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Italiani brava gente

· Una storia di ordinario razzismo nel centro di Roma ·

Riprendiamo un commento pubblicato su «Il Messaggero» del 18 novembre.  

Era bello pensare che noi italiani fossimo i meno razzisti fra le popolazioni europee, ma non è vero.
Solamente, eravamo coloro che avevamo minori occasioni di venire in contatto con popolazioni diverse, e ci siamo illusi. Oggi, che siamo messi alla prova dall’arrivo dei migranti africani, sta dilagando un razzismo che, pur essendo ancora negato, può raggiungere livelli di crudeltà insospettabili anche in persone qualsiasi, normalissime.
La storia che vi racconto deve per forza essere narrata senza riferimenti precisi, senza nomi: me l’hanno chiesto le vittime, che temono ritorsioni. Quindi abbiate pazienza, ma sappiate che si è svolta al centro di Roma.
Protagonista una famiglia normale con due figli, la bimba frequenta la seconda elementare, il figlio le medie. Vivono in un quartiere centrale di Roma, il padre lavora, lavoro fisso da anni nello stesso posto, la madre si occupa dei figli e lavora ogni tanto. Tutto sembra normale, ma non lo è: il padre è africano. Che sia una persona educatissima, di buona famiglia, che abbia frequentato l’università in un paese africano, non conta niente. Ha la pelle nera.
Quando deve prendere l’autobus, se è solo alla fermata, il più delle volte l’autista non lo fa salire.
Sua figlia, bellissima bambina nera, subisce il bullismo dei compagni, che le hanno detto che «loro sono nati dalla cacca di Dio per servire i bianchi». Il mondo è peggiorato: nella stessa scuola pubblica, solo quattro o cinque anni fa, il fratello non aveva avuto nessun problema.
L’altra mattina, mentre il padre stava accompagnando i figli a scuola, è stato apostrofato in malo modo da una vigilessa perché — come tutti gli altri genitori — stava fermando l’auto qualche istante davanti alla scuola per accompagnare la figlia fino dentro al portone. Allora egli parcheggia poco più avanti e, esasperato da tanti piccoli soprusi che deve subire — agli altri genitori la vigilessa non diceva niente — lascia un momento la figlia in auto per protestare, chiedendo di essere trattato con educazione e giustizia.
Mentre lo scambio fra di loro si fa vivace, passa un poliziotto in borghese che, senza sapere cosa accade, picchia il padre e, davanti alle sue urla, lo dichiara in arresto. Negandogli anche la possibilità di andare all’auto, dove era rimasta la povera bambina sgomenta, per accompagnarla al portone. A quel punto è la vigilessa che lo scorta alla macchina e poi ad accompagnare la figlia singhiozzante a scuola. Il padre poi davanti ai suoi occhi viene arrestato da una volante chiamata dal poliziotto e portato in questura.
Naturalmente alle verifiche l’incidente si sgonfia subito, tutti fanno tante scuse. Ma la bambina non riesce a dormire la notte, e ha chiesto al padre di non accompagnarla più a scuola. Il padre umiliato è disperato.
Ecco cosa succede in un paese che credeva di non conoscere il razzismo, e che invece sta scoprendo di avere un fondo ostile e inumano, sul quale nessuno interviene per portare educazione e rispetto, e sul quale fa presa anche la politica.

di Lucetta Scaraffia

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