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James Joyce e il Gadda porteño

· ​«Finnegans Wake» nella traduzione di Juan Rodolfo Wilcock ·

«È il resoconto di una particolarissima specie di sciocca pedante, una di quelle signore di Ronald Firbank che arrivate per la prima volta in gita turistica al Partenone vi trovano da ridire perché è privo di tetto, perché è più lungo che largo, perché non ha gabinetto, perché è rotto, perché alcuni marmi sono retti da travi arrugginite, perché in Grecia si mangia male, perché non ci sono alberi intorno e via dicendo; ma senza quella infinita grazia, naturalmente, di una signora di Firbank»; la malcapitata vittima della penna di Juan Rodolfo Wilcock, in questo caso, è Virginia Woolf. Nessuna traccia di timore reverenziale nello stile candidamente sfrontato del poeta, ingegnere e giornalista argentino, ma una sorta di allegra, giocosa, perenne sfida all’arma bianca con i suoi simili e la realtà tutta, giocata a colpi di fioretto talmente geniali e imprevedibili da disorientare.

John Nolan, «Still life with James Joyce» (2012, particolare)

In questo caso Virginia Woolf è attaccata in quanto rea di aver sottovalutato Ulisse di Joyce e di averlo descritto come “un libro incivile” in cui il romanziere «si abbandona a giochetti per cercare di far colpo. L’autore fa pensare a un collegiale immaturo, manierato, chiassoso, impacciato. Speriamo che migliori con gli anni» auspica la scrittrice.

Difatti è tanto migliorato, commenta perfidamente Wilcock su «Il Tempo» del 4 luglio 1975, «che ormai per il lettore di lingua inglese l’Ulisse è diventato quel che I promessi sposi è per il lettore italiano: un classico nazionale, dove si spera di trovare tutto, e dove lo si trova». Chi volesse leggere per intero questo valzer (o meglio, tango) dialettico può trovarlo nel libro Finnegans Wake (Macerata, Giometti&Antonello, pagine 140, euro 16) in cui Edoardo Camurri raccoglie, accanto alla traduzione in italiano “condensata” dell’opera più intraducibile di Joyce, una serie di testi dello scrittore argentino finora inediti in volume. È davvero un caso singolare quello di Juan Rodolfo Wilcock: classe 1919, autore poliglotta nato a Buenos Aires ingegnere per formazione — partecipò alla ricostruzione della ferrovia transandina — amico e sodale di Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares e Silvina Ocampo, esule a Roma negli anni Cinquanta e da allora trapiantato nella lingua e nella letteratura italiane, collaboratore del «Tempo», del «Mondo» di Mario Pannunzio e per una breve stagione anche del nostro giornale.

«Rodolfo Wilcock era ingegnere, come Gadda — spiega Camurri nella prefazione — e gli ingegneri sono creature candide e astute allo stesso tempo: da un certo punto di vista sono gli esseri più metafisici del mondo, dall’altra se ne vergognano. Sbuffano dinanzi all’abisso e poi cercano di costruirci sopra una ferrovia».

di Silvia Guidi

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