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Istantanee
dall’età inquieta

· Una mostra a La Spezia sui giovani nello sguardo dei fotografi della Magnum ·

Ci sono foto destinate a diventare icone del loro tempo, perché raccontano molto più dell’evento che documentano, descrivendo meglio di altre l’essenza di un’epoca. E se si volesse scegliere uno scatto in grado di immortalare l’idea di giovinezza nei favolosi quanto turbolenti anni Sessanta, probabilmente molti indicherebbero la fotografia di Dennis Stock scattata nel 1968 al Venice Beach Rock Festival, in California: una ragazza ripresa di spalle, il vestito di lino, il gesto di un braccio librato nell’aria come a seguire il ritmo di una canzone, la siluette che si staglia sullo sfondo di un palazzo con dinanzi alcune palme e una distesa di gente su una spiaggia. E forse non a caso questa immagine iconica, capace di catturare la meraviglia della giovinezza, è stata scelta per illustrare la copertina del libro che accompagna la mostra Un mondo giovane. Le nuove generazioni nello sguardo dei fotografi Magnum allestita a La Spezia fino al 3 marzo presso la Fondazione Carispezia in collaborazione con Contrasto e Magnum Photos.

Usa, 1957 (© Wayne Miller / Magnum Photos /Contrasto)

Curata da Alessandra Mauro, l’esposizione guida il visitatore alla scoperta del mondo dei giovani, raccontato e interpretato attraverso lo sguardo curioso e attento dei fotografi di una delle agenzie internazionali più importanti. Un mondo che con i suoi sogni, le sue aspettative, i suoi tormenti e il suo entusiasmo ha rivoluzionato costumi e società nel dopoguerra. Ed è interessante il ricordo dell’inizio di quella avventura nelle parole di uno fondatori dell’agenzia, Robert Capa: «Ci siamo raccontati l’un l’altro cosa ci aspettavamo quando avevamo vent’anni e abbiamo scoperto che per quanto i membri di Magnum provenissero da paesi diversi, le nostre speranze di ventenni erano simili tra loro ma diverse da quello che poi sarebbe successo. Da lì fu un attimo iniziare a pensare a quelli che avrebbero compiuto vent’anni a metà del secolo, e che avevano buone speranze di vivere nel secondo cinquantennio e celebrare anche l’anno 2000».

Era il 1950, Capa spinse i colleghi ad affrontare la nuova sfida registrando, con il proprio lavoro e la propria sensibilità, le vite dei ragazzi che a quel tempo avevano vent’anni. Da allora in poi ogni generazione è diventata oggetto di studio per i fotografi Magnum. Sensibili ai possibili cambiamenti sociali, ai sogni e ai drammi di chi si affaccia al mondo e prova a trasformarlo, i giovani sono al centro del loro interesse e la mostra, come il libro che l’accompagna, ne dà conto riproponendo con una serie di reportage che meglio di altri raccontano quel processo. Undici fotografi per altrettante storie fotografiche, dagli anni Cinquanta a oggi: da Werner Bischof, che nel 1951 viaggia in India e in Giappone per raccontare le esperienze di tre giovani — una danzatrice, una disegnatrice e stilista e un ex ufficiale navale ribelle — in cerca della loro strada tra le difficoltà del dopoguerra, a Wayne Miller, che punta l’obiettivo della macchina fotografica sui suoi figli adolescenti nell’America del “baby boom”.

Il risultato è un viaggio trasversale tra luoghi diversi e in diversi momenti, alcuni dei quali hanno segnato la storia. Come nel caso nelle immagini del Sessantotto parigino scattate da Bruno Barbey. Di quelle giornate l’autore testimonia l’esaltazione e la rabbia, il caos come pure i sentimenti di solidarietà, la voglia di cambiare il mondo, la spinta innovativa che caratterizzarono una stagione per alcuni aspetti straordinaria e irripetibile. Restano emblematiche le immagini dello studente di medicina Mustapha Saha, uno dei fondatori del movimento 22 Marzo, che attende seduto su una barricata l’arrivo delle forze antisommossa, e quella di un giovane che, in precario equilibrio su un palo di un semaforo, braccio destro levato a mostrare il pugno chiuso, osserva il lungo corteo di studenti e operai tra la République e Denfert-Rochereau.

In questi giovani, come in quelli delle comunità hippy della California ritratte da Dennis Stock, o quelli attratti da una religiosità a volte estrema documentati in diverse parti del mondo da Abbas, si coglie quell’intrecciarsi di spontaneità e spudoratezza, violenza e divertimento, disillusione e impegno che caratterizzano un’età per definizione inquieta. Ma non manca uno sguardo sul presente, un oggi segnato dall’incertezza: l’incertezza legata a un lavoro precario, come testimonia Martin Parr nel suo viaggio nei call center; l’incertezza dovuta alla guerra, come quella in Siria raccontata da Lorenzo Meloni; l’incertezza della migrazione e con essa la voglia di riscatto, ben rappresentate nell’installazione Odysseia di Antoine d’Agata che ha seguito i migranti che tentano di entrare in Europa; e ancora l’incertezza derivante da un’identità frammentata da recuperare oltre le mura domestiche, come mostra il lavoro di Olivia Arthur sulle donne di Jeddah; e, infine, l’incertezza di vivere sotto la minaccia di attacchi terroristici, con il reportage di Alex Majoli sull’attentato al Bataclan di Parigi del 2015 e sulle reazioni dei giovani in particolare alla tragedia che li ha appena colpiti.

Ci sono esperimenti diversi tra i progetti proposti nella mostra. Originale, oltreché ambizioso, è quello compiuto da Alessandra Sanguinetti che da anni segue la vita di Guille e Belinda, due cugine della pampa argentina, accompagnandole nel percorso di crescita. Nei ritratti delle ragazze, nella loro complicità, nei giochi, nella scoperta della vita adulta non c’è nulla di straordinario, se non la loro fantasia «capace — scrive la curatrice Alessandra Mauro — di sprigionare interi universi di possibilità con un candore disarmante, con un’ingenuità quasi infantile ma non per questo sciocca e insensata». Nelle immagini di Sanguinetti, nelle quali si colgono sensibilità e partecipazione, si ritrova sostanzialmente il senso del percorso temporale che contraddistingue il passaggio tra la giovinezza e l’età matura.

Una mostra interessante, dunque, quella allestita a La Spezia, completata dal cortometraggio Community, un’occasione per riflettere sugli ultimi settant’anni di storia visti dalla parte dei giovani, ma osservati attraverso la lente dei fotografi Magnum. Che hanno fissato «la storia di qualcosa che non resta» come scrive Roberto Cotroneo: «Il ricordo della giovinezza, le memorie della giovinezza che si fanno presente e persino futuro e che finalmente sfidano il passato».

di Gaetano Vallini

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