che davvero il Signore era nella mia vita. Un giorno mio marito, che abitava nell’area della fabbrica, viene a trovarmi. Penso che forse vuole ritornare a vivere in famiglia. Era invece un’altra doccia fredda. Mi dice che ha un’altra donna e che deve prendersene cura. Allora decido per la separazione legale. Ne parlo col sacerdote ma non ricevo il permesso. Mi dice che non è ciò che Dio vuole. Torno a chiedere per ancora due volte. Il padre mi avrebbe dato il permesso di procedere se avessi promesso di non prendere un altro uomo. Prometto. Facciamo la separazione. E la divisione dei beni che insieme avevamo acquisito non è equa: lui prende 7 parti su 10. In ogni caso io non volevo tenere più di quanto mi fosse necessario. Vendo la casa grande per un appartamento piccolo, nell’area della chiesa che è ormai la mia comunità. Dalla finestra posso vedere la croce. Molti beni li ho distribuiti in beneficenza. Ho quanto mi basta. Soprattutto sono in pace, contenta. E cerco di vivere e testimoniare la mia fede». Ora la signora Kancianat è molto attiva in parrocchia e segue, tra l’altro, il gruppo dei catecumeni.

di Teresa Bello

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27 gennaio 2020

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