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Jacovitti e non solo

· A sessant’anni dal momento di massima diffusione de «il Vittorioso» ·

Sessant’anni fa «il Vittorioso», il giornalino edito dalla Gioventù Italiana Azione Cattolica (Giac), raggiungeva il massimo della sua diffusione, che toccò le 150.000 copie e si mantenne a questo livello nei due anni successivi. È stimolante chiedersi le ragioni di questo successo che fece del settimanale cattolico il più diffuso tra le pubblicazioni per ragazzi (per i bambini c’era lo storico «Corriere dei Piccoli»).

È fin troppo ovvio attribuire il maggior merito al grande Jacovitti, che pure ebbe un ruolo fondamentale per i due terzi della vita del giornale. Il grande balzo in avanti  — quando nel 1949 presi in mano la redazione “il Vitt” vendeva 90.000 copie — deve aver avuto un complesso di motivi, una serie di punti di forza.

Accanto a Jacovitti — che nel 1952 esibiva con grande varietà in successione la satira piratesca di Capitan Pim e quella di Pippo Ugh dal sapore western, nonché un Pippo cacciatore e un Pippo in Africa — il giornalino ebbe altri due umoristi. Il primo era l’anziano Sebastiano Craveri, con i suoi “Zoolandini”, animali antropomorfi che si contrapponevano allo zoo disneyano per l’atmosfera più paesana, bonaria e persino poetica. Il secondo era un giovanissimo Lino Landolfi, che cominciava a proporre il suo Procopio: lanciato sul supplemento «Almanacco Vitt» di quell’anno. Grazie a un ingegnoso accorgimento narrativo, proprio quel personaggio divenne una delle colonne portanti del giornale per gli anni successivi.

Ma c’erano anche, in quel 1952, alcune grandi storie avventurose, pomposamente e impropriamente chiamate “cineromanzi”, caratterizzate da forti novità. Ad esempio, il ciclo Le Grandi Acque (testo di Roudolph, disegni di un Giovannini in gran forma) era il primo grande racconto western a fumetti che, in tutta l’editoria italiana, presentava la civiltà dei cosiddetti “pellerossa” in modo positivo, e non imperniava la vicenda in azioni belliche ma nel rapporto di un ragazzo con i suoi sogni (trovare e domare un cavallo) e con la grandiosità della natura. Il ribelle dell’Ulster presentava la lotta degli irlandesi contro l’oppressione inglese all’epoca di Elisabetta i, in pagine assolutamente spettacolari affidate al pennello di Giulio Ferrari, esperto di armi e costumi e collaboratore di Cinecittà.

Un altro grande illustratore, Gianni De Luca — poi colonna de «Il Giornalino» e rinnovatore del linguaggio fumettistico — con la penna di Danilo Forina incantava i lettori ne Il Cantico dell’Arco, la storia biblica di Davide resa anch’essa spettacolare. E ne La casa del padre di Renato Polese ed Eros Belloni echeggiava, in un’avventurosa storia moderna, la parabola del Figlio Prodigo.

L’altro grande elemento di novità, rispetto ai giornalini concorrenti, erano le copertine e i “paginoni”. Il passaggio da 8 a 16 pagine, avvenuto alla fine del 1950, apriva nuovi spazi anche al giornalismo e a una presentazione del Vitt che colpisse l’occhio dei lettori: contammo molto sulla perizia di Kurt Caesar, maestro nell’uso della tempera, esperto nei vari settori della tecnica.

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27 gennaio 2020

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