Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Kabul cambia strategia

· Prospettive confuse dopo la rinuncia al dialogo con i talebani ·

L’Afghanistan cambia la strategia. Rivelatisi vani i ripetuti tentativi di far sedere i talebani al tavolo delle trattative, il Governo di Kabul ha deciso di rinunciare a ogni forma di dialogo. Una scelta non da poco, poiché finora era sempre prevalsa la convinzione che senza il coinvolgimento dei miliziani, l’auspicato processo di riconciliazione nazionale non avrebbe avuto fiato lungo. Adesso che il presidente Hamid Karzai ha preso atto che con i talebani il dialogo non riuscirà a decollare, si punta a una rinnovata intesa con il Pakistan, nella consapevolezza che un fronte unico, ben coordinato e coeso, è condizione fondamentale per sconfiggere i terroristi e per assicurare alla regione una sufficiente stabilità.

Ma anche in questo caso, i problemi non mancano. Proprio in questi giorni, infatti, la commissione speciale di inchiesta afghana sull’assassinio dell’ex presidente Burhanuddin Rabbani, ritenuto l’uomo del dialogo con i talebani, ha stabilito che l’omicidio — duro colpo al processo di pace — è stato pianificato nella città pakistana di Quetta, e che il capo del commando era un pakistano. La commissione ha anche riferito a Karzai di aver già passato gli elementi di prova alle autorità pakistane, insieme all’elenco dei nomi, indirizzi e numeri di telefono delle persone che in Pakistan sono coinvolte nella pianificazione degli attacchi. E c’è pure una precisazione: ci si attende che il Governo pakistano proceda con i necessari arresti.

Immediata la risposta di Islamabad che nega ogni addebito riguardo a un coinvolgimento nell’assassinio di Rabbani. Anzi, rilancia l’intesa con Kabul, attraverso le dichiarazioni del primo ministro Yusuf Raza Gilani, il quale ha tenuto a ribadire che la pace e la sovranità dell’Afghanistan rappresentano una priorità nell’agenda politica pakistana. Da tempo i rapporti fra Islamabad e Kabul conoscono alti e bassi, il tutto condito dal reciproco sospetto che non sempre i rispettivi Paesi agiscano nell’interesse dell’intera area, sotto la costante minaccia terroristica. Con questa realtà, concordano gli analisti, occorre fare i conti nel momento in cui si punta proprio sull’alleanza tra Afghanistan e Pakistan per vincere la sfida contro i terroristi.

Se il fronte non è solido, non si va lontano: questa, in sintesi, la posizione delle autorità sia afghane, sia pakistane. Come contraltare, tuttavia, s’impongono divergenze e frizioni che rischiano, col tempo, di incrinare e di indebolire tale fronte. Del resto, la rinuncia afghana al dialogo con i talebani porta a prevedere una recrudescenza delle violenze, nel momento in cui si decide di rescindere ogni contatto «diplomatico» diretto ad arginare un’azione destabilizzante fatta di attentati suicidi e di imboscate. Certo è che miliziani, rilevano gli osservatori, hanno sempre remato contro ogni possibilità di compromesso. Si chiede loro, come precondizione per un negoziato credibile, la deposizione delle armi e il rispetto della Costituzione afghana. Il no talebano, in merito, continua a essere categorico. La posizione «conciliante» di Karzai nei riguardi dei miliziani è stata condivisa dalla comunità internazionale, anzitutto dagli Stati Uniti, ovviamente con le dovute riserve. È infatti opinione condivisa che senza i talebani cosiddetti «moderati» la ricostruzione afghana avrebbe fondamenta vacillanti.

Nello stesso tempo, a rendere lo scenario ancor più complesso contribuiscono i tesi rapporti fra Islamabad e Washington, dopo l’accusa degli Stati Uniti al Pakistan di esportare violenza in Afghanistan e di avere legami con i terroristi. Il ministro degli Esteri di Islamabad, Hina Rabbani Khat, ha detto che «così facendo gli Stati Uniti ci perderanno come partner e come alleati». Ecco allora che viene a profilarsi un quadro assai frastagliato, in cui è difficile individuare punti solidi. I rapporti fra Islamabad e Kabul sono ondivaghi, quelli tra Islamabad e Washington spesso toccano punti critici e, per completare il triangolo, sull’intesa fra Wasghington e Kabul continua a gravare la diffidenza statunitense riguardo all’eccessivo potere di cui Karzai gode in patria, a detrimento di una più articolato e dinamico assetto istituzionale. Da tempo, ricordano gli analisti, non sono più idilliaci i rapporti fra gli Stati Uniti e il capo di Stato afghano: e i dissapori di fondo, spinti dalle circostanze contingenti, spesso riemergono.

Recentemente, segnala «The Guardian», sembra essere ritornata in auge un’idea già ventilata in passato: la nomina di un inviato speciale delle Nazioni Unite nella regione con compiti propri di un negoziatore di pace. È un’idea rilanciata da alcuni Governi europei e che sembra non gradita, anzitutto, all’attuale rappresentante Onu a Kabul, Staffan de Mistura. Ma, fa notare «The Guardian», il mandato di de Mistura scade prima della fine del 2011: ciò potrebbe aprire la strada a un dibattito serrato sull’argomento. Anche in considerazione del fatto che il progetto europeo sembra non piacere nemmeno a Washington. Probabilmente se ne saprà di più a dicembre, quando a Bonn andrà in scena l’attesa conferenza internazionale sull’Afghanistan.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

16 luglio 2019

NOTIZIE CORRELATE