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Kabul alla prova dei talebani

· L’urgenza del processo di riconciliazione dopo l’inizio del disimpegno statunitense ·

I mesi che verranno rappresenteranno un test molto importante per le forze afghane. Dopo l’inizio del graduale disimpegno del contingente statunitense (circa ottocento soldati hanno avviato le operazioni di ritiro che si concluderanno nel 2014) l’Afghanistan s’interroga, con più pressione che in passato, sulle proprie capacità di fare fronte a una situazione difficile. La tabella di marcia, a patto che la situazione sul terreno non cambi, prevede che 33.000 militari lascino il Paese entro la fine della prossima estate quando resteranno sul campo 69.000 militari. Circa 650 soldati schierati a nordovest della capitale nella provincia di Parwan hanno abbandonato la posizione mercoledì e non saranno sostituiti da altre unità.

I talebani non abbassano la guardia, continuano a compiere attacchi e, tra smentite e conferme, sembrano restii a ogni forma di dialogo. Ecco allora che il Governo di Kabul è chiamato a un compito assai arduo. La comunità internazionale guarda con particolare attenzione a tale scenario: un’attenzione dettata dalla consapevolezza che è proprio in Afghanistan, e in Pakistan, che si gioca la battaglia più importante nella lotta al terrorismo. Secondo Pino Arlacchi, vice presidente della delegazione del Parlamento europeo per le relazioni con l’Afghanistan, il ritiro dall’Afghanistan avviato dalle truppe dell’Isaf non deve indurre a facili ottimismi. «C’è il rischio — spiega Arlacchi — che il progressivo disimpegno delle forze alleate diffonda nell’opinione pubblica l’erronea sensazione che la situazione sia ormai sotto controllo». Arlacchi, citato dall’agenzia Agi, aggiunge che il recente assassinio del fratello di Karzai dimostra come «la tensione resti altissima, soprattutto a Kabul». Da qui l’invito di Arlacchi alla comunità internazionale affinché intensifichi gli sforzi per arrivare a una riconciliazione nazionale.

Da ricordare che da tempo le forze locali, su iniziativa della comunità internazionale, stanno seguendo corsi di addestramento: al riguardo c’è fiducia sulla capacità dei soldati afghani di gestire le contingenti situazioni logistiche. Tuttavia, rilevano gli analisti, permangono le riserve in merito all’abilità delle forze locali di resistere, a lungo termine, all’onda d’urto scatenata, senza esclusioni di colpi, dai miliziani.

È facile prevedere che a mano a mano che il ritiro statunitense procederà, i talebani intensificheranno gli attacchi: la prova del nove, per le forze afghane, sarà proprio questa. Certo, rilevano gli analisti, va pure sottolineato che il discorso non deve limitarsi al versante militare. C’è infatti bisogno del contributo delle istituzioni per favorire la stabilità del territorio.

E il Governo di Kabul, osservano gli analisti, non sembra godere al momento di buona salute, essendo evidenti al suo interno frizioni e divergenze. E nemmeno i rapporti tra l’Esecutivo afghano e gli Stati Uniti, mai facili, aiutano la causa. Da tempo Washington esorta il Governo, per esempio, a fare di più per combattere la corruzione. Su questo fronte, nonostante le ripetute rassicurazioni del presidente Karzai, i risultati non sembrano soddisfacenti.

Nel frattempo sono emerse nuove rivelazioni su Osama bin Laden. Stando a documenti sequestrati dai Navy Seals nel covo di Abbottabad, il leader di Al Qaeda stava cercando di mettere insieme una squadra per colpire gli Stati Uniti nel decimo anniversario degli attentati dell’11 settembre.

Stando a quanto riferito dall’emittente Abc News, nel mirino di Osama bin Laden vi era una lista di nomi illustri, tra i quali Barack Obama e il generale David Petraeus. Ma tra i bersagli figurano anche i principali eventi sportivi americani.

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